STUDI • MARIANO TOMATIS ANTONIONO

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C’è un segreto su quella lapide?

EDITORIALE • OTTOBRE 2008

Editoriale tratto da Indagini su Rennes-le-Château 25 (2008) - Nella bella introduzione al suo Cronosensitività il filosofo Marcello La Matina presenta l’esemplare analisi di una strana lapide siciliana risalente ad oltre un secolo fa. Intorno al suo anomalo testo sarebbero potute nascere le più bizzarre ipotesi, così come spesso accade nell’ambito della letteratura sull’enigma di Rennes-le-Château: gran parte dei suoi “misteri” ruotano intorno allo strano testo della lapide della marchesa Marie de Nègre d’Ables: la presenza di alcuni errori ha fatto ritenere che l’epitaffio nascondesse messaggi cifrati, riferimenti geografici o addirittura le coordinate dell’ormai mitologico tesoro locale.

La Matina riproduce il testo della lapide siciliana, rispettando con tre asterischi l’anonimato del defunto: AL / CAV. *** / (1815-1878) / IMMEMORI / I FIGLI ADDOLORATI.

Stride sin dalla prima lettura il contrasto tra il dolore espresso dai figli e il fatto che, “immemori”, dichiarino così apertamente di aver dimenticato il padre cavaliere.

Di fronte ad una così aperta contraddizione, “l’adepto del velame” – come Umberto Eco chiama chi rifiuta le spiegazioni più semplici per andare a tutti i costi alla ricerca di sensi reconditi – ricorrerebbe alla tecnica dell’anagramma, dell’acrostico o della triangolazione geometrica; l’argomento alla base di queste analisi è sempre lo stesso: il testo è contraddittorio, dunque c’è altro dietro la superficie.

Uno psicologo, d’altronde, potrebbe ritenere l’epitaffio un lapsus freudiano: i figli sono costretti a mostrarsi addolorati, ma con l’aggettivo “immemori” rivelano un moto di rancore rimosso dalla coscienza.

Può essere interessante includere nell’analisi il fatto che i parenti si sono accorti della gaffe, ed hanno fatto incidere un minuscolo (e quasi illeggibile) NON prima di IMMEMORI. La correzione sostiene l’ipotesi dell’errore di iscrizione da parte dello scalpellino, ma ancora non spiega la bizzarra contraddizione originaria. Suggerisce quindi La Matina: “La domanda da farsi non è perciò “cosa significa dire che i figli sono immemori”? La domanda è invece: “Quale processo vettoriale è esemplificato in questo testo”? In questo caso, l’apparente nonsense può essere chiarito ragionando da filologi”.

Parlando dell’importanza del “processo vettoriale”, il filosofo suggerisce di ricostruire le fasi che hanno portato all’elaborazione di un così strano messaggio, seguendo (e ricostruendo) – con il fiuto del filologo – la cronologia degli eventi più probabili.

Per arrivare alla soluzione, La Matina ricorda che gli Stati Uniti d’America erano chiamati, nel linguaggio degli emigranti siciliani, “Iunarsteti America” o anche “Estate Unite”, così come i negozi – gli store – erano diventati “gli storo”. Ecco lo scenario proposto dal filosofo: “Si immaginino i fatti. Ordunque, muore il Cavalier ***, e i parenti, emigrati nella lontana America, o forse da poco tornàtine, dettano al lapicida (o ad altri parenti siciliani) quel testo che da loro, cioè negli Iunarsteti America, si scrive di solito sulle lapidi; avranno perciò proferito – certo in lingua americana – le parole IN MEMORY. Il lapicida, o il parente indigeno, dapprincipio non capisce bene; e allora trascrive IMMEMORI quella strana espressione sentita al telefono: per quanto inaudita, è questa l’unica stringa che conservi i suoni di partenza – autentico caso di traduzione omofonica. Il lapicida farà il resto. A questo punto, però, quando il testo è già sulla lapide e può nuovamente essere letto e compitato ad alta voce, qualcuno si accorge dell’errore, che potrà solo essere emendato alla meno peggio: l’epigrafe ne uscirà imbruttita, ma il piccolo intervento costa poco. Così, si arriva all’inscrizione attuale: ‘NON IMMEMORI I FIGLI ADDOLORATI (POSERO)’. E sicuramente imperitura fama assicurarono al loro caro estinto”.

Torna in mente una recente puntata di Voyager, durante la quale gli autori hanno agito da “adepti del velame” in modo particolarmente grottesco. La vetrata di fondo della chiesetta di Rennes-le-Château riproduce la scena citata nel Vangelo di Giovanni in cui Maria di Bethania asciuga con i capelli i piedi di Gesù. Poco distante è rappresentato un vaso di unguenti: si tratta del classico attributo iconografico di Maria Maddalena, cui la chiesa è dedicata. La descrizione fornita da Roberto Giacobbo è particolarmente bizzarra: “In un mosaico sopra l’altare è rappresentata l’Ultima Cena, con una donna ai piedi di Cristo con una coppa in mano”.

Non soltanto non c’è alcun mosaico sopra l’altare (si tratta appunto di una vetrata), né la donna ha la coppa in mano, ma soprattutto non si tratta dell’Ultima Cena! Gli autori si sono probabilmente confusi con la lavanda dei piedi degli apostoli da parte di Gesù, effettivamente avvenuta durante l’Ultima Cena; ma è solo avendo commesso questo errore che possono dare il colpo di grazia allo spettatore, insinuandogli che esiste una contraddizione e suggerendogli così l’interpretazione sospettosa à la Dan Brown: “Un accostamento, quello tra Ultima Cena e Maria Maddalena, che non trova riscontro nel racconto della Bibbia”.

Che è un altro modo per dire: “Poiché 1+1 fa 3, dev’esserci un mistero da qualche parte. Tale risultato, infatti, non trova riscontro su alcuna calcolatrice”.

© 2017 Mariano Tomatis Antoniono