STUDI • MARIANO TOMATIS ANTONIONO

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A pranzo con Henry Lincoln

EDITORIALE • NOVEMBRE 2008

Editoriale tratto da Indagini su Rennes-le-Château 26 (2008) - Il 9 giugno 2007 mi trovavo a Limoux, dove si stava tenendo il Colloque 2007 organizzato dall’Associazione sulle Ricerche Tematiche su Bérenger Saunière (ARTBS). Il ritrovo, organizzato da Philippe Marlin, coinvolgeva la ricercatrice Anna Maria Mandelli, il giornalista locale André Galaup, l’erede del domaine di Saunière Antoine Captier, il compianto Jean-Luc Robin, il parapsicologo di Tolosa Yves Lignon con la moglie, nonché collaboratrice del Gruppo di Studio e Documentazione italiano, Marie-Christine e il ricercatore francese Patrick Mensior. All’approssimarsi del mezzogiorno ci aveva raggiungo Henry Lincoln. Il viso profondamente segnato dall’età, lo scrittore si era unito al gruppo per un veloce pasto prima delle relazioni pomeridiane. Essendo io uno dei pochi a parlare in inglese, avevo approfittato dell’occasione per sedermi proprio di fronte a lui durante il pranzo.

Gli dissi di provare una certa gratitudine nei suoi confronti: la mia passione per l’enigma di Rennes-le-Château aveva preso il via dalla lettura del suo Holy Blood Holy Grail - libro di cui ancora oggi ammiro la forza creativa ben più del suo (inesistente) rigore storico. Ma la reazione di Lincoln fu di fastidio: «Sgrunt!».

Il mio riferimento al libro l’aveva innervosito: si lamentò di non essere stato libero di scrivere quello che voleva, ma di aver subìto pressioni per "stiracchiare" un po' la storia raccontata. Gli mostrai la mia copia in lingua originale, appena ristampata in un’elegante edizione illustrata. La prese tra le mani sbuffando: «Look! Look here!». Scorrendo le pagine, puntava nervosamente l’indice su un paragrafo, su una fotografia, su una didascalia, e lamentava il fatto che era un libro pieno di imprecisioni ed errori clamorosi.

«Chiedi a Baigent di pubblicare la lettera che raccontiamo di aver ricevuto da quell’ecclesiastico in pensione, in cui il religioso rivelerebbe di avere la prova che Gesù era ancora vivo nel 45 d.C. Non la pubblicherà mai! E sai perché? Perché quella lettera non esiste!».

E ancora: «Sai come nacque tutta questa storia? Da una battuta di spirito! Eravamo in tre e discutevamo dei Merovingi. Qualcuno disse: “There’s something fishy with these Merovingians” ovvero “C’è qualcosa di sospetto in questi Merovingi”. Ma la parola fishy, che somiglia a fish - pesce, ci fece venire in mente il pesce simbolo di Cristo e il fatto che Meroveo era per metà figlio di un pesce. Ti rendi conto? Abbiamo collegato Cristo e i Merovingi per una battuta fatta durante un pomeriggio di svago...».

Con l’occasione, gli chiesi non soltanto di autografare la mia copia (firma che - mi spiegò - non era affatto onorato di porre accanto a quella dei due coautori), ma anche di sfogare le sue ire con un pennarello rosso direttamente sulle pagine del libro. Incuriosito dallo strano invito, si soffermò accanto ad una fotografia che ritraeva Michael Baigent accanto ad alcune rocce. La didascalia recitava: “Bezu, antica base templare”. Sbuffò, e con il pennarello disegnò un enorme punto esclamativo: «E questo sarebbe il Bezu? Questa è una fotografia scattata altrove! In quegli anni, Baigent non aveva ancora messo piede a Rennes-le-Château! E mi chiedo se ci sia mai andato dopo...».

Ma fu ancora più ambiguo quando mi raccontò di Plantard: «Durante un incontro con lui, Pierre mi disse che le pergamene erano fasulle. Io gli risposi: “Non ci casco, monsieur Plantard: sono autentiche!”. E lui sorrise enigmatico, guardando De Chérisey». O ancora: «Il messaggio di Boudet era semplice: la Geometria è il Linguaggio Universale. Gli antichi celti lo sapevano, e fissarono le loro conoscenze attraverso mappe di menhir». Per chiudere con Poussin: «“Lui” sapeva. Nel quadro Pastori d’Arcadia ha nascosto una geometria pentagonale».

Il brain storming di cui mi rese silenzioso spettatore durò una ventina di minuti. Sviscerare un’accurata indagine sui punti da lui sollevati, per valutarne i fondamenti storici e la credibilità, avrebbe invece richiesto almeno venti mesi di studio. Ma è la stessa differenza che c’è tra Holy Blood Holy Grail e queste pagine.

Come scriveva Umberto Eco, “la differenza è […] tra il testo che vuole produrre un lettore nuovo e quello che cerca di andare incontro ai desideri dei lettori tali e quali li si trova già per la strada” (1). Nei suoi libri, Lincoln incarna sentimenti molto diffusi tra il suo target di lettori: l’opposizione dell’intuito personale all’arido atteggiamento accademico, il brivido dell’eresia contro l’ortodossia culturale e religiosa, la condivisione di un segreto elitario che i cattivi ci vorrebbero tenere nascosto. Holy Blood Holy Grail fu un indiscusso best seller.

Indagini su Rennes-le-Château coltiva il sogno di regalare al suo piccolo pubblico “ciò che esso dovrebbe volere. […] Vuole rivelare il lettore a sé stesso” (2). Un lettore sofisticato, che non crede ad un autore sulla parola, ma pretende di conoscere le fonti di quanto afferma; un lettore col senso dell’ironia, che sa riconoscere la leggerezza di fondo dei temi affrontati in queste pagine - minuscoli di fronte ai grandi interrogativi che agitano le esistenze; un lettore sensibile alla qualità di un’argomentazione, che riconosce i fuochi d’artificio quando vengono utilizzati per mascherare la debolezza di un discorso. Un sogno che non farà mai di questa rivista un best seller, ma che mira a selezionare per sé soltanto i migliori lettori. Best readers.

1.Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, 1983.

2.Ibidem.

© 2017 Mariano Tomatis Antoniono