STUDI • MARIO ARTURO IANNACCONE

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Joseph de Maistre e il Nazionalismo mistico nel pensiero di Henry Boudet

CONTRIBUTI PER UN CHIARIMENTO • 2004

Boudet nella vicenda di Rennes-le-Château

Con questo breve scritto, un work in progress che subirà arricchimenti nel tempo (1), spero di contribuire a chiarire alcuni aspetti del pensiero di don Henri Boudet, a mio avviso non compresi nella loro giusta luce. Mi concentrerò su La vraie langue celtique, l'opera più lunga, complessa ed enigmatica del sacerdote studioso di Quillan connesso alla vicenda di Rennes grazie all'opera infaticabile dei "tre moschettieri", - la definizione è di J-L. Chaumeil - Pierre Plantard, Philippe de Chérisey e Gérard de Sède. Il suo coinvolgimento era ispirato da diverse motivazioni. Egli era un personaggio bizzarro, in primo luogo, e una figura come la sua veniva utile ai registi del "mistero"; in secondo luogo era probabilmente, e notoriamente dobbiamo supporre, coinvolto in un'attività politica che comprendeva cattolici monarchici e legittimisti, alcuni dei quali protagonisti di primo piano nella Francia di allora, colpiti in seguito da diffide che provenivano dai massimi livelli del potere francese. Si allude qui a personaggi oggi quasi dimenticati, che non sono mai entrati nel cono d'interesse dei ricercatori di Rennes. Il recupero della loro vicenda, ormai prossimo, potrà spiegare definitivamente il senso di questa incredibile e geniale montatura. Ma di essi mi occuperò in altra sede e già parzialmente in Rennes-le-Château: una decifrazione (SugarCo, 2004). Qui voglio dedicarmi esclusivamente al pensiero metastorico del sacerdote di Rennes-les-Bains così come lui stesso lo ha esposto nella sua opera principale.

Henri Boudet (1837-1915) nacque nel 1837 a Quillan, piccolo centro posto a Sud Ovest rispetto a Rennes-le-Château nella valle dell'Aude. Figlio del direttore della fonderia locale, nella quale si producevano proiettili, la sua educazione fu affidata all'abate Emile-Françoise de Cayron. Ordinato prete nel 1861, dopo alcuni incarichi in paesi e villaggi della zona pirenaica, proprio negli anni del fervore delle apprizioni di Lourdes, quando il centro dei Pirenei divenne per molti cattolici un nuovo "centro" e una nuova speranza. Nel 1872 giunse a Rennes-les-Bains dove sarebbe rimasto per 42 anni. Condusse un'esistenza quieta e operosa, dedicandosi ai suoi studi di linguistica, sino alla morte, avvenuta nel 1915. A Boudet lo scrittore Maurice Leblanc dedicò alcune significative allusioni prima degli anni Trenta coniando per lui la singolare qualifica di "megalitologo". Ciò fa comprendere che godette di una certa fama persino tra i letterati parigini. Fu un erudito eccentrico è vero, ma sostenne una teoria tutto sommato chiara, anche se velata sotto le spesse volute di fumo della tecnica fonetica impiegata per esporla.

Ritratto attribuito oggi a Henri Boudet (1837-1915) (da portail-rennes-le-chateau.com)

Cultore di scienze linguistiche, - fonetica, linquistica storica, dialettologia - e conoscitore di latino, greco, dialetti locali, inglese e spagnolo, nel corso della sua vita scrisse numerosi articoli e corrispondenze per periodici specializzati. Molti di questi scritti sono del tutto convenzionali e si possono ancora reperire in circuiti specializzati. All'epoca furono considerati scientificamente impeccabili e apprezzati dalle istituzioni accademiche con cui si teneva in corrispondenza. Boudet si interessava anche di fonetica linguistica, una disciplina molto moderna per l'epoca. Ma vi sono alcune opere, tre brevi e una lunga, che hanno attirato da tempo la curiosità di studiosi e dei cercatori del mito di Rennes-le-Château, in un periodo successivo al 1960 circa: Du nom de Narbonne (1880 circa); La Vraie langue celtique et le cromleck de Rennes-le-Bains (1880 e 1886 nella seconda edizione riveduta e corretta); Remarques sur le dialecte Languedocien (1894) e infine Le livre d'Axat (1896). Spesso, gli viene attribuito un quinto titolo Lazarus veni foras, che avrebbe sollevato contro di lui le attenzioni delle autorità ecclesiastiche. Questo libro - spesso citato nella folta bibliografia dedicata al mito di Rennes, - in realtà non è mai esistito; si tratta di una delle moltissime invenzioni del trio di mitografi composto da P. Plantard, P. de Chérisey e G. de Sède. I quali, in questo, come in molti altri casi, hanno dimostrato uno squisito senso dell'umorismo. Il titolo, che richiama ovviamente la figura del Lazzaro evangelico, è uno dei tanti ironici richiami a pratiche stregoniche o negromantiche inserite dal trio di buontemponi nella loro creazione.

Nella mitografia di Rennes, al pari di Saunière, il più anziano Boudet viene spesso considerato come un "infiltrato", conoscitore di grandi segreti. La sua figura e opera sarebbero conferma e prova ulteriore del "mistero dei preti dell'Aude".

Come Boudet entrò nel mito

Conviene intanto ricordare che la figura di Boudet fu collegata alla vicenda di Rennes-le-Château nel testo dei Dossiers firmato da Madaleine Blancassall (pseudonimo di Plantard e Cherisey): Les descendant merovingiens ou l'enigme du Razés Wisigoth (2), laddove si legge che Saunière viene a conoscenza dell'esistenza delle celebri pergamene grazie alla visita di due misteriosi emissari del Priorato di Sion. Nel testo si afferma anche che il vescovo di Carcassonne, monsignor Arsène Billard, abbia prestato a Saunière una copia de La Vraie langue celtique di Boudet, e che sarebbe stato questo libro a mettere "sulla buona strada" il sacerdote di Rennes-le-Bains. Non si dice in cosa consista esattamente questa "buona strada" ma si fa comprendere ch'essa ha a che fare con le pergamente e con la storia che il lettore conosce sicuramente alla perfezione. Boudet inoltre, secondo questa versione accolta dal corpus della mitologia di Rennes, avrebbe aiutato Saunière a decorare la sua famosa chiesa. È questo "raccordo" di fantasia, scritto oltre cinquant'anni dopo la morte dei due sacerdoti, a collegare Boudet e Saunière.

Nel 1978, quando Pierre Plantard cura un'edizione in facsimile dell'opera di Boudet (cui appone dei "ricordi" apocrifi di suo nonno risalenti al 1892), l'interesse per il prete di Rennes-le-Bains torna a crescere (3). Boudet viene citato nuovamente quale confidente e "maestro" di Saunière e quale depositario dello stesso suo segreto. Bisogna chiarire a questo punto che, nell'ormai fluviale documentazione che riguarda Saunière, non è emerso nulla di certo che colleghi in modo particolare le due persone e questo nonostante l'attenta, o "maniacale", perlustrazione di archivi che ha prodotto un'impressionante raccolta di fatture, bigliettini, cartoline, annotazioni, ordini e liste della spesa del povero prete di Rennes-le-Château raccolte e commercializzate in bundle da 100 documenti alla volta.

È noto che le due Rennes sono geograficamente molto vicine, oltretutto i ministeri sacerdotali dei due uomini si sovrapposero per almeno un trentennio (dal 1885 al 1915); per questo è difficile negare una loro conoscenza che infatti è debolmente attestata da cartoline d'auguri e biglietti di cortesia, quasi un obbligo per sacerdoti che risiedevano nella stessa diocesi a pochi chilometri l'uno dall'altro. I risultati delle ricerche di Laurent Bucholtzer presentati da Mariano Tomatis non hanno fatto che confermare questo quadro (4). Tuttavia, un conto è la conoscenza, i contatti di cortesia e financo la collaborazione in questioni attinenti il loro ministero sacerdotale, o la causa cattolica che entrambi sostenevano, un conto è dipingere Bérenger Saunière come protegé di Boudet. Madaleine Blancassall aggiunge che Boudet, in vecchiaia, ebbe problemi con la gerarchia ecclesiastica, per il citato Lazarus veni foras. Ma questo libro è in realtà uno pseudobiblium: non esiste in nessuna raccolta libraria, non viene citato altrove, non risulta stampato in alcun luogo. Sicuramente sono invenzioni le notizie secondo le quali Boudet avrebbe guidato l'amico Saunière nella creazione delle decorazioni della chiesa e che lo finanziò con somme eccezionali, che sarebbero arrivate alla cifra favolosa di 10 milioni di franchi-oro. Anche questa è una comoda ed efficace invenzione di Plantard e dei suoi sòdali.

Henri Boudet e l'"interpretazione sospettosa"

L'opera di Boudet è intrigante perché, al pari di quella di Fulcanelli, - l'autore de Il mistero delle cattedrali, - essa sembra avvolta da un'oscurità che ne rende impossibile la comprensione a chi sia sprovvisto della chiave. Infatti, nel mito di Rennes-le-Château, l'opera di Boudet è un'ennesima macchina di produzione di sensi, piste e interpretazioni ed è sottoposta ad un'"interpretazione sospettosa" a senso unico che vuole dimostrare la sua connivenza con il "reame fatato" di Rennes: come Saunière, pur prete, egli si sarebbe dedicato a magia, esoterismo e bizzarri culti dimenticati. Ma l'impiego del suo libro non è facile. L'opera è ostica e non si fa integrare in facili schemi. E si capisce il perché. A differenza de Le Serpent Rouge - testo integralmente "fabbricato", che conteneva tutte le chiavi per la sua comoda decifrazione, - La Vraie Langue celtique è autentico e mostra una sua gelosa autonomia; esso costringe i rennologist che si cimentano nella prova d'integrarlo nel mito a concentrarsi sul suo studio con una certa esclusività. Con risultati assai magri. Tuttavia si è creato un filone di appassionati al suo enigma, che tralasciano il filone principale, (Saunière) o quello secondario (Gélis) per dedicarsi a Boudet con passione esclusiva. Sicuramente, nel labirinto di menzogne che è il mito di Rennes, Boudet è il personaggio più naturale.

Sono stati scritti volumi su La Vraie langue celtique che si concentrano sull'occultismo dei cromleck. Si può citare, ad esempio, L'alphabet solaire, introduction a la langue universelle avec des textes inedits di J.-L. Chaumeil e J. Rivière (1985) o L'occultisme de la vraie langue celtique devolié (1985) di A. e J. Brengueir. Altri che vi leggono una polemica alla "mistificazione biblica" come R. Antoni con Rennes-le-Chateau, ou la mystification biblique (Alixe, Carcassonne, 1995). Altri ancora, come gli italiani M. Bizzarri e P. Scurria (Alla ricerca del Graal, Mediterranee, Roma 1995) sospettano che Boudet custodisse il segreto dei sacrifici del nemeton, trasmessi poi a Saunière, interpretando l'intera opera dell'erudito come una recrudescenza molto "operativa" dell'antica religione celtica. Notevole e stimolante anche Le tombeau de Virgilie di Frédéric Pineau e Gérard Lacoste.

Come Saunière e Gélis anche don Boudet viene volentieri circondato di un'aura nera a causa dell'apparente interesse che nutrì per la religione dei celti e i loro sacrifici umani. Lasciandosi influenzare dal noto "clima" di Rennes è facile lasciarsi rapire dalla fantasia.

Partendo dai dati certi

Per evitare errori conviene leggere il libro con animo sgombro, cercando di non farsi influenzare da quanto è stato sospettato sino a questo momento. Tre sono gli aspetti de La Vraie langue celtique che spiccano all'occhio degli indagatori:

a) l'interesse del libro per il passato celtico della regione dell'Aude;

b) l'interesse del libro per la religione degli antichi celti-galli e per i suoi luoghi di culto;

c) la tecnica linguistica e fonetica con cui è composto.

Un'idea comune a tutte le opere di Boudet è che il paesaggio e i toponimi delle lingue antiche nascondano le tracce di una lingua originaria. Questa convinzione - comune a molti eruditi dell'Ottocento - impegnò il sacerdote nella ricerca di una lingua universale. Nel suo libro sostiene più volte che l'inglese sia all'origine di tutte le lingue, anche di quelle più antiche. Come è noto, si tratta di una sorta di gioco alla velatura: con questo espediente, egli intese far comprendere che dietro alla lettera della sua opera si nascondeva un secondo livello di significato da far emergere con una tecnica di omofonia. Egli richiedeva al suo lettore di far slittare il testo francese in un sottotesto inglese. I suoni prodotti dal francese andavano perciò letti come parole inglesi. Questa tecnica non è sconosciuta ad un certo numero di eruditi soprattutto francesi. È stata praticata da alchimisti, da polemisti politici, e religiosi ma anche da poeti (si pensi a John Donne). Al sacerdote di Quillan sembra interessare soprattutto dimostrare che esisteva una fratellanza linguistica e spirituale fra il popolo francese e quello inglese che non era stato, secondo lui, convenientemente riconosciuta dagli storici. Bisogna allora comprendere qual è il significato di questa rivendicazione e quale il suo scopo.

Occorre intanto notare che il parroco di Rennes-les-Bains, a differenza di Bérenger Saunière, ebbe rapporti certi e continui con istituzioni culturali di una certa importanza come la Societé des Arts et Sciences di Carcassonne che contava decine di membri, - storici, scrittori, sacerdoti, anche corrispondenti da Parigi; - con l'Académie des sciences, inscriptions et belles-lettres de Toulouse e infine, la più importante, con la Societé de linguistique di Parigi.

La cabala fonetica

Boudet è un personaggio di rilievo nella strana vicenda di Rennes per più di un motivo. La storia di Saunière e del suo vescovo emerse nei contrappunti di scrittori parigini dagli anni Dieci agli anni Trenta. Questi scrittori, tra l'altro, avevano la particolarità di usare la cabala fonetica; tecnica che accomuna - per non citare Rabelais e i più antichi - P.L. de Gourcy, Grasset-d'Orcet, Allevy (5), Fulcanelli, Éugene Canseliet, Maurice Leblanc, Raymond Roussel, Irène Hillel-Erlanger e anche (in modo meno pervasivo) Jules Verne. Questa cabala, tuttavia, non ha nulla a che vedere con la cabala ebraica (qabbalah, tradizione) ma con vocaboli del francese arcaico come cavale, cavalier, chevalier. Cabala, insomma, potrebbe derivare dal latino caballus, cavallo da soma che, figurativamente, porta "la soma di verità esoteriche da essa trasmesse attraverso i secoli" (6); e caballerie era la cifratura iniziatica della disciplina della "cavalleria mistica" dei Cavalieri del Graal attribuita da alcune tradizioni anche ai Templari. A questa parola alluderebbe anche la parola cabaret (luogo dove si gioca con le parole).

Canseliet e Fulcanelli vicini alla tradizione massonica di Victor Hugo, parlano della tradizione iniziatica occidentale e del suo peculiare linguaggio di cifratura (langue d'argot, gotica o d'arlot). Jonathan Swift nel Diciassettesimo secolo, vi si riferiva come alla lingua come pun-ique (lingua dei giochi di parole), termine usato significativamente anche da Boudet. Da ciò si ricava il significato dell'affermazione, diffusa nel libro di Boudet, che la lingua inglese è all'origine di tutte le lingue europee e quindi anche del francese.

Questo metodo fu impiegato anche da Grasset-d'Orcet (1828-1900) (7), l'amico di Papus che nascose insegnamenti di natura probabilmente alchemica dietro ad interpretazioni storiche tanto bizzarre quanto le interpretazioni storico-linguistiche di Boudet. Anche Fulcanelli torna più volte, e con ampiezza, sull'argomento della cabala fonetica, facendo capire che il suo libro, Il mistero della cattedrali, andrebbe compreso trasferendo i significati dal francese al greco, quindi traducendo dal greco. Ciò implica una tecnica raffinatissima e un'ottima padronanza delle lingue, a prescindere ovviamente dal significato celato dietro ai testi. Così Fulcanelli spiega la tecnica:

...i vecchi maestri, nello scrivere i loro trattati utilizzarono soprattutto la cabala ermetica, ch'essi chiamavano anche lingua degli uccelli, degli dei, gaia scienza o gaio sapere. In tal modo essi poterono nascondere ai profani i principi della loro scienza, coprendoli con un mantello cabalistico (…) l'idioma dal quale presero in prestito i loro termini è il greco arcaico (…) La ragione per la quale non ci si accorge dell'intervento cabalistico sta precisamente nel fatto che il francese deriva direttamente dal greco (8).

Il che significa che il francese derivava dal greco, senza l'intermediazione del latino ovvero che i suoni del francese andavano interpretati come se fossero greco. Allo stesso modo, Boudet faceva derivare il francese dall'anglosassone e da dialetti affini, sempre senza l'intermediazione del latino. Escamotage tecnico che significa che le parole del libro di Boudet - che tratta di cromleck, menhir, misure megalitiche - andrebbero trasposte in un sistema omofonico di parole inglesi, giovando sulle assonanze:

...ciò che è più generalmente ignorato è che l'idioma al quale presero in prestito i loro termini è il greco arcaico […] Molti filologi, non c'è dubbio, non condivideranno la nostra opinione e resteranno ben certi, insieme con la massa del popolo, che la nostra lingua sia d'origine latina […] Anche noi abbiamo creduto ed accettato per molto tempo come vero ciò che ci era stato insegnato dai nostri professori….Oggi più niente potrebbe intaccare la nostra convinzione […] noi affermiamo a gran voce […] che la nostra lingua è greca, e che noi siamo Elleni o, più precisamente, dei Pelasgi (9).

Un esoterista?

Abbiamo stabilito che Boudet usava una tecnica di omofonia piuttosto diffusa fra vari tipi di eruditi in Francia, in Inghilterra (ma anche in Italia e in Spagna). Ciò porta a concludere, come viene sovente fatto, che fosse un "esoterista"? A parte la vaghezza del termine "esoterista" e la sua ambiguità, la risposta è no. Egli usa una tecnica di cifratura erudita diffusa in Inghilterra e Francia alla quale significativamente allude con la parola punique e non con la parola cabala; egli non usa mai espressioni tipicamente care agli esoteristi come "cabala", "langue d'argot" o "gaia scienza". Non usa le espressioni tipiche degli esoteristi, insomma, ma si limita a parlare della langue pun-ique, la lingua dei giochi di parole (da pun, gioco di parole). Forse è per questo motivo che tutti i tentativi di collegare Boudet a cerchie di esoteristi della sua zona e di Parigi sono falliti. Egli non si ricollega alla tradizione della cabala occidentale, esoterica e cavalleresca perché non era interessato all'esoterismo, come viene oggi inteso.

Ricordiamo innanzitutto che le tecniche fonetiche di cui stiamo parlando non erano usate soltanto da esoteristi ma anche da polemisti politici e religiosi. È significativo segnalare che se la cabala fonetica è la stessa tecnica chiamata da Boudet anche langue punique Génevieve Dubois nel suo Fulcanelli ipotizza, per esempio, comunicazioni e corrispondenze fra Boudet, l'ambiente parigino di Pierre Dujols - l'erudito gestore della Libraire de marveilleus - e il misterioso Fulcanelli. La Dubois ritiene "probabile" la conoscenza fra Boudet e Dujols perché Fulcanelli si sarebbe recato in visita nella chiesa di Notre Dame-de-Marceille di Limoux. Una traccia troppo labile, in verità.

Se, con ogni probabilità Boudet non ebbe nulla a che fare con il mondo dell'esoterismo, è invece evidente che egli si richiamasse ad una tradizione di misteriosofia cattolica (e dunque "non eretica") vicina al perennialismo dello Hiéron du Val d'Or. Questo lo si deduce da un'analisi interna, testuale, del libro La Vraie langue celtique. Forse anche Boudet potrebbe essere inserito in quella cerchia di preti monarchici, cui appartenne certamente Saunière, che attendevano un rivolgimento politico e messianico nel mondo nel 1884 o subito dopo. Anzi, su questo punto stanno emergendo circostanze storiche, nomi e fatti, occultati da lungo tempo (per motivi eminentemente politici e religiosi) che contribuiranno in tempi brevi a far luce forse in modo definitivo sull'enigma storico (non mistero) di Rennes-le-Château, e sul suo mito.

Una chiave l'ha fornita Maurice Leblanc, l'autore ermetico che nascose riferimenti interessantissimi nella serie di romanzi dedicati al ladro gentiluomo Arsène Lupin, come hanno notato con grande intelligenza Patrick Ferté e altri autori, senza però trarre le conseguenze di certe loro intuizioni (10). Leblanc si riferiva quasi certamente a Henri Boudet quando alludeva a quel "megalitologo" interessato al paese dei Rhedones (Rennes) e che apparteneva ad un Prieuré cioè ad una società discreta, - definirla infatti segreta sarebbe inesatto - di monarchici cattolici, giudicati ovviamente dei sovversivi (sovversivi dei quali ridere, beninteso), che intendevano assassinare, guardacaso, una pronipote del Conte di Cagliostro, la Comtesse de Cagliostro (1923-1924). Una sorridente allegoria per quanti si mostravano ostili alla "figlia" di Cagliostro, quella massoneria "egiziana" cui sono appartenuti una quindicina di personaggi interessati, in un modo o nell'altro, all'affaire di Rennes.Torniamo a considerare il pensiero del nostro personaggio. L'opera di estrazione delle opinioni di Boudet da quel singolare astuccio nel quale le ha inserite, è possibile soltanto se si accetta di rovesciare alcune premesse giudicate con troppa fretta assodate senza che nulla sia mai stato realmente assodato. Se s'intende sostenere, a tutti i costi, che anch'egli, al pari del Saunière di fantasia protagonista di molti libri, fosse una sorta di mago ed ermetista, di infiltrato nella chiesa cattolica, uno stregone dedito a pratiche bizzarre, impegnato nella difesa del sacrificio umano, si rischia di andare lontano dalla verità. Andare lontano dalla verità storica, intrattenersi nei territorio dell'immaginazione, soffermarsi nel romanzo, non è un male. Basta avvertire che si tratta di fantasia, di romanzo, da non confondere con la serietà della vita e delle convinzioni degli uomini che ci hanno preceduto di questa terra; e dei nostri contemporanei che ancora nutrono convinzioni e chiedono rispetto. Questo rispetto, nei confronti della manipolazione di simboli e credenze religiose, sembra del tutto assente in troppi autori che si sono cimentati, e si cimentano ancora, nell'esegesi del mito di Rennes.

Boudet era principalmente interessato a dimostrare che molte lingue derivano dalla lingua parlata dai Tectosagi, una tribù celta, il cui linguaggio (la vera lingua celtica) è conservato nel dialetto della linguadoca e nell'anglo-sassone. Era interessato, inoltre, a difendere le prerogative della chiesa cattolica francese; a proteggere le sue tradizioni dall'eccessiva ingerenza "latina" e italiana (non "romana che è cosa diversa) senza peraltro uscire dall'ortodossia. Questa corrente, molto antica in Francia, era conosciuta come "gallicanesimo", e fu sempre molto forte soprattutto prima della Rivoluzione. Pur restando fedelissimi a Roma, i gallicani fecero a più riprese delle rivendicazioni di indipendenza nella nomina di vescovi, nel mantenimento di tradizioni religiose e linguistiche, nel rapporto con la monarchia.

Sancito dalla Prammatica Sanzione (1438) il gallicanesimo fu applicato fino al 1516 quando fu riconosciuta la superiorità papale sul concilio. In cambio di tale concessione il sovrano francese, e alcuni alti prelati, mantenevano però privilegi. Le prerogative regie e le libertà gallicane continuamente rivendicate da teologi e giuristi furono riprese nella Declaration de l'assemblée du clergé de France, approvata nel 1682 dal clero francese e poi da Luigi XIV, che ordinò che essa diventasse dottrina ufficiale della chiesa francese. Condannata in seguito da Pio VI, fu sempre meno praticata ma continuò ad essere coltivata, come possibilità teorica, e come tendenza politica, in alcuni ambienti ecclesiastici, specie in provincia. Nel corso degli anni settanta e ottanta del Diciannovesimo secolo, il gallicanesimo si fuse anche con il messianismo del Grand Monarque per contrastare la "falsa repubblica massonica" come veniva chiamato il nuovo stato francese. Ciò significava però sostenere una tendenza politica quantomeno sovversiva e guardata in forte sospetto, che andava celata con prudenza. Con ogni evidenza, Boudet ne sosteneva le ragioni, con degli argomenti quantomento singolari, ma appoggiandosi all'autorità di un filosofo e pensatore politico campione della controrivoluzione: Joseph de Maistre.

Il pensiero di Boudet

Vediamo allora di discernere le linee guida del pensiero di Boudet ne La Vraie langue celtique. Boudet è interessato a stabilire soprattutto una pari dignità fra ebraico e francese, antico e moderno. Sua convinzione era che il francese possiede la dignità di una lingua sacra adatta a trasferire gli insegnamenti di una "Tradizione primordiale" perfezionatasi nel cristianesimo, tradizione che andava intesa nel senso che de Maistre attribuiva a quella locuzione nelle sue opere. Qualche decennio dopo René Guenon conierà un significato della Tradizione primordiale affatto diverso, più moderno, più aggiornato e compiutamente "esoterico". Ma tra la Tradizione di de Maistre e Boudet e quella dell'esoterista Guénon vi sono più elementi di distinzione che di affinità. Esse inoltre si separano su un punto fondamentale: il ruolo di Gesù Cristo, Figlio di Dio morto e risorto per i primi due ma non per Guénon (11).

Uno degli scopi evidenti del sacerdote di Quillan era di sostenere la possibilità dell'uso del francese come lingua della liturgia, almeno in alcune circostanze. Una rimostranza che era stata avanzata all'interno del mondo cattolico europeo a più riprese, e che contava sostenitori soprattutto in Francia. Naturalmente, una simile proposta non era "opportuna" in quel momento e avrebbe potuto irritare più di un vescovo. Da qui la necessità di celare una parte delle argomentazioni. Boudet si rese inoltre conto che le sue pretese non sarebbero state prese sul serio se non si dimostrava che anche i celti, progenitori dei bretoni, dei gallesi e degli irlandesi, al pari degli ebrei e dei latini avevano dei crediti per poter considerare la loro lingua una lingua sacra.

Ritratto di Joseph de Maistre, di K. V. von Vogelstein, (1810). È l'ispiratore dell'opera di Boudet, La Vraie langue Celtique. Come il filosofo di Chambéry, Boudet sostiene nella sua opera che la Tradizione primordiale, immemoriale deposito di saggezza dell'uomo, era incarnata nel Cristianesimo. Boudet aggiunge che l'unico popolo a prevedere il futuro compimento, oltre agli ebrei, erano stati i celti. (Foto del Museo d'Arte e Storia di Chambéry)

Per arrivare a dimostrare la dignità del francese come lingua sacra e per difendere i celti quale popolo custode di un'intuizione profetica del cristianesimo (del cristianesimo "ortodosso") Boudet doveva dimostrare che gli antichi celti erano cristiani senza saperlo. Soltanto questo avrebbe potuto mettere in pari dignità il popolo celta-francese con gli ebrei (popolo "eletto" sino al compimento dell'Antica Alleanza), e dei latini (anch'esso popolo eletto, in un certo senso, perché Roma aveva provvidenzialmente permesso la diffusione del cristianesimo). Decine di pagine de La Vraie langue sono dedicate a questo scopo. Per la sua opera di difesa dei celti, Boudet, significativamente, si ricollegò alle idee di Joseph de Maistre (1754-1821), grande filosofo politico savoiardo.

Questo collegamento prova che il sacerdote di Quillan nascose nel suo libro un sistema storico-simbolico solidale con quello del grande filosofo di Chambery. Infatti, il prete di Rennes-les-Bains, muoveva le sue argomentazioni all'interno di un sistema di codici simbolici che utilizzavano la Bibbia, la storia degli antichi popoli, la loro lingua, per scoprire sotto gli avvenimenti della storia, una tradizione eterna di saggezza e verità, d'origine divina (una Tradizione primoridale appunto) che fu intravista dapprima, come attraverso un velo, da alcuni popoli antichi - celti ed ebrei -; e che fu poi espressa pienamente nel cristianesimo. In questo senso, la distinzione orgogliosa fra qabbalah e cabala così frequente negli esoteristi francesi legati alla tradizione gallica ha un preciso valore di rivendicazione nazionale e di riconoscimento del patrimonio spirituale del proprio popolo. Questa distinzione, però, per il probabile gallicano Boudet non aveva senso, in quanto non mostra di credere alla trasmissione di una "dottrina cavalleresca", della cabalalleria, della "Chiesa di Giovanni". Per Boudet esisteva la Chiesa di Pietro.

Egli individua nel territorio di Rennes un auguille il cromleck di Rennes (un picco, obelisco naturale, più vicino ad Arques) che considera un axis mundi, al centro di un santuario spirituale nel quale un tempo si raccoglieva il consiglio degli uomini saggi del popolo celta, il Neimheid. Questo consiglio irradiava, secondo Boudet, una saggezza che prefigurava la liberazione del popolo redento da Gesù. Il nazionalismo mistico di Henri Boudet identificava dunque un altro centro del mondo, oltre a Gerusalemme, proprio nel territorio francese.

Per Boudet, druidi e celti (gaulois) riconoscevano un Dio unico e ad esso sin dai tempi più antichi, come gli ebrei, avevano offerto sacrificio. Ma come l'autorità del consiglio druidico, il Neimheid, si affievolì, la superstizione popolare, soggiogata dall'inquinante influenza del politesimo di greci e romani, impose il sacrificio di malfattori come vittime da immolare a dei feroci. Da ciò, - spiega Boudet -, l'errore di Cesare che, nel De Bello Gallico (VI, 16), accusa i celti Tectosagi di compiere sacrifici umani (12). Boudet precisa, però, che a parte l'esecuzione di criminali, i celti non praticavano il sacrificio. Egli afferma di avere attentamente cercato prove del sacrificio umano in tutte le vestigia di quel popolo senza aver trovato prove che avvalorino questa convinzione. La sua critica si riversa principalmente contro i romani e secondariamente contro i greci, due popoli politeisti.

Significativamente, la denigrazione del retaggio latino della civiltà francese accomuna Boudet, Fulcanelli, Canseliet e molti altri autori del nazionalismo mistico, sia quelli che stavano decisamente sul versante dell'esoterismo e della gnosi cristiana (come Fulcanelli e Canseliet), sia i cattolici, (come Boudet). Gli uni e gli altri erano accomunati nella difesa della "francesità".

I celti prefigurarono la storia della salvezza

Le argomentazioni di Boudet sono particolarmente chiare dove fornisce al suo lettore argomenti per identificare i celti come popolo illuminato dalla grazia, fornito della saggezza dei profeti d'Israele. Boudet muove innanzitutto dalla critica dei romani, politeisti che calunniarono i celti non comprendendo quella prefigurazione della redenzione, che le loro dottrine avrebbero insegnato. I suoi strali si dirigono soprattutto contro l'odiato Cesare, da sempre un personaggio poco amato dai nazionalisti francesi, per motivi del tutto ovvi, (e messo in caricatura persino nell'Obelix di Goscinny ed Uderzo).

Scrive Boudet:

Cesare (scrive): "essi pensano di non potersi favorire gli dei immortali con il dono della vita di un uomo per quella di un altro uomo". Il generale romano, più preoccupato della sua gloria militare che dell'insegnamento religioso dei druidi, riporta […] una credenza di cui non comprende la profondità. Noi stessi abituati a considerarci come dei selvaggi ignoranti, perche non abbiamo ancora interrogato i monumenti […] siamo sbalorditi da questa parola di Cesare e da questa dottrina misteriosa dei galli, che affermano che la vita di un uomo deve riscattare la vita dell'uomo per soddisfare pienamente la giustizia divina (13).

In questo passo, Boudet descrive un Giulio Cesare ignorante e orgoglioso che, da politeista, non comprende la profondità dell'insegnamento dei celti e dei loro sacerdoti sapienti, i druidi; critica anche la scarsa considerazione che i suoi connazionali francesi nutrono per se stessi tanto da commiserarsi, considerandosi dei "selvaggi" e per giunta "ignoranti". Boudet trova questa scarsa considerazione dei francesi per il loro passato intollerabile soprattutto laddove egli vi scorge il chiarore del cristianesimo nel concetto centrale della sua argomentazione, spesso ripetuta in variatio: "la vita di un uomo deve riscattare la vita dell'uomo per soddisfare pienamente la giustizia divina". Questo insegnamento druidico e cristiano insieme era per Boudet la prova che i celti erano un popolo profetico. In quest'altro passo spiega ancora più chiaramente la sua idea:

Intanto il mondo intero oggi è stato totalmente penetrato di questa verità: "l'uomo è degradato e colpevole", (tanto) che […] "un uomo riverserà i meriti della sua espiazione sul capo dei suoi fratelli". È la vita dell'umanità che è stata riscattata dalla vita di un uomo; intese in questo modo, le parole (riportate da) Cesare esprimono la tradizione secolare della redenzione degli uomini attraverso il sangue, tradizione che i Celti avevano portato dall'Oriente. "Il genere umano non potrà presagire da se stesso che il sangue di cui aveva bisogno era il sangue di un Dio Salvatore, perché non poteva sospettare l'immensità della caduta e l'immensità dell'amore riparatore". Il vero altare è stato preparato a Gerusalemme e il sangue della vittima ha bagnato l'universo (14).

Dunque Boudet è interessato a riscattare i celti, (galli discendenti dei galati), dall'accusa di essere dei selvaggi ignoranti e sanguinari. Per lui essi furono anzi dei cristiani ante-litteram. Ciò implica che anche Boudet, come il povero Saunière, non fu un esoterista; tanto meno fu una sorta di negromante pronto addirittura al "sacrificio umano", come talvolta si è imprudentemente insinuato. Forzando i suoi argomenti, per far meglio comprendere che la sua lettura storica va intesa più come una storiografia mistica, una metastoria che in modo letterale, Boudet nega che il francese derivi dal latino affermando che sia piuttosto apparentato alle più antiche lingue anglosassoni. Spiega che i Celti, - diffusi in Europa, Asia e Medio Oriente, con le loro credenze incomprese - avrebbero prefigurato il piano della salvezza cristiana ben più di Latini e Greci.

Nelle idee di Boudet è evidentissimo l'influsso di de Maistre. Non soltanto il savoiardo è citato in più punti ma è l'unico autore nominato da Boudet che non sia un linguista. Boudet è certamente vicino anche alle idee dello Hiéron du Val d'Or, cerchia di mistica eucaristica e anche movimento del nazionalismo gallicano. Come gli autori e gli studiosi dello Hiéron, Boudet inserisce le popolazioni celtiche e anglo-sassoni nel piano della salvezza con la tecnica del "perennialismo". Pertanto, le argomentazioni di Boudet andrebbero inserite nella ricca e semisconosciuta tradizione del nazionalismo mistico cattolico, cui appartennero anche lo Hiéron e le cerchie neo-galliche della misteriosofia gallicana, (spesso definita "esoterica" ma in modo del tutto improprio).

In più: se Fulcanelli e gli ermetisti come lui facevano slittare il francese nel greco, perché aderivano ad una gnosi alchemica che utilizzava la simbologia cristiana e le favole dei greci, per Boudet questo sarebbe stato impensabile: infatti egli chiarisce che i greci, al pari dei romani, erano politeisti; non appartenevano alla tradizione di pre-rivelazione che prefigurava il cristianesimo.

Boudet e l'Arcadia del Midi

Per completare questo argomento credo necessario toccare, senza pretesa di completezza, il tema della mistica nazionalista di Francia. Il riconoscimento di questo patrimonio di leggende e simbologie, assai caro a Boudet, sviluppatosi soprattutto nel Seicento, è fondamentale per comprendere la macchina combinatoria del mito di Rennes. Infatti, anche quando si spiega che molto, moltissimo della vicenda di Saunière e di Plantard è una montatura; anche quando si spiega che l'epicentro del mistero è politico - cosa di cui chi scrive è ormai persuaso - si sente che in questa storia "c'è dell'altro". Certe tradizioni, giochi, combinazioni sono vere, antiche e non inventate né da Plantard e de Chérisey, né dal trio Baigent, Leigh e Lincoln. E in effetti qualcosa d'altro c'è, e non è cosa da poco: la ricchissima - e poco studiata - tradizione della mistica nazionalista francese, sviluppata nell'epoca del Re Sole.

Luigi XIV rappresentato come il Sole che incede di giorno per il Ballet de la Nuit (1653). Una tradizione misteriosofica attecchita nel Sud della Francia, anche grazie a veggenti come Nostradamus, voleva che il "centro di rotazione" della linea del Meridiano Zero, limite politico e simbolico della grande monarchia francese, incidesse presso Arques, nell'Arcadia del Meridione. Di questa tradizione poco studiata furono a conoscenza scrittori, poeti, appartenenti a tre differenti tradizioni: cattolici come Boudet da un lato, ed esoteristi cristiani e massoni dall'altro. Questa materia, incendiata dai geniali Plantard e de Chérisey avrebbe creato il mito di Rennes. (Bibliothéque Nationale - Cabinet des Estempes)

Il Re Sole, che "sorgeva e tramontava" a Versailles sulla linea che separava simbolicamente l'alba dal tramonto: il meridiano zero di Francia che, sino al tardo Ottocento, faceva misurare ogni distanza su Parigi. Su questo meridiano, calcolato a partire dal 1661, incideva, secondo le credenze dell'epoca, l'axis mundi, un simbolico pilastro di comunicazione fra cielo e terra che passava per il punto fisso del cielo, la stella polare e per un "centro terrestre". Ci si aspetterebbe che il centro di Francia fosse unicamente Parigi. Ma non era così. Molte leggende collocavano l'axis mundi in altre luoghi, prevalentemente sulla linea del meridiano. Lo storico Louis Fedié, autore di Rhedae, cité des chariots (ovvero Rhedae, città del carro) attesta una tradizione ancora viva alla fine dell'Ottocento che collocava un centro simbolico di Francia proprio nei pressi di Rennes, e precisamente ad Arques, laddove passava il meridiano zero di Francia. I toponimi della zona sono piuttosto eloquenti e mostrano un'attivazione di simbologie spaziali derivati dalla mitologia greca, come si conveniva ai colti favolisti barocchi.

La struttura del mitema è la seguente: passando per la stella polare, l'astro più luminoso del duplice complesso del Carro (Rhedae/Ursa Maior e Rhedae/Ursa Minor), l'axis mundi incideva nella terra in località Peyro Dreto, un monolito già sacro ai celti ed entrato nel circuito leggendario francese probabilmente nel Medioevo. Proprio il Peyro Detro è il cromleck cui allude Boudet, il centro dell'antico popolo celta, laddove lil consiglio dei saggi druidi aveva, in modo forse confuso, previsto la dottrina della salvezza vicaria del genere umano attraverso il sacrificio di un solo uomo.

Ed è questo il segreto della geo-sacralizzazione del territorio di Rennes: l'unico luogo nel territorio di Francia in cui sin dall'antichità si trovassero due località vicine con il nome di Rhedae era appunto l'Aude. E Rhedae erano i nomi antichi dei paesi gemelli di Rennes-les-Bains e di Rennes-le-Chateau (o dei loro territori). Queste due località, o zone, riflettevano dunque, in terra, la struttura delle costellazioni del Carro, custodi della stella polare, l'astro su cui si regolava il Nord geografico e grazie al quale s'identificava il centro del mondo (geografico, politico e dunque spirituale). Giochi dotti, indubbiamente, favole affascinanti che ad un certo punto di caricarono però di valenze politico-messianiche persino sovversive a causa della lotta fra massoneria e cattolicesimo, Stato e Chiesa.

Il territorio d'Arcadia rappresentava simbolicamente questo centro felice, baricentro delle decisioni del Re e di Dio. Perché fosse proprio l'Arcadia a rappresentarlo è presto detto: il figlio di Ursa Major (o Rheda Maior), la stella polare, si chiamava Arcas. Il territorio di Rhedae era dunque, simbolicamente, un'Arcadia, cioè la terra di Arcas, un territorio felice, governato da un Re felice, e nobilitato da un passato che risaliva ai greci e ai celti. I celti proprio in quel luogo avevano scelto uno dei loro santuari, secondo gli eruditi della zona stava proprio nei pressi del Peyro Dreto.

Come è noto, fra i celebratori di questa ideologia augustea vi fu proprio il grande pittore Poussin che con il quadro Le bergeres d'Arcadie rappresentò la felix Francia, luogo benedetto, nel quale tuttavia non si sfugge al destino di tutti i mortali: la morte. Il mito arcadico fu un tema letterario e simbolico apprezzatissimo e praticato prima in epoca alessandrina (da Virgilio, altro grande autore augusteo), poi nel Cinquecento italiano, infine nella Francia e nell'Inghilterra barocche. Ovunque vi fosse un principe che intendesse celebrarsi in vesti classiche. Ma soltanto in Francia entrò nell'ideologia politica del principe come un vivace tema geo-sacrale.

Secoli dopo, proprio sulla linea del meridiano e proprio in prossimità del Peyro Dreto, il monolito segnacolo dell'Arcadia del Midi, il massone Bourrel, a conoscenza, come molti altri, di queste erudite fabulae si farà seppellire in una zona che ricorda vagamente la scena rappresentata nel quadro di Poussin. Una volta riconosciuto il collegamento fra tomba - ora distrutta - e quadro occorre però rovesciare il rapporto di causa effetto, almeno come ipotesi: non fu l'arte ad imitare la vita (Poussin a rappresentare la zona di Arques), ma il contrario: la vita ad imitare l'Arte; Bourrel e i Lawrence si fecero seppellire in un paesaggio somigliante a quello rappresentato nel quadro più famoso del più amato celebratore del Re Sole, dell'Arcas re d'Arcadia di tanti epilli barocchi. Probabilmente era conscio dell'identità fra l'Arcadia del Midi e l'Arcadia di fantasia di Poussin. D'altronde, senza queste felicissime combinazioni, in parte volute, in parte casuali, la macchina combinatoria di Rennes, non si sarebbe mai messa in moto. Non è del tutto impossibile ipotizzare un viaggio di Poussin nell'Arcadia del Midi, al fine di rendere al suo re un'immagine più fedele del luogo in cui la terra custodiva gli schemi astrali delle due Rhedae e l'immagine in terra della "stella polare", il cromleck di Boudet il "megalitologo". Al momento, però la ricerca storica non ha trovato nessuna traccia di questo viaggio. Anche se si trovasse, però non si tratterebbe però di un mistero, ma piuttosto di un interessante tema della storia delle idee.

Plantard in Arcadia etiam

Ora, ci si può chiedere: come Pierre de Plantard venne a conoscere questa ricca e felice tradizione erudita di favole e leggende? Questa risposta è contenuta, con l'approfondimento necessario, in Rennes-le-Chateau: una decifrazione. Non è facile sintetizzarla in poche parole, pertanto rinvio il gentile lettore a quel testo, se lo vorrà. Qui vorrei invece affrontare brevemente l'argomento della presenza di una duplice traduzione di custodi della mistica nazionalista che ho brevemente tratteggiato sopra.

Con un'interessantissima traslazione, la tradizione secentesca della mistica nazionalista di Francia si riversò in due tradizioni molto diversa tra di loro, che però usavano lo stesso patrimonio di leggende e simboli: da una parte, i massoni che videro nella Rivoluzione Francese il compimento della missione civilizzatrice e fatale della Francia. Per questo motivo, essi attinsero spesso ai temi del nazionalismo mistico. La presenza della tomba di Bourrel, massone di Rennes-le-Bains sembra comprovarlo. Ma non è tutto: proprio ad Arques si formò una delle società del recupero del catarismo, la Società Catara formata da Adéodat Roche, massone anch'egli, che riprendeva nei suoi scritti molti dei temi sopra accennati.

Una seconda tradizione, altrettanto vivace, ma duramente repressa dalla politica anticristiana della République, conservò le tracce della mistica nazionalista di Francia. Si trattava di cattolici che vedevano la Francia come paese fatalmente coinvolto in una prossima rinascita della monarchia cattolica e che attendevano un messianico re restauratore della monarchia in Francia e - dopo il 1870 - di un papato forte e indipendente. Questi spesso richiamavano anche le profezie private di una volta schiera di veggenti tra i quali vi era anche Nostradamus. Gli uni e gli altri condividevano i simboli ma non i sogni, non gli obbiettivi. Gli uni e gli altri, i massoni e i cattolici, ferocemente contrapposti sul piano politico, erano però francesi; amavano la Francia e coltivavano i suoi simboli. Di questa seconda fazione fecero parte Bérenger Saunière e, forse in modo meno politico ma del tutto astratto, Henri Boudet. Dal cozzo di queste due tradizioni nascerà proprio il mito politico e letterario di Rennes-le-Château, una delle più complesse e interessanti costruzioni mitologiche moderne, anche se troppo spesso preda di mitomani.

Maurice Leblanc, autore del ciclo di romanzi di Lupin, introdotto ai massimi livelli negli ambienti governativi e massonici della capitale francese, a conoscenza delle attività sovversive di preti e laici della zona (fra questi, naturalmente, Bérenger Saunière) fa capire in molti modi, che lui e i suoi amici "sanno tutto". Leblanc comprendeva il messaggio o piuttosto la simbologia celata dietro all'opera di Boudet. L'acuto Patrick Ferté accomuna Boudet a Maurice Leblanc, e li definisce complementari. Essi appartennero ai due versanti del nazionalismo mistico francese, quello cattolico e quello ermetico-massonico in lotta feroce fra loro. I due sono i fili di una tela che verrà poi cucita da… Plantard:

Boudet - Maurice Leblanc, due maglie di una stessa catena, legati alla stessa trama. Le loro opere sono intessute di fili bianchi e neri, di conduttori fili d'Arianna. Tutti e due hanno lavorato alla medesima trama, come Ooliab nasconde la veduta del Tempio per nascondere ai profani l'Arca dell'Alleanza. E per caso il santo patrono dei tessitori […] è Saint Clair, non lontano da Gisors, con cui il maestro del Priorato di Sion, eminenza grigia di questo affare, ha tenuto a nobilitare il suo nome (15)?

Due maglie di una stessa catena, "fili bianchi e neri ", due tradizioni avverse, che hanno in comune taluni simboli. E infine, Pierre Plantard, il ragazzo terribile, messo a parte di tutta questa tradizione che, non a caso - strizzando l'occhio ai pochi che lo compresero davvero - si consacrerà a Saint Clair, santo patrono dei tessitori e … dei massoni della scozzese Rosslyn Chappel.

I fili della complessissima e affascinante vicenda di Rennes-le-Château si stanno stringendo e la verità sta emergendo…

Per quanto riguarda Boudet, egli apparteneva, con ogni probabilità, - ulteriori studi sono necessari per approssimare l'ipotesi alla certezza - ad una tradizione di geosacralizzazione del territorio del Midi francese che usava un'ampia messe di leggende e rivelazioni private di veggenti che si ricollegavano alla tradizione del Grand Monarque, e a quella gallicana. Era inoltre un perennialista cattolico e un sostenitore del gallicanesimo. Questa tradizione, che aveva avuto un arricchimento colto e affascinante ad opera degli ideologi della monarchia assoluta nel corso del Seicento e del Settecento, si rinfocolò dopo il trauma della Rivoluzione assumendo connotazioni messianiche, apocalittiche e persino millenaristiche. L'ideologia dell'assolutismo francese usò soprattutto leggende greche: quelle di Arcad e di sua madre, l'Orsa, si adattavano perfettamente al territorio di Arques.

1.Opera in progress di un lavoro già proposto su "Quaderni di storia delle idee" 7 (2001) pp.15-32. Seconda revisione per renneslechateau.it (2004). Sono bene accette citazioni purché si citi la fonte.

2.Blancasall M., Les descendants mérovingiens ou l'enigme du Razès Wisigoth, 2, Les mystères de Rennes-le-Château, C.E.R.T., Couiza 1004, p. 5

3.Boudet H., P. Plantard de Saint Clair, cur., La vrai langue celtique et le cromleck de Rennes-le-Bains, Paris, Belfond 1978.

4.Tomatis M. Ultime notizie da Rennes-le-Chateau, Conferenza di Laurent Octonovo Buchlzer, 14 agosto 2004, in "rennes-le-chateau.it"

5.Fulcanelli, Le Dimore filosofali, 1, tr.it. Mediterranee, Roma pp. 89-91; vedi anche Dubois G., Fulcanelli, tr.it. Mediterranee Roma, pp. 75-77, dove vengono riprodotte alcune pagine del libro.

6.Atorène, Il laboratorio alchemico, tr.it. Mediterranee, Milano 1981, p. 107 nota.

7.Dubois G., op. cit, p. 68; Canseliet, L'Alchimia, p. 42; p. 129.

8.Fulcanelli, Le dimore filosofali, 2, Mediterranee, Roma 1973, p. 94; IDEM, Il mistero delle cattedrali, Mediterranee, Roma 1972, pp. 45-48.

9.Fulcanelli, Le dimore filosofali, 1, cit., p.93-94; 2, p.97.

10.Ferté P., Arsène Lupin, superieur inconnu, la clé codée de l'oeuvre de Marcel Leblanc, Guy Trédaniel, Parigi 1992.

11.Sulla figura di Gesù, Guénon sembra aver sostenuto una posizione docetista, ovvero tipicamente islamica.

12.Boudet H., op. cit., p. 251.

13.Boudet H., cit., p. 252-253.

14.Boudet H., cit., p. 253.

15.Ferté P., Arsène Lupin, superieur inconnu, la clé codée de l'oeuvre de MauriceLeblanc, 1992, pp. 302-313.

© 2017 Mariano Tomatis Antoniono