STUDI • MARIANO TOMATIS ANTONIONO

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Rennes-le-Château: i documenti segreti

COSA RESTA DEL MITO SENZA LE MISTIFICAZIONI DEL XX SECOLO • 2005

Introduzione

Se uno storico intendesse far piazza pulita della letteratura uscita sull'enigma di Rennes-le-Château dal 1967 in avanti, data in cui i misteri di Bérenger Saunière diventano noti al grosso pubblico sulle pagine di Gérard de Sède nel suo L'Or de Rennes, che cosa resterebbe in piedi del vastissimo corpus mitologico che, fino ad oggi, non ha mai smesso di arricchirsi di nuovi elementi e ipotesi?

A differenza di quanto potrebbero pensare i più scettici, alcune delle suggestioni su cui Pierre Plantard, Gérard de Sède e Henry Lincoln hanno costruito le loro versioni "romanzate" della vicenda, hanno un sostrato storico documentabile con precisione. Una ricerca di questo materiale documentale spoglia, da un lato, la mitologia di tutti gli elementi apocrifi - nati evidentemente nel corso del XX secolo per le finalità più diverse - e da un altro punto di vista fornisce solide fondamenta a qualsiasi ricerca storica e archeologica sulla regione delle due Rennes (rispettivamente Rennes-le-Château e Rennes-les-Bains).

I ritrovamenti di Bérenger Saunière

Tra i documenti più suggestivi che Claire Corbu ereditò alla morte del padre, spicca un antico registro parrocchiale della chiesa di Rennes-le-Château, dedicata a Santa Maddalena. In una delle sue pagine, precisamente alla data del 31 marzo 1705, si registra la sepoltura di una nobildonna della zona, Anne Delsol. La descrizione che ne viene data è chiarissima: "È stata inumata il trentuno del mese stesso, nella chiesa del luogo, nel sepolcro dei Signori che si trova nei pressi del balaustro". Il documento non lascia dubbi: parla esplicitamente di un sepolcro all'interno della chiesa di Rennes. Sepolcro del quale non è rimasta traccia, e che - data la struttura dell'edificio - non può trovarsi che sotto terra. A questo punto, la ricerca di una cripta, l'esecuzione di sondaggi, lo studio dei risultati ottenuti durante gli scavi precedenti non si basano più su un atto di fede, su vaghe impressioni simboliche, ma su un fondamento storico molto solido: il registro del 1705.

E' ragionevole pensare che Saunière avesse consultato questo documento e avesse letto dell'inumazione di alcuni nobili locali sotto la chiesa. In quest'ottica, i suoi scavi acquistano una luce tutta nuova. Ma dove si trovava questa presunta cripta?

Per fare qualche ipotesi, dobbiamo seguire l'evoluzione che la struttura della chiesa ha subito nel corso dei secoli. Nel XVIII secolo la chiesa aveva un aspetto diverso. L'ingresso si trovava dove oggi c'è la porta della sacrestia, e tra la navata e l'abside esisteva un muro al quale era addossato l'altare maggiore. Il piccolo locale semicircolare che si trovava dietro il muro veniva utilizzato come sacrestia, e in diverse relazioni al vescovo i vari parroci si lamentavano dell'umidità che vi regnava.

Nel corso del XIX secolo, una serie di lavori, culminati con l'arrivo di Saunière, modificano la struttura in un modo particolarmente interessante. Innanzitutto viene costruita una sacrestia sul lato meridionale, e il muro dietro l'altare viene abbattuto. L'ingresso, quello utilizzato ancora oggi, viene aperto sull'angolo sud-ovest dell'edificio. Oltre alla costruzione di una stanzetta ad est della sacrestia, Saunière fa rinforzare l'intera struttura muraria con un doppio muro. Il risultato, però, è abbastanza curioso, ed è l'architetto Paul Saussez a farlo notare. Se si osserva la pianta dell'edificio, è facile notare che in due punti speculari, il muro viene ampliato molto più di quanto sarebbe stato necessario: mentre la navata ha un'ampiezza quasi sempre regolare, pari a 620 cm., in due punti la distanza tra le due pareti opposte si riduce a 540 cm.

Paul Saussez ha avanzato un'ipotesi architettonica interessante: dal momento che il registro parla di un sepolcro "nei pressi del balaustro", proprio nei due punti in cui il muro oggi è più spesso si sarebbe trovata una bifora sorretta da una colonnina, un balaustro, che si affacciava sulla scala che conduceva alla cripta. Una volta sigillata, il balaustro venne rimosso e la base della scala nascosta da un altare - il cosiddetto "altare della Vergine".

Noi sappiamo che fu Saunière a rimuovere l'altare della Vergine: al suo posto fece installare il pulpito. E' possibile che in quell'occasione abbia trovato l'accesso alla cripta? Fece allargare i muri nei due punti d'accesso per nascondere le tracce della sua scoperta? Pur restando nell'ambito delle ipotesi, la violazione di un sepolcro all'epoca era punito con la pena di morte. Fu questo il segreto che Saunière non poté mai rivelare?

Esiste un secondo documento fondamentale per chiarire l'esatta posizione della cripta, suggestivo come una mappa del tesoro su cui è tracciata una X. Si tratta di un appunto datato 1891-1892, su cui Saunière teneva nota delle persone che sedevano nei vari banchi della sua chiesa. Il lato di sinistra era il cote du Clocher, il lato del campanile; l'altro, quello adiacente al giardinetto della Vergine di Lourdes, era il cote de la Vierge. E' facile osservare che non tutti i posti in chiesa erano disponibili: alcuni erano anneriti da tratteggi; secondo Antoine Captier, potrebbe trattarsi di punti inaccessibili a causa degli scavi in corso proprio in quegli anni.

Se ammettiamo questa ipotesi, possiamo assumere al foglio le proporzioni della chiesa: in questo modo è ancora più evidente la sovrapponibilità di due dei quattro punti con i presunti luoghi d'accesso alla cripta secondo Saussez, riconoscibili perché i muri sono molto più spessi.

Ma Saunière trovò l'ingresso del sepolcro? Non lo sappiamo con certezza, anche se esiste un documento che sembrerebbe farlo pensare.

Si tratta di una pagina dei quaderni compilati quotidianamente da Saunière. Più precisamente si tratta della pagina che va dal 9 settembre al 9 ottobre 1891.

Il 21 settembre, il parroco scrive testualmente: "Scoperta di un sepolcro". Il suo appunto è laconico, non precisa per nulla l'esatto luogo in cui avrebbe scoperto il sepolcro: potrebbe trattarsi della cripta sotto la chiesa, ma anche di un sepolcro nei boschi circostanti o di una camera funeraria presso il cimitero del paese. Non c'è neppure un punto esclamativo: non sembra particolarmente eccitato. Forse è preoccupato? Non sa come gestire la scoperta? Quello che è certo è che sull'argomento non tornerà più.

In realtà, a Saunière vengono attribuiti anche altri indefiniti ritrovamenti, effettuati durante i lavori di restauro. A differenza del tombeau, di questi reperti non è rimasta traccia documentale sugli appunti del parroco. Eppure, se si scava sotto la superficie, qualcosa si trova.

E' il 1856. Saunière ha soltanto quattro anni: mancano quasi trent'anni al suo arrivo a Rennes. L'attuale parroco è l'abbé Pons. Il vescovo, Monsignor de la Bouillierie, va in visita pastorale a Rennes-le-Château e - come di consueto - chiede a Pons di compilare un questionario sulle condizioni della chiesa.

Una delle domande riguarda proprio l'altare che qualche decennio dopo Saunière farà rimuovere: "Ci sono delle reliquie nella pietra sacra o negli altari laterali?". La domanda dice più di quanto sembri, perché la pietra sacra è l'unico pezzo che viene conservato quando un altare viene rimosso, per poi ricollocarlo in un nuovo altare.

Sulla presenza di reliquie presso la pietra sacra, la risposta di Pons non dà adito a dubbi: "Sì, credo di sì". Se prestiamo fede a questo documento, diventa assolutamente verosimile il ritrovamento, da parte di Saunière, di reliquie nel 1887, quando dovette rimuovere il vecchio altare e la pietra sacra - trovando così qualunque cosa vi fosse custodita.

Purtroppo il questionario non è esplicito su questo punto: trattandosi della chiesa di Santa Maddalena, è più che probabile che si trattasse di qualcosa legato - almeno tradizionalmente - a Maria Maddalena.

Origini della piccola pergamena

Che cosa trovò Saunière non ci è noto, perché non è rimasto alcun appunto a testimonianza dell'eventuale ritrovamento. Un documento che spesso si afferma provenire dall'altare rimosso è una pergamena scritta in carattere onciale: si tratta di un estratto dal vangelo di Luca, capitolo 6, versetti dall'1 al 9. Già da molto tempo ci si interroga sull'origine del testo latino che vi compare, dal momento che è molto diverso dalla Vulgata, la traduzione più diffusa dei testi evangelici.

Il 17 dicembre 2004 Wieland Willker, un ricercatore universitario di Bremen, ha scoperto la vera origine di questo testo. La chiave del mistero si trova in un libro del 1895, scritto da un sacerdote di Saint Sulpice, Fulcran Vigoroux. Si tratta di un dizionario biblico molto voluminoso, che a pagina 1770 parla di un codice biblico chiamato Codex Bezæ. Si tratta di un manoscritto composto da 406 pagine alternate - una in greco, una in latino - in cui sono raccolti i quattro vangeli.

Poiché si trattava di un dizionario illustrato, Vigoroux pensò bene di inserirvi la riproduzione di due pagine tratte dal codice. La scelta cadde sul capitolo 6 del vangelo di Luca.

Sulla parte alta della riproduzione: si legge chiaramente "Et factum est eum in sabbato secondo primo…".

Com'è facile notare, si tratta dello stesso testo della pergamena che si dice abbia ritrovato Saunière.

Wieland Willker ha contattato Jean-Luc Chaumeil, giornalista francese che per anni ha ricevuto le confidenze di Pierre Plantard e Philippe de Cherisey, ed ha avuto da lui conferma del fatto che i due hanno utilizzato proprio il Dizionario Biblico di Vigoroux per creare la pergamena.

Ma come facciamo a sapere che è stato il creatore della pergamena a copiare dal Dizionario e non il contrario?

E' il testo stesso a rivelarlo. Due parole del Codex Bezæ sono AUTEM ILLRIS. Il copista ha trascritto AUTEM ILLIRIS, ma in questo modo ha commesso un errore, perché la seconda parola in alto non è ILLRIS, ma ILLIUS. Altri errori simili sulla pergamena dimostrano che fu l'autore della pergamena a copiare dal libro di Vigoroux. Ma se ciò avvenne, significa che la pergamena è successiva alla data di pubblicazione del dizionario, ovvero al 1895. Il che è incompatibile con il ritrovamento di Saunière, che avvenne tra il 1887 e il 1893.

Non stupisce, allora, che la più antica riproduzione delle pergamene risalga al 1967, quando Plantard stesso ne affidò il disegno a Gérard de Sède per pubblicarle su L'or de Rennes.

Degli originali, ancora oggi non esiste traccia.

Nuovo materiale documentale

L'or de Rennes è un libro "fondamentale" nel vero senso della parola, perché contiene le fondamenta su cui si innesteranno in seguito best seller come Il Santo Graal e Il Codice da Vinci. Alcuni dei suoi elementi acquistano un senso molto più chiaro se "letti" alla luce di alcuni documenti recentemente ritrovati. A pagina 44 l'autore registra alcune voci che si mormoravano in paese all'epoca di Saunière; di lui si diceva, tra l'altro, che nascondesse un cannone nella Tour Magdala. Qual era l'origine di questa voce?

Un'ipotesi fondata su un preciso riferimento documentale ce la fornisce Laurent Buchholtzer, che nel 2003 ha trovato alcuni quaderni di Saunière per un totale di 850 pagine; si tratta di quaderni contabili e di registri della corrispondenza che Saunière tenne dal 1897 al 1915.

Ad analizzare i quaderni contabili, si ha l'impressione di una persona assolutamente meticolosa: con ordine e precisione maniacale, il sacerdote riportava una per una tutte le entrate e le uscite. Queste pagine consentono di fare i conti in tasca al sacerdote, pur dopo oltre un secolo; e può capitare di scoprire cose che nessun libro ha mai riportato. Ad esempio, alla pagina del luglio 1902, sulla colonna delle spese, Saunière annota: "Acquisto di polvere da sparo e micce per 6 franchi e 75".

Saunière comprava dunque dell'esplosivo. Per farne cosa? Secondo Buchholtzer, per la realizzazione dei suoi vigneti - e l'uso di esplosivo nella coltivazione dell'uva è ben documentato. Secondo altri, naturalmente, il sacerdote utilizzava la polvere da sparo per effettuare scavi nella zona, forse in qualche miniera abbandonata. Il testo laconico consente le ipotesi più diverse, che però restano tali.

I registri della corrispondenza sono altrettanto ricchi di informazioni del tutto inedite sulla vita di Saunière. I tabulati erano molto precisi: nelle prime due colonne, cognome e nome della persona con cui intratteneva rapporti. La terza colonna riportava la città di provenienza. La quarta colonna riportava le lettere R ed E a seconda che la lettera cui faceva riferimento fosse stata ricevuta o inviata (envoyé). La quinta colonna riportava l'argomento della corrispondenza, mentre le ultime due registravano la data.

Noi sappiamo che nel 1899, Saunière aveva da due anni terminato i lavori di restauro nella chiesa parrocchiale e si apprestava a costruire una villa che dopo la sua morte avrebbe voluto lasciare alla diocesi per farne una casa di riposo per religiosi.

Una lettera ricevuta il 1° maggio 1899 ci rivela una cosa molto curiosa. Quel giorno, infatti, annota: "Propose maison a vendre" - proposta di vendita di una casa a Bizanet. Qualcuno gli propone l'acquisto di una casa a un'ottantina di chilometri da Rennes, nei pressi di Narbonne. Da appunti successivi, si scopre che Saunière visita la casa ma rifiuta l'acquisto.

Per tutto il corso del 1899 la ricerca di una casa prosegue, finché - nel 1900 - Saunière decide di farsene costruire una dall'architetto Caminade sui terreni adiacenti alla sua parrocchia. Villa Bethania, dunque, nasce soltanto dopo un'infruttuosa ricerca di altre case da acquistare nella regione.

Reperti… inconsistenti

Recentemente Lucia Zemiti ha condotto uno studio su una celebre incisione di Michael Maier del 1618, l'Aureum Sæculum Redivivum, un disegno che compare anche in piazza Vittorio a Roma, sulla Porta Magica. L'immagine fu esposta per molti anni nel museo di Rennes-le-Château, sotto la scritta "Incisione proveniente da un libro di Saunière": si trattava di collage che includeva anche l'immagine di un angelo che teneva incatenato il demone Asmodeo.

A questa immagine, nota come l'ex libris di Saunière, sono state dedicate letteralmente centinaia di pagine, perché si ritiene essere la prova documentale dell'interesse del parroco per l'alchimia e l'esoterismo.

Da qualche anno, l'ex libris è sparito. Per scoprire l'esatta origine di quel documento, la Zemiti ha fatto quello che qualsiasi scrittore o ricercatore avrebbe dovuto fare prima di pubblicare uno studio: ha banalmente contattato i curatori del museo. Mi ha poi consigliato di spedire io stesso un'email a Jean-Luc Robin, cosa che ho puntualmente fatto il 4 novembre 2005. In mezza giornata ho avuto la risposta:

Gent.mo Jean-Luc Robin, è vero che l'ex-libris con le lettere BS non è appartenuto a Bérenger Saunière?
Sì, è proprio così. Il collage era stato realizzato dal fu Jeannot Marrot, membro del consiglio dell'Associazione Terre de Rhedæ. Risale almeno al 1990, ovvero alla data della realizzazione del primo museo nell'antico presbiterio. Da quando Antoine Captier ha deciso di ritirare dal museo municipale i documenti e gli effetti di Saunière che gli appartenevano, per affidarli a me, ha voluto lasciare per scherzo anche quel collage.

Ovvero, quell'ex libris è uno scherzo degli anni Novanta. Io trovo molto significativa l'intuizione di Lucia Zemiti, perché nella sua apparente banalità ci insegna a non dimenticarci di controllare ognuno dei pezzi di cui si compongono i nostri scenari. Altrimenti rischiamo di costruire i nostri edifici teorici sulla sabbia.

Molto simile è il caso di Emma Calvé. Da mezzo secolo si vocifera che il parroco di Rennes-le-Château fosse amante della famosa cantante lirica, e che tramite lei intrattenesse stretti rapporti con ambienti esoterici parigini. Fino ad oggi, la ricerca di una qualsiasi traccia documentale in grado di collegare i due personaggi consiste in una confezione del cioccolato Guérin-Boutron ritrovata tra le carte del parroco; non una lettera, né un appunto, né un solo accenno alla cantante. Con la stessa logica, si può auspicare la nascita di future leggende riguardanti storie d'amore con Monica Bellucci tenendo in tasca una sua fotografia…

Narrano antiche cronache…

La vita e le presunte bizzarrie di Bérenger Saunière non giustificano il successo internazionale della mitologia sorta intorno alla possibile presenza di un tesoro nascosto sulle montagne del posto. La domanda cruciale è dunque: perché tutto è nato proprio lì? perché proprio a Rennes-le-Château? cos'ha di tanto speciale questa regione? esistono dei documenti indipendenti, che abbiano parlato della zona in tempi non sospetti, prima che scoppiasse il caso internazionale e nascesse il mistero del tesoro maledetto?

La risposta è assolutamente positiva. Il primo che si conosca risale al 1633, più di 200 anni prima che Saunière nascesse. Guillaume du Catel nelle sue Memorie storiche sulla Linguadoca diceva esplicitamente che ai bagni di Rennes si trovavano miniere d'oro e d'argento. Cito letteralmente: "...un tempo, nelle montagne circostanti, c'erano miniere d'oro, argento, ferro e piombo".

La presenza di metalli preziosi nel cuore di queste montagne è dunque un dato certo, documentato nero su bianco.

Ma esistono scritti ancora più precisi, che forniscono anche la zona esatta in cui si trovava l'ingresso delle miniere. Nel 1709 l'abbé Delmas parla esplicitamente di miniere e minerali presso il Roque Nègre: "I Romani si insediarono nella zona dei bagni non per la sua bellezza, di cui la natura non è stata certo prodiga, ma per le miniere e i minerali lì presenti in gran quantità e varietà si possono vedere dei lavori impressionanti dei buchi profondi fatti per estrarre oro e argento dalla montagna chiamata Roque Nègre." Si tratta di uno dei punti notevoli nei dintorni delle due Rennes, a poca distanza in linea d'aria dalla strada che conduce a Rennes-les-Bains, che deve il suo nome al colore scuro della roccia da cui è costituito.

Nel Diciottesimo secolo, i documenti insistono nel confermare la presenza di miniere nella zona.

Esiste un dossier molto ricco in cui si documentano le vicissitudini di un certo Dubosc, che dopo una serie di scavi infruttuosi aveva chiesto l'autorizzazione di scavare nelle miniere che si trovavano sul territorio di Rennes-les-Bains. In una lettera del 1° febbraio 1782 si legge: "Dubosc […] chiede che gli siano concesse le miniere metallifere del territorio di Rennes-les-Bains nella diocesi di Alet".

Una lettera del 1789 precisa meglio la natura di tali metalli: "sono stato informato che nelle stesse terre esistono delle miniere d'oro e argento". Questi sono documenti dal valore indiscutibile: qui non ci troviamo di fronte alle fantasie di Plantard o ai voli pindarici di un qualche scrittore improvvisato. Stiamo parlando di precise relazioni che precedono di secoli l'arrivo di Saunière a Rennes-le-Château e tutte le mistificazioni più recenti. Evidentemente la zona tra le due Rennes custodiva dei giacimenti di metalli preziosi. Quando si ipotizza che il sacerdote potrebbe aver trovato un tesoro, dobbiamo studiare seriamente l'orografia della zona e chiederci se - alla fine dell'Ottocento - esistessero filoni non ancora esauriti.

A poca distanza dal Roque Nègre sorge la montagna di Blanchefort. Sulla sua cima esisteva in passato un insediamento di cui sono rimaste pochissime tracce, che oggi si confondono con le rocce circostanti. Il suo nome ricorda il bianco di cui è costituita, ed è impossibile non lasciarsi affascinare dall'evidente simbolismo di due luoghi così vicini, l'uno bianco, l'altro nero, a fronteggiarsi come due pezzi degli scacchi.

Anche il Blanchefort fu sede di importanti scavi. A testimoniarlo è un libro di Barante del 1802, in cui si trova una precisa tabella che indicava la presenza di miniere di metallo nella Francia meridionale. Una delle righe riporta esplicitamente queste parole: "Oro e argento: a 8 o 900 tese a sud est del villaggio dei Bagni, nella montagna di Blanchefort". All'epoca, il fatto era più che risaputo, e nessuno scrittore ne faceva mistero. La presenza di oro tra il Roque Nègre e Blanchefort veniva periodicamente citata. Il più famoso documento a questo proposito risale al 1832.

Il Viaggio a Rennes-les-Bains di Labouisse-Rochefort è una delle pietre miliari di tutta la mitologia che sarebbe nata il secolo successivo. Qui l'autore cita qualcosa di diverso: per la prima volta nella letteratura a noi nota, prende corpo una voce popolare che riguarda un tesoro. Il testo è sorprendente: "C'è proprio un bel panorama, così vario! Ah, se tu fossi qui con me a goderti questa vista! Qui vicino ci sono i resti della fortezza di Blanchefort, dove il diavolo custodisce da molto tempo un tesoro immenso. La gente del posto crede che valga diciannove milioni e mezzo, in oro, senza però sapere se si tratti di agnelli d'oro, vacche d'oro, gettoni d'oro o Luigi d'oro."

Ci tengo a sottolinearlo ancora una volta: questo libro viene pubblicato 20 anni prima della nascita di Saunière. Non si tratta dell'ennesima mistificazione del XX secolo, ma di un testo che testimonia una voce, un pettegolezzo dai tratti stranamente precisi. Perché "diciannove milioni e mezzo in oro"? E perché il diavolo? Siamo nel 1832: mancano più di sessant'anni all'installazione del diavolo sotto l'acquasantiera nella chiesa di Rennes-le-Château.

Più di recente, ma sempre prima dell'arrivo di Saunière a Rennes, un altro studioso - Louis Fédié - attribuiva ai Visigoti lo stesso tesoro. Nel 1880 scriveva: "Nel medioevo la gente credeva che i metalli preziosi estratti da questa miniera provenissero non da un giacimento del sottosuolo, ma da un deposito di lingotti d'oro e d'argento nascosto nelle cantine della fortezza dai suoi primi padroni, i re visigoti."

Evidentemente, l'idea che nella zona ci fosse dell'oro e dei tesori materiali era consolidata ben prima che Saunière arrivasse a Rennes-le-Château e ne modificasse radicalmente l'aspetto e la storia, con i suoi sontuosi edifici. Anche volendo buttare via tutta la letteratura mysteriosa del XX secolo, resta un nucleo fondamentale. Ma quale fu, allora, l'elemento che convogliò le voci (ben documentate) sui tesori della zona nella mitologia di cui ancora oggi stiamo discutendo?

Genesi dello scenario plantardiano

L'uomo-chiave della vicenda è ben noto: si chiamava Pierre Plantard, e nonostante venga citato ogni volta che si parla di Rennes-le-Château, e compaia addirittura nel Codice da Vinci, gran parte della sua storia personale è del tutto sconosciuta. Esistono, però, alcuni documenti molto utili per ricostruire la genesi della mitologia di cui fu l'autore; per osservare il processo in tutta la sua profondità storica, è necessario procedere seguendo una cronologia precisa.

Nel 1962, Plantard non si occupa ancora di Rennes-le-Château, ma dell'enigma di Gisors. In appendice ad un libro di Gérard de Sède, dedicato proprio a Gisors, Plantard pubblica una mappa in cui rivela la sua visione della Francia. In questa mappa, la nazione francese è divisa in tredici spicchi che, secondo la sua teoria, rappresenterebbero tredici regioni simboliche, ognuna associata ad un segno zodiacale - i dodici ben noti più il Serpentario. Questa cartina è un passo fondamentale nella creazione del mito di Rennes-le-Château.

Passano cinque anni, e nel 1967 l'interesse di Plantard si sposta verso la regione di Rennes, e proprio a quest'area geografica dedica un poemetto alchemico suddiviso in tredici stanze, ognuna dedicata ad un segno zodiacale. Il motivo zodiacale diventerà, nel giro di qualche anno, il centro di tutta la sua mitologia.

Depositato alla Biblioteca Nazionale di Francia nel 1967, il documento dimostra una precisa conoscenza da parte di Plantard dei libri citati in precedenza che parlavano di tesori sul Roque Nègre. In effetti la roc noir cui si riferisce è ovviamente il Roque Nègre osservato dal Blanchefort, che lui chiama roc blanc.

Plantard ha dunque due elementi ben chiari in mente: il primo, oggettivo, riguarda le voci sui tesori del Roque Nègre; il secondo, più fantasioso, affonda le radici nel libro su Gisors, che parlava di una Francia suddivisa in tredici aree zodiacali. Entrambi diventeranno via via più importanti nello scenario mitologico che fa da sfondo al suo Priorato di Sion.

Passano altri cinque anni, e nel 1973 il giornalista Jean-Luc Chaumeil pubblica sulla rivista Charivari un articolo in cui si legge: "[Plantard] nel 1967 acquistò nella regione di Rennes tre particelle accatastate ai numeri 633, 634 e 635. Ultimamente sembra che abbia comprato altre tre particelle numerate 616, 636 e 647." Dunque Plantard ha un obiettivo ben preciso: non soltanto divulgare una mitologia zodiacale legata alle due montagne, ma anche insediarsi in alcuni terreni della zona.

Il ritmo costante degli aggiornamenti della mitologia è di cinque anni. Nel 1978, infatti, la casa editrice parigina Belfond pubblica l'ennesima ristampa del libro di Henri Boudet La vera lingua celtica. Questa edizione ha un grandissimo valore documentale perché l'autore dell'introduzione all'opera è Pierre Plantard. Qui per la prima volta esprime, in termini chiari e per niente nebulosi, la sua teoria sul tesoro di Rennes-le-Château. E' quasi disarmante la precisione delle sue parole. Uno dei capitoli si intitola esplicitamente Lo zodiaco di Rennes, e si legge: "Rennes-les-Bains, con una circonferenza tra i 16 e i 18 chilometri, è come una banca con dodici cassette di sicurezza ognuna delle quali si apre con un numero particolare. D'altra parte, ciò non implica che alcune cassette contengano ancora un deposito."

Per quanto appaia assolutamente romanzesca, l'idea di Plantard è che nella zona intorno a Rennes ci siano dodici forzieri, dodici tesori, uno per segno zodiacale. Nel testo non dice esattamente dove si trovino tutti e dodici, ma di uno dà indicazioni molto precise: si tratta del tesoro dell'Ariete, nei pressi del Roque Nègre, proprio nel luogo da lui acquistato undici anni prima.

L'evoluzione del pensiero di Plantard è ora chiarissima: mentre nel 1962 aveva suddiviso l'intera Francia in aree zodiacali, negli anni successivi il suo interesse si sposta nella regione di Rennes, e la sua teoria si ridimensiona, coprendo un'area di soli 5 chilometri di raggio.

La cosa da far notare è che non esiste nessuna conferma storica di questa suddivisione, che è prudente - in assenza di conferme documentali o archeologiche - ritenere nata dalla fervida fantasia mitopoietica di Plantard. Tra l'altro, non è dissimile dalla più recente idea narrativa di Alfredo Castelli, che per non esaurire il tema del Graal in un solo numero di Martin Mystère creò il mito per cui esistono ben sette coppe in sette luoghi distinti. Plantard assicura una grande longevità alla sua idea, scrivendo di dodici tesori nascosti. La sua grande abilità sta anche nel rivelare e nascondere al tempo stesso una serie di indizi. Fornisce, infatti, una cartina in cui - con varie triangolazioni - fa saltar fuori il Roque Nègre, e lascia qualche altro indizio nebuloso per trovare qualche altro scrigno.

A questo punto c'è da chiedersi se Plantard stesse riferendo una tradizione precedente o no. Se così fosse, perché - mentre sono ben documentate le miniere d'oro e la leggenda del diavolo custode di tesori - non esiste nessuna traccia documentale dei dodici forzieri?

La fonte di ispirazione di Plantard è certamente la letteratura su citata, che vedeva nel Blanchefort e nel Roque Nègre degli scrigni di metalli preziosi e tesori. Molti storici sono concordi nel ritenere che l'uomo stesse elaborando una personale versione della storia locale che desse credibilità alla sua discendenza merovingia: pur avendo acquistato quei terreni nel 1967, infatti, ripeteva di averli ricevuti in eredità dai suoi antenati merovingi.

In quest'ottica, data la personalità di Plantard, si potrebbe addirittura pensare che abbia volutamente nascosto qualche forziere sulle montagne intorno a Rennes-les-Bains per conferire credibilità alla sua storia. Nulla lo prova, ma è difficile, passeggiando per quei sentieri, non lasciarsi cogliere dalla suggestione di questi pensieri. E una documentazione che provasse l'esistenza di una tradizione precedente a Plantard sarebbe un ritrovamento di importanza cruciale - così come avrebbe una grandissima rilevanza archeologica riportare alla luce anche solo uno degli scrigni cui Plantard fa riferimento.

Undici anni dopo, la mitologia ha un'ulteriore evoluzione. Nel 1989 Plantard ammette che il Priorato di Sion non è stato fondato da Goffredo di Buglione nel 1099, ma ne fa risalire le origini all'anno 1681. In una lettera del 4 aprile scrive: "Il nostro tesoro, quello del Priorato di Sion è il segreto del Roc Noir". Anche in questo caso, colpisce la chiarezza e il tono esplicito di Plantard. A differenza di tanti studiosi odierni, che collezionano una serie di anomalie per dimostrare che a Rennes-le-Château esiste un mistero - ma poi non spiegano di che mistero si tratti - Plantard non usa mezzi termini, e sostiene che il segreto al nucleo del Priorato di Sion sia "il segreto del Roc Noir" ovvero del Roque Nègre. Come possiamo essere così sicuri di questa identificazione? Lo sappiamo perché nel giugno dello stesso anno, sulla rivista Vaincre viene pubblicata addirittura una mappa della zona con i numeri delle varie particelle e i punti d'accesso alle miniere d'oro e di rame. Ma in che cosa consisteva questo fantomatico "segreto" del Priorato di Sion di cui parlava Plantard nella lettera? E cosa c'entrava il Roque Nègre?

E' il numero di settembre della stessa rivista a rivelarlo, costituendo l'ultimo e definitivo tassello alla mitologia di Plantard. A pagina 19 è riprodotta una scacchiera di 64 caselle cui sono stati sovrapposti i 64 esagrammi dell'I-Ching.

Al centro della pagina compare questa descrizione molto suggestiva: "Il tempio circolare si trova al Roque Nègre presso Rennes-les-Bains. Venne costruito tra il 1780 e il 1782 dal fratello Dubosc a 28 metri di profondità, negli antichi sotterranei e miniere. Una superba pavimentazione quadrata a mosaico ricopre il centro del suolo. Secondo alcuni documenti, sembra che il fratello Dubosc abbia soltanto fatto scavare un percorso per raggiungere il tempio circolare, dal momento che l'entrata normale non esisteva più nel 1780, e già da più di un secolo…"

Questo è l'ennesimo elemento di sorpresa nella già complicatissima mitologia sorta intorno a Rennes-le-Château. L'esistenza di un tempio circolare nei terreni di Plantard intorno al Roque Nègre non è mai stata accertata. L'attribuzione a Dubosc è quasi certamente apocrifa, dal momento che esiste un ricco dossier su di lui che, però, non parla mai di questo tempio.

Eppure, il clima culturale di quegli anni doveva essere propizio ai templi sotterranei: proprio nel 1989, in Italia, ad una cinquantina di chilometri da Torino, sotto una montagna della Valchiusella la Comunità di Damanhur realizzava un immenso tempio sotterraneo scoperto soltanto nel 1992.

Ma per cogliere il senso dell'idea di Plantard, non bisogna dimenticare che il Priorato di Sion si ispirava tra l'altro ai principi sinarchici, e l'idea di cunicoli sotterranei che condurrebbero ad un tempio ricorda molto da vicino l'Agharti, il regno sotterraneo del Re del Mondo. Un ingresso all'Agharti a Rennes-les-Bains, magari proprio sui suoi terreni?

Credo di non dover ribadire il mio scetticismo in merito, ma l'ipotesi che Plantard intendesse divulgare questa sua invenzione non mi sembra affatto campata per aria: già nel 1967 aveva nascosto le parole Rex Mundi in una delle due pergamene. Che identificasse se stesso con il Re del Mondo?

© 2017 Mariano Tomatis Antoniono