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 L'omicidio di Antoine Gélis 
Autore Messaggio

Iscritto il: 17 giugno 2004, 12:18 am
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Messaggio Re: L'omicidio di Antoine Gélis
Trovato! Eccolo qui di seguito:

Il palazzetto addossato alla collina ha tre piani e sovrasta la chiesa romanica di Santa Margherita di Antiochia. L' ingresso al piano terra si apre su uno stretto vicolo, al quale si accede attraversando la piazza del paese. Una stretta scala interna un vero e proprio sottopassaggio, collega la canonica direttamente con la chiesa. All'interno dell'abitazione, al terzo piano, la perpetua ed una parrocchiana rinvengono un cadavere, vestito dalla tonaca, disteso sul letto, martoriato dai colpi dell'assassino che - dopo lo scempio - ha ricomposto la salma, appoggiandole sul petto un crocifisso. Si tratta di don Emilio Gandolfo, parroco di Vernazza. Come e quando sia stato ammazzato è il mistero da svelare. Dopo alcune indagini, il magistrato conclude che "il parroco non presenta ferite che da sole potessero causarne la morte". Come è morto, allora, il sacerdote? E perché? L'assassinio potrebbe essere avvenuto due giorni prima, giovedì 2 dicembre 1999: nella giornata precedente, infatti, nessuno aveva visto il sacerdote in giro per il paese, né costui aveva ritirato la copia del giornale che gli veniva recapitato quotidianamente. Sono state le due donne a rinvenire il corpo, preoccupate com'erano dall'assenza del sacerdote alla messa dei Vespri del venerdì. Una messa cui don Emilio arrivava sempre puntuale.

Sul posto, orribilmente deturpato dagli schizzi di sangue, sono accorsi i carabinieri delle Cinque Terre, il vescovo Staffieri e il sindaco di La Spezia Leonardini. All'arrivo del medico, Marisa Tessa, gli inquirenti non hanno avuto dubbi: si trattava di un delitto.

L'anziano parroco, nato a Sestri Levante il 3 novembre 1919, aveva da poco compiuto gli ottant'anni. Una vita spesa ad insegnare in un liceo di Roma e, più tardi, a seguire le parrocchie di Levanto e Bonassola. Con una passione particolare: quella per la Terrasanta, che raggiungeva spesso in pellegrinaggio.

Tra le prime ipotesi, si avanza quella del furto: don Emilio potrebbe aver sorpreso qualcuno intento a rovistare in canonica - trovata a soqquadro. A quel punto ci sarebbe stata la reazione degli ignoti ladri.

L'autopsia, eseguita il giorno dopo il ritrovamento, rivela che il parroco sarebbe stato picchiato selvaggiamente prima di essere finito a colpi in testa nella tarda serata del 2 novembre, dopo la messa serale: aveva tutte le costole fratturate e un femore rotto. E' stato poi colpito per tre volte alla testa, con un corpo contundente che ancora non è stato trovato. L'ipotesi iniziale, che considerava il crocifisso la possibile arma del delitto, è stata esclusa perché l'oggetto di culto non presentava tracce di sangue. Non è da escludere, invece, che don Emilio abbia esibito l'oggetto sacro per fermare l'aggressore.

Un secondo risultato dell'autopsia è stato quello di allargare le indagini a due o più aggressori, dal momento che una sola persona non sarebbe stata in grado di compiere un'aggressione del genere. Un particolare decisamente anomalo è che l'aggressione sarebbe avvenuta al piano terra, dove ci sono gli uffici della canonica e dove sono state trovate delle macchie di sangue, mentre il cadavere si trovava al terzo piano, nei suoi appartamenti.

Successive indagini hanno portato alla luce un reperto chiave: sotto le unghie del sacerdote sarebbe rimasto un capello. Dell'assassino?

La pista del furto perde via via credibilità: successive ispezioni della canonica rivelano che non manca nulla di valore, compreso il computer portatile, da cui il sacerdote non si separava mai, che conteneva - tra l'altro - alcune versioni elettroniche dei molti libri e pubblicazioni firmate da questo parroco, studioso della Bibbia, di san Paolo e dei Padri della Chiesa: Origene, Agostino, Gregorio Magno, la pellegrina Eteria, l'anonimo piacentino, san Bernardo, Carlo de Foucauld, ma anche Orazio, Dante e Manzoni. Il denaro è rimasto sulla scrivania, qualche cassetto rovesciato a bella posta, quasi ad inscenare una rapina. "Ho letto il referto", dice il sindaco. "Chi lo ha ucciso si è accanito come una furia sul sacerdote. Lo ha torturato, segno di un odio profondo. Oppure voleva carpirgli qualche segreto".

Ma di che segreto potrebbe trattarsi?
Avanza qualche ipotesi Maurizio La Ferla su La Nazione del 12 marzo 2000: "Don Emilio Gandolfo era un personaggio scomodo. Perché era a conoscenza di molti segreti, piccoli e grandi. Nei suoi cinquantasette anni di sacerdozio e soprattutto in quelli passati a Roma [...] era entrato in contatto con alcuni personaggi del terrorismo rosso". Fra i suoi allievi c'erano effettivamente brigatisti o amici di brigatisti. Sembra che don Emilio fosse a conoscenza di strani risvolti della strage di piazza Fontana.

Esclusa l'ipotesi del furto, gli inquirenti pensano che gli assassini abbiano contattato il sacerdote il 30 ottobre, al suo rientro da un pellegrinaggio in Egitto, forse minacciandolo di morte. Sono in molti, in effetti, a ricordare il parroco stranamente preoccupato negli ultimi giorni di vita.

Su Avvenimenti del 15 luglio 2000, Antonio Thiery si chiede ancora: "Emilio Gandolfo era a conoscenza di qualche segreto che volevano carpirgli? O depositario di qualche documento? E poi tutto lascia pensare che conoscesse gli assassini, che avesse aperto con le proprie mani la porta, che non presenta segni di scasso. Ma don Emilio, specie di sera, non apriva a nessuno, soprattutto al piano terra, dovendo scendere tre piani di ripide scale. Invitava, semmai anche gli amici più cari, anche il sindaco del paese, ad entrare nel suo appartamento dall'ingresso secondario, al terzo piano, lungo il sentiero per Monterosso. Se è sceso ed ha aperto, almeno uno degli assassini, ed a questo punto le notazioni si fanno inquietanti, doveva essere una persona nota, forse molto importante ed autorevole. [...] Che cosa cercavano gli assassini tra le carte ed i libri di un personaggio di questo genere? Quali carte aveva? Lo hanno massacrato per farsi rivelare qualche segreto? E quale segreto? Non volevano che tornasse a Roma? Perché lo pregavano di rimanere a Vernazza dicendo che non sapevano come sostituirlo se poi già dopo pochi giorni nella chiesa di Santa Margherita si è insediato un nuovo parroco? Che cosa sapeva Emilio (e volevano farsi dire) di trent'anni della storia d'Italia (dei trent'anni in cui le stragi ed il terrorismo sono stati una strategia politica) di cui era stato attento e critico testimone? La dinamica dell'aggressione e dell'assassinio è diversa da quella fin qui ipotizzata?".

Durante una puntata della trasmissione "Chi l'ha visto?", il curatore testamentario, giudice Paolo Numerico, dichiara che (1) dalla canonica è sparito un piccolo crocifisso di legno, (2) nella stanza di don Emilio è stato ritrovato un libro non suo e (3) ai funerali ha partecipato un uomo che non avrebbe dovuto trovarsi lì, a fronte degli obblighi di firma giornaliera a La Spezia per un'indagine sul suo conto. Numerico si sofferma particolarmente sul crocifisso, spiegando trattarsi di "un'opera in legno scuro, alta circa 30 cm, alla quale don Emilio era particolarmente affezionato". In un'occasione la moglie prese in mano il crocifisso per pulirlo, e il parroco si affrettò a dirle di far attenzione a non dannegiarlo, rimanendo ad osservarla per tutto il tempo.
Il libro "fuori posto", invece, consisteva in un volume delle preghiere liturgiche giornaliere - appartenente ad un uomo al quale anni prima don Emilio aveva impedito di prendere il diaconato.

Il caso resta irrisolto, anche se dopo quattro anni la stampa solleva nuove ipotesi. E' il caso di Alessandro Franceschini, che dalle pagine de Il Secolo XIX (25 gennaio 2004) cita il business miliardario del Giubileo 2000 come sfondo dell'omicidio. Il sacerdote sarebbe stato ucciso da un "intrigo internazionale all'ombra del Cupolone" - come lo chiama il giornalista: don Emilio viene definito "grande biblista, studioso ed esponente dell'intellighenzia ecclesiastica, conoscitore della Curia romana, refrettario al tran-tran imposto dalla gestione di una parrocchia". Il movente? "Poteva essere depositario di un qualche segreto che lo rendeva in qualche modo pericoloso. Per questo sarebbe stato eliminato. Non a caso l'omicida ha fatto sparire un'agenda diario, alcuni floppy-disc, persino il cellulare".

Una morte cui, paradossalmente, è lui l'unico a poter dare un senso. Scriveva infatti: "Una vita compiuta è come una spiga colma, matura. Quando il grano è maturo, si miete. La mietitura è una festa. E la morte, più che la fine è da considerare il compimento. Riusciremo a convincerci che la nostra vera ricchezza nasce da questa spoliazione e che soltanto l'amore spinto alla follia è capace di attrarre a sé tutte le cose e di trasformare ogni strumento di morte in albero di vita?".

Mariano Tomatis
9 agosto 2004

_________________
Mariano Tomatis Antoniono


6 maggio 2011, 6:08 pm
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