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 Boudet 
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Iscritto il: 30 giugno 2004, 1:05 am
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Vi interessa un cartoncino da visita dell'Abbebbebbé, alla modicissima somma di 150 euri (di partenza)?

http://cgi.ebay.it/Rennes-le-Chateau-Ab ... dZViewItem


ooohh, spicciatevi... sennò me lo compro io... :D


10 ottobre 2005, 4:27 pm
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...ci avevano già provato! Non riescono a piazzarla, maledizione!

_________________
Mariano Tomatis Antoniono


10 ottobre 2005, 4:50 pm
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Uela che profanazione. :shock: Bisognerebbe costituire un'associazione, autotassarci, e acquistare queste reliquie per evitare che qualcuno le profani, magari uno dei Famigerati Autori Demistificatori (i famosi FAD).


10 ottobre 2005, 5:34 pm
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eh si, che se capita nelle mani sbagliate fra qualche mese ce lo ritroviamo di nuovo fra i piedi, magari con la firma "l'Abbè Lupén" :D


11 ottobre 2005, 4:00 pm
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Eh si, è proprio vero Mig!:lol:

BB & baci,
Clio

_________________
...e il tempio del Graal aveva la forma splendente di un ottagono...


11 ottobre 2005, 5:42 pm
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Riporto in questo Sito Bianco (per chi ne avS interS) una traduzione della “Religione dei Druidi”, di Edouard Schuré (avete presente quello dei "Grandi Iniziati"?!) già apparsa a puntate sul Sito Nero.
La ripropongo globalmente, con la spiccia premessa ed i miei brevi riassunti didascalici (in corsivo) che introducevano le varie parti.

La inserisco nel thread di Boudet, visto che uno dei fissati era proprio lui.

Buona lettura
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L’Abcdé, termina il suo libro all’incirca con queste parole:

(…. ) I capi delle diverse tribù, svincolandosi dall'autorità suprema del Neimheid, hanno dato inizio alla decadenza e quando la nazione, vinta da Cesare, divenne ormai parte dell'impero romano, le antiche e pure credenze religiose insegnate dai Druidi fecero posto al culto idolatra diffuso dai vincitori. I templi di falsi dèi macchiarono la terra celtica, ed il popolo corrotto si abbassò ad adorare Teutatès, Belenus ed Ogmius od Oghan.
Non possiamo metterci a studiare i nomi di queste false divinità e le altre credenze idolatre dei Galli ormai degenerati. L'abisso nel quale furono trascinati è troppo orribile affinché ci si possa attardare a sondarlo (….)

Eppure, secondo Edouard Schuré, i nomi citati da Boudet erano invece proprio divinità originariamente celtiche, specifiche del culto druidico… Riporto e traduco senza impegno un passo tratto dal suo libro “La Druidesse”. La mia edizione (Perrin et C.ie, Lib et Ed.- Parigi 1914), riporta, pima del dramma in cinque atti, uno studio di una sessantina di pagine, intitolato “Le Reveil de L’Ame Celtique” diviso in tre capitoli, l’ultimo dei quali si intitola: “La Religion des Druides. Le Dieu Bélen. La Nuit Sainte et le Gui Sacré”. La seguente traduzione si limita a questo capitolo.


La Religione dei Druidi -
Il Risveglio dell’Anima Celtica -
La Religione dei Druidi. Il Dio Bélen. La Notte Santa e il Vischio Sacro.

E’ tempo di parlare di questa religione dei Druidi, che lasciò su tutti i Celti la sua chiara impronta, e dalla quale i Galli rievocano le loro più forti pulsioni. Il druidismo non è nato in Gallia. Esso fu importato attraverso i Cimbri venuti dalla Gran Bretagna. Una razza affine ai Galli, che parlava lo stesso linguaggio, ma di taglia più alta, dal cranio oblungo e di carattere più introverso. Alle tumultuose genti della Gallia che, in quelle zone di foreste e di acquitrini, abitavano in villaggi di legno sulle rive dei fiumi o sulle cime dei monti, i sacerdoti dei Cimbri, vestiti di lino bianco e coronati da foglie di quercia, armati di scettri inghirlandati di fogliame, seppero imporre dei riti, delle credenze e delle nuove divinità, con un’organizzazione religiosa che abbracciava tutta la Gallia. Fu un inizio di unità nazionale. Essi formavano un’aristocrazia ereditaria, che poteva accrescersi di nuove famiglie attraverso l’iniziazione, e che eleggeva il suo arcidruida. Le loro assemblee generalmente si tenevano presso i Carnuti, nel centro della Gallia. Vi si vedeva allora un lago sacro e un tempio. Era la Delphi gallica, santuario e tribunale supremo. Questo perché le funzioni, a volte religiose a volte giuridiche dei druidi, somigliavano a quelle degli Amphyctioni nell’antica Grecia. Essi giudicavano in ultima istanza le diatribe fra persone e privati che andavano da loro per sottoporvi le proprie dispute. Questi li consultavano ed assistevano alle loro feste coscienti che, al di là della foresta santa, l’autorità dei druidi si estendeva ben lontano, fra tutti i popoli della Celtide.

Non abbiamo che la voce dell’antichità greco-latina per vantare la saggezza dei druidi, le loro conoscenze in astronomia, in botanica, in medicina e nella scienza divinatoria. Si parla poco delle loro funzioni sacerdotali, ma li si innalza più come sapienti, come moralisti, come pensatori speculativi.
I più illustri scrittori, filosofi, oratori, storici, statisti, naturalisti, viaggiatori e poeti concordano su questo punto. I passi di Aristoele, di Cicerone, di Strabone, di Cesare, di Plinio il Vecchio, di Pomponio Mela e di Ausonio, ci forniscono indicazioni preziose ed infinitamente suggestive. Senza di queste noi non sapremmo niente dei nostri primi istruttori, ma anch’esse non sono che frammenti senza legame apparente. Somigliano a quei rami di betulla, di ligustro delle brughiere, a quei rametti delle varie specie che i druidi intrecciavano sapientemente per comporre molteplici segni, rune viventi, scrittura simbolica ed espressiva. Le Druidesse le variavano inghirlandando fiori, nei loro templi boschivi, costruiti con tronchi d’alberi ed arbusti. Ma, per comprendere questo linguaggio di rametti e corolle, occorre averne la chiave.

Essendo i Druidi stati scacciati e relegati nella Gran Bretagna prima dagli imperatori romani, poi soppressi dai vescovi cristiani, non si può intravedere la loro cosmogonia e la loro morale se non attraverso i loro successori, i bardi, così come attraverso le epopee pagane e le tradizioni popolari dei paesi del Galles e dell’Irlanda. Una cosa che risulta chiara da tutte le testimonianze è che, a fronte di un culto ufficiale, di cui i Drudi avevano l’alto controllo, essi possedevano una dottrina segreta che ne rivelava il vero senso. Questa scienza tradizionale, non scritta, che trattenevano a mente, essi l’avevano condensata in triadi o strofe di tre versi che facevano apprendere a memoria ai loro allievi. La triade era un mezzo mnemotecnico. Le idee si raggruppavano tre a tre. Generalmente la prima era di ordine metafisico, la seconda di ordine morale, la terza di ordine naturale. Ciò aveva una ragione profonda. I Druidi sapevano che tutto coincide e si incastra, nel mondo divino così come nel mondo umano e in quello naturale, e che in realtà questi tre mondi non ne formano che uno solo, poiché le cose vi procedono, le une dalle altre, per serie analogica. Il metodo e il quadro del loro insegnamento conteneva dunque già il principio della loro filosofia.

Diciamo all’inizio con tre parole quello che fu la religione popolare dei Galli e diamo poi uno sguardo, per un istante, nella dottrina segreta dei druidi. Vedremo una luce imprevista, gettando la seconda sulla prima. Questo produrrà l’effetto di un fuoco acceso, la notte, in una foresta vergine. Brancolando attraverso tenebre spaventose, paludi e fratte inestricabili, dove alberi colossali si torcono, con liane simili a rettili mostruosi. Ma, al primo scaturir della fiamma, al di sotto di questo caos, appare un tempio di vegetazione, dove frondami meravigliosi si allacciano e ricadono dalle volte gigantesche.


Riassunto della prima puntata: i Druidi avevano una religione.


Prima dell’arrivo dei druidi, i Galli, come tutti i popoli primitivi, già vivevano in intima comunione con la natura e l’ambiente. Ma, essendo le loro idee povere di discernimento, non vi era una gerarchia nei loro Dei , né unità nel loro culto. Le loro impressioni e le loro percezioni si traducevano in una variegata mitologia. Essi adoravano una quantità di divinità locali. Al di sopra dei Vosgi si elevava il dio Vogésus; nel profondo delle Ardenne regnava la dea Arduine, ed Héussa, la regina dell’Orrore, dominava le scogliere dell’Isola d’Ouessant. Fiumi e montagne pullulavano di geni animati. Non v’era picco senza gigante, o baratro senza dragone. Le fate verdi percorrevano le foreste, le fate bianche o blu fluttuavano sulle sorgenti. Quelle delle acque termali erano chiamate le Buone Madri o Guaritrici. Tutte questi tipi di spiriti elementari, buoni o cattivi, gnomi, elfi, folletti brulicavano fra le rocce e nelle caverne.

Senza sopprimere questi dei locali, i druidi istituirono in Gallia un dio nazionale, Teutatès, rivelato, dicevano, dal grande antenato Hu-Gadarn, un condottiero di popoli, inventore dell’aratro e della barca, che un tempo giunse attraverso il mare nelle Gallie, da una lontana terra d’Occidente, perduta al di là dell’Oceano Atlantico. Il dio Teutates, portato da Hu-Gadarn, proteggeva l’agricoltura, le arti e l’industria; era dispendatore di ricchezze. Sotto di lui regnava, nel cielo, Esus, una specie di Giove gallico, che governava tutti i fenomeni atmosferici. Quando i popoli celtici difendevano le loro case o marciavano nelle loro conquiste, il luminoso Esus cambiava di nome e d’aspetto. Si velava il volto e si copriva di un’armatura di nuvole. Egli diveniva Tarann, il dio del fulmine e della guerra. Nella scia delle nuvole che gli facevano da scorta, volavano le anime dei morti che insufflavano nel cuore dei vivi un intrepido coraggio. Quando moriva un eroe, Tarann si occupava di portare la sua anima nel paese degli avi, al centro del sole, spinto dalle ali della bufera e della tempesta. Quanto alla morale che i druidi inculcavano al popolo attraverso i loro riti e le loro leggi, essa si riassume in una triade conservataci da Diogene Laerce: “Adorare gli dei - non far del male - praticare il coraggio” .

Tale era la religione ufficiale e popolare, ma ve n’era un’altra, segreta, che i druidi insegnavano ai giovani delle famiglie nobili, nel profondo dei loro ritiri boschivi. Questo insegnamento, che veniva impartito in periodi fissati, si raccoglieva, sotto forma di triadi, in un lungo poema che i druidi sapevano a mente, che i loro allievi dovevano apprendere a memoria, ma che nessuno aveva il diritto di scrivere. Cesare, Lucano, Mela ed altri non ne hanno conosciuto che dei frammenti. Ma i tratti essenziali della dottrina dei druidi, che essi hanno interrogato con curiosità, spuntano dai loro scritti: “I Druidi, dice Cesare, raccontano che la razza gallica venne generata da un dio possente di specie e di origine sotterranea”. Altri autori chiamano questo dio Dis-Pater o Plutone. Cosa vuole significare questa origine dell’umanità nelle tenebre attraverso il dio degli abissi? Allusione trasparente all’epoca lontana, immemorabile, in cui gli uomini vivevano ancora, sotto un cielo sempre coperto di nuvole, su quella misteriosa Atlantide, dei quali i druidi avevano conservato per tradizione un vago ricordo. Quanto al dio crepuscolare, padre dell’umanità primordiale, specie di Saturno folgorato o di Lucifero incatenato su un pianeta, era il re di un popolo di ombre infelici, che regnava sulla sfera della Necessità e della Morte. Da lui proveniva l’opprimente catena dei flagelli, delle sfortune e delle miserie che pesano sulla razza umana. Ma questo Dio non era il Dio Sovrano. Al di sopra di lui, nel vasto cielo, fra gli astri innumerabili, regnavano gli Dei della Luce, della Libertà e della Bontà.

Il più famoso era Bélénos, il Dio solare. Era da lui che venivano i benefici, le grazie, le speranze. E’ lui che ha rivestito la terra del suo manto vegetale, del suo tappeto di foglie e di fiori. E’ sempre da lui che passarono le anime umane, figli dell’Ether, tessuti nella più pura essenza della luce. Solo il corpo degli uomini fu plasmato con l’argilla terrestre dall’antico Saturno, figlio della Notte primordiale. E’ per le loro colpe ed i loro crimini che le anime caddero, in principio, nell’Abisso (Anoun) e poi nel cerchio soffocante della Necessità (Ankena) sulla Terra. Adesso, tutti gli sforzi debbono tendere a ricongiungersi alla génie primitiva (Awen) per risplendere di un nuovo chiarore sotto l’irradiazione del loro vero Dio (Bélen), il Re del Sole. E ciò non è possibile se non attraverso una lotta incessante ed una serie di esistenze, lungo il cerchio della trasmigrazione (Abred). Negli intervalli delle loro vite terrestri, le anime umane vivono in uno stato intermedio, che i druidi simboleggiavano con due diverse regioni. Quelli che hanno agito male ricadono nell’Abisso tenebroso (Anoun). Quelli che hanno fatto del bene soggiornano presso gli eroi, nelle isole felici, situate nel mezzo dell’Oceano. Vengono ivi trasportati da barche leggere sospinte dai venti. Ma verrà un giorno in cui il Cerchio della Necessità sarà spezzato dallo sforzo degli uomini e dall’espansione del Dio della Luce, e le anime umane ritorneranno al Cerchio della Felicità (Gwynfyd) nella corona del Sole, e vibreranno esse stesse come Dei nei suoi raggi viventi.

Si immagini ora che pungolo all’azione, che fiaccola nel sogno, dovesse essere questa dottrina dell’immortalità per una razza così impetuosa e combattiva. I Greci ne rimasero colpiti. Anch’essi credevano nella sopravvivenza dell’anima, ma sotto una forma più umile e ricoperta d’un manto di malinconia, come da un velo funebre. Il loro paradiso, come il loro inferno, era relegato sotto terra. Le anime dei migliori erravano tristemente nel vago crepuscolo dei campi elisi, sopra pallide praterie disseminate di asfodèli. Achille, a dir d’Omero, avrebbe preferito essere l’ultimo dei servi del podere, sotto il sole cocente, che un re presso i popoli delle fredde ombre. I Galli si facevano tutt’altra idea della vita postuma. Dopo la morte, pensavano, le anime si lanciano nello spazio, seguendo i venti e le nuvole e vagando liberamente per l’universo. Qualche volta esse ritornavano per aiutare i vivi nei loro travagli, o combattere insieme ai loro fratelli sui campi di battaglia, a meno che esse non avessero già raggiunto gli antenati presso le isole felici dell’Oceano, prima di salire alle sfere celesti. Così i Greci ed i Romani si stupivano della facilità con la quale i Galli correvano alla morte e vi si gettavano incontro quasi fosse una cosa piacevole. Li si vedeva allestire il rogo funebre dei loro amici con una superba fiducia, persuasi che essi continuassero la loro vita presso gli dèi. Se ne vedevano alcuni che accettavano di morire al posto di un altro, con un otre di vino che essi distribuivano agli amici, e tendere gaiamente la gola al coltello dopo un gioioso festino. Ai loro occhi, questo non aveva maggior importanza che attraversare un fiume a nuoto e passare da una riva all’altra.

Si sbarazzavano del loro corpo, nell’attesa di un involucro più adeguato, così come si getta un vecchio straccio per vestire un abito nuovo. Gli Epicurei scettici d’Atene, e perfino gli Stoici di Roma si stupivano di tanta audacia. Questi liberi pensatori, che tenevano alla loro pelle, trovavano che il coraggio gallico non fosse che ostentazione e cinismo. Noi stessi sorridiamo dell’ingenuità di quei barbari, che gettavano delle lettere nelle fiamme di un rogo funebre, persuasi che il morto in partenza le avrebbe portate ai loro parenti defunti. Ma questo non prova forse la singolare energia della fede nell’immortalità, che i druidi avevano instillato in questa nazione?

Questa idea si riveste di una beltà superiore e di una vera grandezza morale nella cerimonia che accompagnava il “giuramento dei fratelli d’armi”. Allorché due capi o due amici dello stesso rango si erano scelti come compagni inseparabili, essi si recavano in un luogo appartato, dove bruciava il fuoco del dio Bélen, in pieno bosco, su un altare di granito, in un tempio circolare, formato da monoliti o da tronchi d’albero. Di fronte all’Arcidruida, rappresentante del grande Antenato della razza, davanti al fuoco sacro, segno della presenza del Dio, essi si giuravano fedeltà in questa vita e nell’altra. Il Druida gli offriva una coppa di idromele. Dopo essersi praticati un’incisione sul braccio, i giovani mischiavano al liquido qualche goccia del loro sangue. I Vati (ovates) vi facevano seguire una pioggia di scintille, dalle loro torce accese sul fuoco di Bélen. Pronunciando il giuramento, i guerrieri bevevano a turno, scambiandosi poi le loro spade ed incrociandole l’una sull’altra. Il giuramento di amicizia, di combattere insieme in entrambi i mondi, li elevava, da questo, al cerchio di Bélen, la cui fiamma scorreva ormai nelle loro vene.

(Riassunto delle puntate precedenti:
Siccome in Celtia inglese cresceva religione in abbondanza, i Druidi la esportano in Celtia francese, dove invece ve n’era penuria e peluria.
Ai popoli barbari ivi dislocati, i Sapienti spiegano che l’anima è immortale.
Appresa questa novità, il Galli diventano allegri e son tòt cuntént quando vanno a morire; i Tacchini un po’ meno poiché, atei per istinto, sono da sempre refrattari a qualsiasi religione e soprattutto al Natale e al Thanksgivingday.
Osservandoli con la puzzetta al naso, i Greci epicurei e i Romani stoici pensano che i Gallici fraintendono la dottrina dell’immortalità perché si fumano cose proibite dal Codice Sirchia (Codex Sirkius).
Prima i Galli avevano molti Dei, con l’aggravante dell’Animismo: Vogesus (dio dei Vosgi), Arduine (dea delle Ardenne), Heussa (dea della Paura), TomaSit (divinità dei siti internet), AsmoSillus (metà demone e metà repubblica francese), Alfredignos (dio della ricerca e delle biblioteche) e tanti altri. In più adoravano un numero impressionante di Orchi, Dragoni, Folletti, Farfalle, Nani, Gnomi, Elfi, Giganti, Streghe, Silfi, Mostri, Spiritelli, Babau, Fatine di vari colori e Veline di canalecinque.
Siccome lo spazio cominciava a scarseggiare e gli affitti delle case e delle grotte erano arrivati alle stelle, i Druidi glieli tolgono tutti: fanno piazza pulita e li sostituiscono con quattro o cinque raccomandati di loro conoscenza (che mangiano pure loro, ma almeno sono in pochi!)



Si può vedere in questo rito l’influenza del pensiero druidico sulla vita individuale. La sua portata familiare e sociale appariva nella “festa della primavera”, che era al tempo stesso quella della rinascita universale, della generazione e del matrimonio. Le coppie, seguite da una folla immensa, affluivano alla stessa radura, adornata con sontuoso decoro dei frutti dell’anno. Dopo i sacrifici e le feste, al sopraggiungere della notte, ci si recava al tempio di Bélen. Le coppie trovavano i druidi riuniti intorno all’altare; il fuoco si assopiva sotto la cenere. Lo si vedeva spegnersi nell’oscurità crescente. Ma le druidesse vi gettavano sopra i fiori sacri: l’erba d’oro, la verbena, la primula, il trifoglio - e all’improvviso, al canto dei bardi, esso si ravvivava di una fiamma rossa ancor più ardente.

Allora un immenso pianto di gioia si innalzava dalla folla per salutare il ritorno del Dio. Quella notte, Bélen diventava il Dio dell’amore e della generazione fisica. Lui, che fa rinverdire le piante, fremere le foreste e impollinare i fiori fra loro, si compiace anche della fioritura dei corpi. Le bocche che si cercano, le coppie che si uniscono nei boschi ombrosi, chiamano alla vita una nuova messe umana. Ecco cosa annunciavano quei suoni di tromba, quei giri delle druidesse intorno agli altari, quelle danze di guerrieri intorno alle loro spade piantate in terra al bagliore delle torce, quei fuochi di gioia visibili da montagna a montagna. E’ Bélen che feconda la terra. - E’ la festa del concepimento felice.

Ma il pensiero sublime dei druidi, illustrato attraverso il loro culto singolare, si tradisce nella più misteriosa e più sacra delle loro feste religiose: la “raccolta del vischio” durante la “notte santa”.
I sapienti della Celtide avevano una venerazione particolare per tutte le piante e si applicavano in uno studio minuzioso delle loro forme, delle loro caratteristiche e delle loro virtù curative. Credevano che esse provenissero da un mondo superiore, più che dalla terra. Non sono forse esse le figlie innocenti e sempre pure del sole? La loro immagine originale fluttuava nella cintura eterea prima che il nostro mondo fosse estratto dall’abisso. I druidi osservavano con curiosità le loro emanazioni magnetiche, la loro aureola d’etere visibile soltanto ad occhi esercitati, il loro intimo rapporto con gli astri e la sottile simpatia che faceva loro aprire o chiudere i propri petali al sole o alla luna. Ma nessuna pianta sembrava ad essi miracolosa quanto il vischio, poichè questo incarnava il pensiero-madre della loro dottrina.

Le altre piante crescevano alla rinfusa o a caso nel vasto grembo della terra. Il vischio non fiorisce che sulla quercia dove germoglia il suo seme portatovi dagli uccelli del cielo. I teneri acini della pianta parassita si aggrappano al re della foresta, vanno a cercare sulla sua rude corteccia la linfa necessaria per nutrire il forte gambo e le dure foglie. E mentre l’albero gigante si spoglia, ramo dopo ramo, quando tutta la foresta sembra morta sotto una spessa coltre di neve invernale, solo il vischio sempreverde fiorisce sul tronco della quercia. Così, dicevano i druidi, l’anima umana, che viene da altrove, si incarna in un corpo appropriato e sopravvive alla morte delle cose. La festa del vischio, celebrata al solstizio d’inverno, durante la notte più lunga dell’anno, Mathair Nocht, la Notte-Madre come la chiamavano, segnava dunque il ritorno delle anime sulla terra e la loro vita immortale, il ricominciare dell’uomo con l’incarnazione ed il ricominciare dell’anno con il nuovo corso del sole.

Riassunto delle puntate precedenti
Grati ai Druidi per averli alleggeriti del loro ingombrante Pantheon, i Galli si inventano un fracco di Feste (onomastici, compleanni, primo maggio, la befana, ferragosto ecc. ecc) però TRE erano le più importanti.

La prima vera festa era la Festa della Prima Vera che si teneva, poco fantasiosamente, durante la prima luna di prima vera. Chi riusciva ad arrivare a primavera aveva svernato. Superare il gelido inferno dell’inverno dell’interno significava, col freddo che fa da quelle parti, avere buone possibilità di arrivare all’autunno successivo. Erano tutti felici perché i fiori fiorivano, i frutti fruttavano, i campi campavano, ma più di tutti erano contente le coppie, perché si accoppiavano.

La seconda festa importante era Sanpaganino, una festa pagana (relativa alla paga) che si teneva il ventisette di ogni mese: in quel giorno i druidi foraggiavano la popolazione con pane e foraggio; il nome di Sanpaganino deriva dal moderno inglese e, scomposto, significa:
“Shan = pure ‘sto mese”
“Paagh = una stozza de pane ”
“Han = se la semo”
“Inn = guadagnata”
“Ohh = Meno male”
(cfr. H. Boudet - La Vera Lingua Marchigiana - San Benedetto del Tronto - 1886 - passim et pessim)

Ma la festa più importante in assoluto era la Festa del Vischio.
Se c’era una cosa che gli piaceva ai druidi erano le erbe: le studiavano, le cucinavano, le coltivavano, ci si curavano e ci si frastornavano. I Druidi, all’arrivo del primo nevischio dopo il terzo piovasco, alzavano un fiasco e facevano un fischio: poi strappavano il muschio ed era l’inizio della Festa del Vischio. Tutti gli uomini allora preparavano il palo della cuccagna mentre le donne e i bambini e si mettevano in cerca della Piantazza Sacra al grido di “Aguilluoné” o di “Amarcòrd”. Chi la trovava per primo doveva strillare: “Primo!” e così vinceva dei biglietti gratis per il cinema.
Ma vediamo come si svolgeva questa festa, attraverso gli occhi lucidi di Plinio l’Alticcio…


Noi possiamo figurarci questa cerimonia che Plinio ha scrupolosamente descritto. Il sacerdote saliva con una scala di legno ai rami dell’albero, tagliava la pianta sacra con un falcetto d’oro e i vati la ricevevano, in basso, avvolgendola in una stoffa di lino bianco. Quel che ci sfugge oggi sono le emozioni dell’assemblea, sotto la possente quercia che lasciava risplendere la luna piena attraverso i suoi rami. Qui, tutto avveniva senza rumori, senza nulla che potesse ricordare l’esaltazione gioiosa della festa della primavera, ma in un raccoglimento profondo, un’attenta inquietudine, un silenzio solenne, interrotto solamente dal fremito delle arpe e dai colpi delle armature appese ai rami dell’albero secolare. Bélen, il Dio solare, era il Maestro delle Anime; ma egli incaricava la Dea della Luna, chiamata di volta in volta Bélisama, Sirona o Koridven presso i Galli, di inviare a terra le anime che dovevano reincarnarsi. In quel momento, forse, più di una donna gravida - di quelle che conoscevano il segreto del vischio grazie alle druidesse - credeva di sentirsi sfiorare dagli invisibili antenati, sotto la carezza dei raggi lunari, e doveva fremere, come toccata da un’anima, al primo sussulto del bimbo custodito nel suo seno.

Riassumiamo questa idea della religione druidica. L’iniziativa individuale ed il coraggio eroico, il culto degli antenati e il sentimento della nazione, ecco le possenti forze che i druidi sapevano stimolare nei popoli gallici, utilizzando come leva la dottrina della preesistenza e dell’immortalità dell’anima. Questi potenti sensitivi furono dei figli di Saturno che aspiravano al Sole. Detentori di una tradizione oscura, nondimeno ebbero delle illuminazioni stupefacenti sull’Aldilà e la loro dottrina dello spirito individuale, dell’Awenn, può essere considerata come il principio dominante della loro razza, che persisterà attraverso tutta la storia di Francia.

Riassunto del preterito :
Riassunto?!? Ma quale riassunto!! E che stiamo a scuola che faccio il riassunto? Ma leggetevele voi le puntate, razza di mendicanti, ché per sparambiare due soldi di collegamento a internet, poi vi devo fare i riassunti. Tsé…. Andiamo avanti e sentiamo checcidice sulle Druidesse l’esperto Eduà Sciuré, questo ampolloso ed un tantino misogino drammaturgo dal verso faticoso:


Una parola ancora sulle druidesse. Sembra che al tempo della conquista delle Gallie da parte di Giulio Cesare, il ruolo di queste enigmatiche sacerdotesse fosse già fortemente offuscato. Una moltitudine di indizi mostra tuttavia che queste profetesse ebbero una grande importanza presso i Cimbri e i Galli in un’epoca precedente della loro storia. Le loro sporadiche apparizioni si protrassero ugualmente ben oltre la conquista romana. Sotto il regno di Nerone, la regina Boadicée sollevò i Bretoni contro le legioni romane in nome di Adrastée, Dea della Vittoria. Raccontando la rivolta del “Batave Civilis”, sotto il regno di Vespasiano (verso l’anno 70 d.C.), Tacito parla di una certa Velléda, del popolo dei Bructèrii, che declamava oracoli da una torre e godeva di una grande autorità. Le si portavano dei trofei di guerra e dei prigionieri. Considerando l’etimologia del suo nome, questa profetessa doveva essere Gallica, poiché il suo nome in gallico significa “Veggente”.

Si direbbe che in una certa epoca i druidi in possesso di una tradizione sapiente, avendo perduto la loro chiaroveggenza, si servissero di donne presso cui la sensitività visionaria è più frequente, le educassero in merito, ed istituissero dei collegi di druidesse, alle quali fosse imposta la verginità come condizione favorevole allo sviluppo delle loro facoltà psichiche. Si deve dunque supporre che ci fossero delle druidesse famose e che le più dotate portassero nelle loro funzioni quella stessa devota passionalità che i Galli, i Kamma, i Kiomara, gli Eponini dimostravano nell’amore coniugale. Unite nei riti, nei sacrifici, sovrane degli oracoli, esse godettero di grande prestigio, durante un certo periodo. Ma anch’esse non sfuggirono ai terribili pericoli della loro arte che, da culto del divino, può facilmente volgersi in grossolana superstizione e perversione. Il potere senza controllo le consumò. Soggette alle passioni del loro sesso e della natura umana, esse si liberarono di ogni remora, profetizzarono nel sangue e nel crimine, approfittando del tipo di follia entusiasta con la quale l’aristocrazia dei Galli si compiaceva a morire volontariamente di coltello per proiettarsi nell’altro mondo.

Alcune, commosse da certi giovani guerrieri che si offrivano fieramente alla morte, ne facevano i loro sposi. Altre, diventavano crudeli e selvagge, esigendo vittime su vittime. Fu allora che i druidi le relegarono sulle isole perdute dell’Oceano, a Séna (l’Ile de Sein), presso la punta del Raz, a l’Ile de Nannètes, alla foce della Loira, a Ouessant - Enez-Héussa - l’Isola della Paura, e su altri scogli dell’arcipelago bretone. Sempre sostenute, temute, adorate come specie di divinità dalle popolazioni rivierasche, e sole in mezzo ai flutti, esse intimorivano, con i loro strani riti e le loro grida, i navigatori temerari che si arrischiavano nei loro paraggi lambendo le coste delle loro isole. Abili rematrici e nocchiere, le si vedeva, a volte, montare su barche leggere, guadagnare il continente per raggiungere furtivamente i loro amanti, al calar della notte, e fuggir via allo spuntar del giorno, a forza di remi, in equilibrio sulle alte onde che sembravano il loro elemento naturale. Si attribuiva loro il potere di scongiurare le tempeste e di agitare i flutti. Le une, si diceva, non potevano predire l’avvenire che rimanendo vergini; le altre non lo rivelavano che all’uomo abbastanza forte da domarle. Fu questa l’ultima decadenza di un sacerdozio antico e sublime.

Qualsiasi cosa si sappia di queste deviazioni e di questi eccessi, la druidessa ci appare agli albori della nostra Storia come una figura infinitamente suggestiva. Cingendo d’una corona di verbene la fronte delle loro vergini profetesse, i druidi consacrarono in esse il dono divino di percepire l’Invisibile attraverso le vibrazioni profonde del cuore. Nei secoli del ferro e del sangue, essi sentirono la Donna fremere al soffio dello Spirito. Ascoltarono cantare la sua anima, come le arpe sospese ai rami delle loro querce, cullate dal vento, in bilico fra terra e cielo.

(Nella prossima, sesta e - finalemànt - ultima puntata, Sciuré ci parlerà con struggente poesia delle isole al di là della Manica e del Risvolto dei pantaloni:
isole battute da turbinose tempeste, schiacciate fra venti impetuosi e schiumanti mareggiate, dove trovavano asilo e scuola elementare le Druidesse esiliate che non avevano i mezzi per riparare nella più confortevole Hammamet.
Infine, dopo un accenno ad un incontro con le rudi discendenti di queste druidesse che però ignorano di essere discendenti di esse druidesse, Sciurè concluderà il suo studio, finendo così - con nostro enorme sollievo - di danzarci in maniera poco aggraziata sui marroni.)


Si può avere ancora oggi una sensazione lontana dei tempi druidici andando a visitare l’Ile d’Ouessant, che si estende come una lunga tavola di granito, a otto leghe dalla “grande terra”, nel bel mezzo dell’Atlantico. Là, le scogliere e il mare cantano ancora, nel loro eterno dialogo, l’arcaica sinfonia al suono della quale si sono cullate le epoche. Gli antichi Dèi sono ancora là.


Non appena il piccolo vaporetto di Conquet, che porta il grazioso nome di “le Travailleur”, ha oltrepassato l’isola di Molène (la Chauve) ed entra, attraverso un arcipelago di scogli, nelle furiose correnti del Fromveur, il fragile scafo, sballottato in tutte le direzioni e flagellato dagli spruzzi delle onde, si mette a danzare come un guscio di noce. Si capisce allora che i nostri antenati della preistoria non hanno avuto torto a chiamare questa regione quella dello “Spavento”. L’impressione è non meno grandiosa quando si percorre l’isola ed il suo suolo brullo, così soventemente battuto dalla tempesta. Non un albero; a malapena, di tanto in tanto, un cespuglio. C’è là una casa di granito, coperta di licheni, in un recinto di pietre. Quando le falesie si fanno più vicine, laddove il superbo faro di Créach si erge al di sopra di un cerchio di rocce, che sembrano castelli fantastici assediati da mostri schiumanti sotto l’assalto delle onde, si incontra di tanto in tanto una pastora seduta su una roccia e circondata dai suoi agnelli.

L’abito e la bandana di quelle donne, dai tratti energici, è sempre di colore scuro. Le loro capigliature sono belle. Brune o ramate, esse cadono disciolte sulle loro spalle, in ciocche ondulate, secondo un’usanza immemorabile. Se vi siete persi sulle alte falesie, in una piega del terreno, o sulla spiaggia, fra un dedalo di umide rocce coperte di alghe, e se domandate la strada a queste isolane, esse vi risponderanno invariabilmente: “girate tutto intorno”. Accompagnano queste brevi parole con un gesto circolare che sembra fare tutto il giro dell’isola e dell’orizzonte. Parlano poco, le Ouessantine, ma nei loro occhi fissi e arrossati si legge una virile risolutezza nello sfidare la severità del destino. Minacciate incessantemente di perdere i loro mariti e i loro figli nel mare, esse prendono il lutto in anticipo. Padrone nei loro domini, esse si dedicano coraggiosamente a tutte le fatiche dei campi, arando, seminando e mietendo. Bisogna vedere con quale gravità adempiono ai loro doveri religiosi nella chiesa di Lampaul, strette le une contro le altre, come uccelli di mare, indossando le loro cuffie della domenica.

Ma ai primi giorni dell’autunno queste stesse donne si incamminano in una lunga processione verso un capo estremo che domina il mare. Dopo una preghiera mormorata sottovoce, ognuna getta un mazzo di fiori nei flutti, per acquietare la collera dell’Oceano. Da duemila anni, di secolo in secolo, si è tramandato questo costume. In quel giorno le Ouessantine ridiventano, senza saperlo, delle druidesse.

In ogni modo, sull’ondulata immensità del mare, si vedono scivolare incessantemente volute di vapori bianchi. Sono i piroscafi giunti da tutte le parti del mondo che vengono a destreggiarsi fra le terre di questi paraggi pericolosi, prima di entrare nella Manica. Dal ponte di quelle navi, l’Isola d’Ouessant, non sembra che una sottile striscia di bruma. Ma, ogni sera, i due grandi fari piazzati alle sue due estremità, le Créach e le Stiff, si illuminano come due fiaccole e proiettano su quel mare di naufragi i loro raggi protettori.

Nello stesso modo, la saggezza dei druidi fece fluire qualche raggio di verità primordiale nella confusione dei popoli barbari e aprì, nella notte dei tempi, il suo ventaglio di luce.


2 dicembre 2005, 3:31 pm
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Bravo, Mig! :lol: Interessante e dilettevole. Con dei commenti come i tuoi, nemmeno Schuré può tenerti testa. :wink:

BB & baci,
Clio

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...e il tempio del Graal aveva la forma splendente di un ottagono...


2 dicembre 2005, 9:59 pm
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grazie, CaraClio
i miei sproloqui in corsivo avevano solo lo scopo di alleggerire l'esposizione di Schuré, a volte un pò troppo "lenta" o colorita.

Eppure ti dirò... a tratti ho trovato il suo studio davvero interessante.
Per quanto relativamente breve, riporta gli appunti dei maggiori storici dell'antichità e, anche se fra le righe, vi si leggono informazioni che non sarebbero dispiaciute (ne son certo) neanche a Boudet, se solo le avesse avute a disposizione.

Insomma, secondo me è una bella storia, e Schuré (anche se la fa un pò palloccolosa) è capace di scriverla bene.

Baci anche a te.


3 dicembre 2005, 2:34 pm
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Si, sono assolutamente d'accordo. :wink:

BB & baci
Clio

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3 dicembre 2005, 7:34 pm
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