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 Codice da Vinci, successo fondato sul sangue (Stefano Jorio) 
Autore Messaggio

Iscritto il: 17 giugno 2004, 12:18 am
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Messaggio Codice da Vinci, successo fondato sul sangue (Stefano Jorio)
Che figura e opere degli artisti rinascimentali siano appetite dalla letteratura di genere per la costruzione delle sue trame noir, non sorprende chi abbia seguito negli ultimi anni la fioritura di thriller basati su qualità personali vere o presunte di tali artisti, su significati patenti o nascosti della concezione, dei dettagli, delle varianti dei loro lavori più noti. Due a caso: What I have written di John Scott, su Leonardo da Vinci; M l'enigma Caravaggio di Peter Robb.
Altrettanto poco sorprendente è che libri scritti pensando al film che ne verrà tratto (montati come sceneggiature), piacciano a un pubblico più avvezzo a vedere che a leggere. Che Il Codice da Vinci di Dan Brown, infine, sia il libro più letto in Italia nel 2004 (come si legge in quarta del suo nuovo Angeli e demoni), è forse il dato più ovvio: ma rende significativi i due romanzi, perché questa è letteratura che indica sentimenti e prospettive di molti.

Cosa è stato letto e ha appassionato? Cosa è stato visto e approvato? Due libri: Il Codice da Vinci, Angeli e demoni (entrambi editi da Mondadori). Sono brutti e piacciono. Capostipite, Il nome della rosa di Eco: il motivo colto, la Chiesa e le confraternite, uno Studioso Salvifico, la spiegazione romanzesca di fatti reali, le digressioni erudite, gli omicidi efferati.

Un grande paradigma percorre e apre i due romanzi a personaggi, luoghi, relazioni e avvenimenti narrati. Il paradigma del sangue. Agitano il vessillo del sangue. Ma non solo di quello versato a fiumi alla superficie della pagina. Lo agitano sotto, davanti a quell'immaginario in cui il sangue è metafora: fine della procreazione, garanzia di autenticità, emblema della distinzione. Nel Codice da Vinci il Sacro Graal, calice dell'ultima cena, sta per Maria Maddalena, moglie di Cristo: che a lei (non a Pietro) ha lasciato la Chiesa. Maddalena ha partorito una discendenza e giace in una tomba nascosta, insieme a documenti originali probatori. La Chiesa misogina vuole distruggerli e perseguita i templari, dediti al culto segreto di Maddalena e custodi del nascondiglio. Leonardo, adoratore della dea, disseminò la sua opera di segni che tramandano il segreto. Il protagonista li decifra.

In Angeli e demoni i delitti sono voluti dal prediletto del papa, che avvelena indignato il pontefice quando scopre che questi ha un figlio. Per ripristinare la sovranità della Chiesa sulla Scienza, inventa una truculenta congiura ordita da una setta di scienziati nemica del Vaticano. Si scoprirà che il figlio sanguigno del papa è lui. Non "carnale": il papa e la suora che amava aborrivano dalla copula. Fu inseminazione artificiale. Il dettaglio tecnico riabilita il papa agli occhi dei personaggi: era effettivamente un sant'uomo.

Maddalena, presunta donna-dea del Codice, è il Santo Calice contenente il sangue di Gesù Cristo. Ventre che porta la discendenza. Ancillare alla perpetuazione del sangue del maschio. E' lei la provetta della fecondazione, e interessa in quanto alveolo del seme, macchina che riproduce la stirpe: la rosa a cinque petali la rappresenta perché indica "le tappe della vita femminile": nascita, mestruazione, maternità, menopausa, morte. Un animale da monta. Applichiamo un metodo comparativo: si è mai sentito che le tappe della vita maschile sono nascita, produzione spermatica, paternità, impotenza e morte? Nei romanzi sulla tratta degli schiavi africani. Fare figli è l'essenza della donna, venerata se e in quanto assolve tale funzione.

In Angeli e demoni il papa (poiché padre ma casto) è grato alla scienza. Non conta che avesse un figlio: «Non commise alcun peccato». Magia del sangue sapientemente privato del piacere: tutto diventa buono, i personaggi commentano commossi le gioie della paternità. Il patricida apprende la «terribile verità: erano letteralmente vere» le parole padre e figlio. Un padre è più vero se c'è di mezzo il sangue. L'istituto del sangue punta il dito sulla labilità delle relazioni. La lettera reclama la priorità sulla metafora. L'essenza, di ciò che davvero è, disciplina l'apparenza di ciò che le persone hanno voluto.

Siamo a un'intersezione di poteri il cui punto di applicazione non è casuale nell'economia dei romanzi né nell'immaginario che li attraversa. Due tecniche di inseminazione, una tecnica narrativa: ispirate al grande paradigma del sangue, innestano sul corpo femminile un seme che vale per ciò che promette, per la discendenza che garantisce. Il sangue di Cristo. Il seme del papa.

Non sorprende che nel Codice il culto del principio femminile, che tanto ha fatto parlare, sia poi tutto come da copione: l'elogio della donna benefica, buona, salvifica, caro alla letteratura dallo Stilnovo a D'Annunzio. Brown sembra uno scolaro che ripeta la lezione a memoria: ma l'ha imparata senza crederci. Qualche sproposito qua e là gli scappa. Una donna giovane che sta con un uomo anziano può essere solo una mantenuta, una spogliarellista dell'Oklahoma scambia notti infuocate con consulenze scientifiche. Il seno di una ragazza è piccolo ma sodo. Metodo comparativo: «Aveva il pene piccolo ma sodo».

Il grande paradigma del sangue si declina in una casistica capillare: c'è il sangue-reazione, per cui Cristo (figlio di un falegname nella rivoluzione cristiana) diventa il rampollo di una dinastia reale; alcuni carcerati sono rudi ma intelligenti e l'eleganza di un baronetto è virtù ereditaria. Nell'universo di Brown si è eleganti per nobiltà ereditaria, chi possiede un castello con settanta ettari e un jet privato paga tasse assurde, e i personaggi valutano se la servitù inglese non sia preferibile a quella francese (cucina meglio?). C'è il sangue-natura, omofobo e disciplinatorio: Leonardo omosessuale nonostante il suo genio, il Bois de Boulogne «purgatorio di deviati» per i desideri di «maschio, femmina e tutte le gradazioni intermedie». Il sangue-natura è bipolare; individua faticosamente le minoranze sessuali come un'oscura gamma di variabili tra i due modelli biblico-biologici. E c'è il sangue-razza: che pronuncia stereotipi su francesi e italiani, ironizza su una donna «di colore» che preferisce definirsi afroamericana; estrae dal cilindro gli zingari (mai incontrati nella storia): il protagonista sviene, si sveglia in un luogo ignoto, disteso su un lettino. Odori di medicinali. E' nudo, gli fanno un'iniezione. «Zingari non sono», riflette. Come è noto, gli zingari distendono le persone su lettini, in stanze piene di medicinali. Gli tolgono i vestiti e le pungono con una siringa.

Ma la declinazione più curiosa è figurata: il sangue-arte. In romanzi costruiti su celebri capolavori, il sangue-arte misura le opere sul valore di mercato e sulla notorietà, piuttosto che sull'effettiva intensità dell'esperienza eventualmente suscitata. Anche l'arte è questione di essenza, creata da "mostri sacri". Sua modalità di funzionamento è l'intimidazione. Oggetto di feticismo, al suo cospetto si deve essere emozionati. Brown ama le maiuscole: l'Uomo, la Donna, il Bene, il Male: l'Arte.

Con simili premesse una grande opera non può che emozionare, così come la paternità è un miracolo e un incidente in Vaticano rincresce. (Pippo Del Bono: la cultura è diventata come il Louvre, giri per ore, vedi opere bellissime ma in fondo speri che finiscano le sale). Forse per questo Brown usa compulsivamente l'aggettivo famoso: la fama concede la maiuscola, riconosce soddisfatti i requisiti richiesti allo status di cosa in sé. Nella prospettiva istituzionalista di Brown è famoso tutto: un curatore d'arte, un'opera, un recluso, una tribù africana, un omaggio, un sistema di codifica, una parete, un esercito, un punto di ritrovo, il Pantheon, un indizio, San Pietro... come Snoopy quando si dirige alla cuccia pensando «ecco il famoso aviatore...».

Del sangue, Brown parla diffusamente: quello versato, quello tramandato e ereditato, quello che determina sentimenti. Mesi fa un film ce lo ha mostrato, a fiumi: La passione di Cristo di Mel Gibson. Hanno molto in comune: sono trucidi, reazionari, fondamentalisti, manichei. Propongono come carnefice l'Ebreo e l'Arabo. Sono casuali la loro apparizione ravvicinata, il successo? E i tanti libri e siti internet dedicati al Codice? Per chi è scritto Il Codice da Vinci? Brown ama le scatole cinesi: «Un rompicapo all'interno di un altro rompicapo»; «Una società segreta all'interno di un'altra società segreta», si legge nei romanzi. Nella loro morfologia da fiabe parlano di un mondo in cui esistono il Male, il Bene, l'eroe, il nemico, l'oggetto magico, l'aiutante. Alla fine, il cattivone è sempre Il Pazzo. Dopo cinquecento pagine di delitti dei buoni (ma chi sono?) e dei cattivi (ma chi sono?) resta il desiderio di una fede media, di una scienza media, che non facciano tanti casini. In termini strettamente narratologici, quello di Brown potrebbe essere un narratore onnisciente che fa finta di niente. Un omofobo all'interno di un reazionario all'interno di un essenzialista. Due thriller? Mica tanto. Due libri che fanno paura davvero.


14 febbraio 2005, 8:03 pm
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Iscritto il: 29 settembre 2004, 5:58 pm
Messaggi: 687
Messaggio 
testo interessante con qualche osservazione idiota tipo che Gibson propone come "carnefici l'Ebreo e l'Arabo".

Mah, l'intelligenza ormai è intermittente in molti (anche in me stesso)


14 aprile 2005, 9:28 am
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