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 UNA STORIA DI CORNA 
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Messaggio UNA STORIA DI CORNA
Ho pescato questo articolone filosofeggiante su RLC.



Una storia di corna

È questo il nucleo vero de “Il Codice Da Vinci”. E se no come lo chiamereste il suggello compiaciuto – prima in formato libro, ora in versione grande schermo – della solenne fregatura che inesorabile la realtà trama alle spalle di noi tutti?

di Marco Respinti - "Il Domenicale" 13 maggio 2006

Alle pendici dei Pirenei sorge un paesino, Rennes-le-Château, che nessuno conoscerebbe – né esso, né la sua parrocchia, né il suo parrocco, don Bérenger Saunière – se non fosse per la ridda di presunti misteri che lo circonda dalla fine dell’Ottocento. Lo schermo lo ha però bucato a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando al suo “caso” hanno cominciato a interessarsi esoteristi, occultisti e paranazisti vari alla ricerca del segreto del mondo, della pietra filosofale, della chiave di volta di tutti i misteri.
Sarebbe infatti che lì si annida un favoloso tesoro di molte e disparate provenienze; addirittura il Santo Graal celatovi dai suoi ultimi custodi, gli eretici catari, ovvero il portale supremo di ogn’iniziazione. E poi i documenti che vendicano il Priorato di Sion, la segreta conventicola di origine medioevale che protegge la “verità vera” dal vandalismo e dall’iconoclasmo dei detrattori e dai distruttori organizzati.

Perché la “verità vera” che sta là ai piedi dei Pirenei è che Gesù Cristo non è colui di cui ci raccontano i Vangeli, che anzi sposò Maria Maddalena, che da costei nacque una parallela e questa volta autentica Chiesa graalica (irenistica, ecumenica, egualitaristica) e che quindi il mondo si regge sul primato del femmineo, conculcato e perseguitato dalle strutture ecclesiastiche petrino-costantiniane, il Trono & l’Altare-stringiamci-a-coorte (vedi le “stragi” di streghe).
Ma c’è un fatto. Nemmeno fra i cultori di misteriosofia si presta fede a questa storia, almeno fra quelli più seri. Fa testo il libro di Francesco Garufi, Rennes le Château: un’inchiesta (prefazioni di Jean-Jacques Bedu, Massimo Introvigne e Adriano Forgione, Hera Edizioni, Roma 2004), prodotto da un ambiente, quello del periodico Hera, che tematicamente si occupa di archeologia misteriosa, sacre coppe e sapienza ermetica, e di cui Garufi è, editorialmente parlando, una colonna portante.

Ne viene fuori – il Domenicale ne ha parlato a più riprese e in profondità – che è tutto uno sciocchezzaio immane, una enciclopedia della balla. Nessun segreto nascosto, cioè: nessuna Chiesa parallela, nessuna storia alternativa, nessun parroco iniziato a occulte cose, nessuna strana simbologia (come quella – tipica dell’arte cristiana, ma così abusata dai rennes-le-châteaulogi – del diavolo che regge l’acquasantiera) e soprattutto nessun Gesù diverso da quello dei Vangeli.
Insomma, la solita bufala, che, di per sé, interesserebbe solo gli addetti ai lavori se non fosse che, come è stato più volte notato, la vicenda di Rennes-le-Château è in realtà quella de Il Codice Da Vinci, il best-seller di Dan Brown – e ora pure film – che non cita mai il paesino pirenaico, ma di cui ampiamente saccheggia temi, contenuti e addirittura nomi. Lascerebbe indifferenti anche questo se però non avesse già tutto compreso tempo fa Jorge Luis Borges.

Uqbar, praticamente
Nel racconto Uqbar, Tlôn e Orbis Tertius Borges narra infatti di uno scrittore che, cercando notizie dell’eresiarca gnostico di Uqbar, s’incaglia in una rete segreta di esperti tuttologi intenti a compilare l’omnibus enciclopedico di un non-mondo, appunto Uqbar, quintessenza dell’utopia. Cioè il non luogo per eccellenza, la finzione menzognera eretta a sistema. Il tutto per sostituire a tempo debito il falso Uqbar con il mondo reale nel giorno del compimento di quella che gli alchimisti chiamerebbero Grande Opera, la trasmutazione massima di ogni valore. La guida dell’accademia borgesiana dell’illusione è tale Buckley, il quale spiega così la colossale messa in scena: «Qualcosa verrà lasciato al mondo reale, i suoi filoni auriferi, i suoi fiumi navigabili, le sue praterie solcate dal toro e dal bisonte, i suoi negri, i suoi postriboli e i suoi dollari, ma ad una condizione: “L’opera non patteggerà con l’impostore Gesù Cristo”».

L’illuminante richiamo al racconto di Borges, e il passo qui riportato, aprono quello che è forse il libro più intrigante sui presunti misteri del paesino pirenaico: Rennes-le-Château, una decifrazione. La genesi occulta del mito di Mario Arturo Iannaccone (prefazione di Massimo Introvigne, SugarCo, Milano 2004). Aprono il libro e forniscono la giusta chiave di lettura per quel mito che appunto Iannaccone definisce l’ultimo e più noto esito della «coagulazione di una rêverie ermetica ormai secolare, risultato delle doglie della laïcité francese». Lo scopo a cui mirano molti dei partecipanti alla vicenda di Rennes-le-Château è infatti la volontà di “capovolgere la storia”. Ribaltare, cioè, l’esistente. Rigirare come un guanto ciò che è, nell’evidente intento di affermare che il reale è fatto male da chiunque lo abbia fatto, sbagliato sin dal principio. Un’altra genesi, un’altra apocalisse. Una Genesi inversa per un’inversa Apocalisse. «L’opera non patteggerà con l’impostore Gesù Cristo», dice il Buckley di Borges.

Insomma, ciò che per davvero è misterioso per chiunque, la persona Gesù Cristo, viene denudato attraverso la misterizzazione della realtà più banale (Cristo non era Dio, aveva moglie ed ebbe figli) e a questa si presta una fede cieca e irrazionale, dogma nuovo dopo il ripudio di tutti i dogmi. Gilbert Keith Chesterton diceva che quando l’uomo smette di credere in Dio non è che non creda a nulla: crede a tutto. Ma, per essere creduta, la fede di Chesterton interpellava, impegnava la ragione. E si misurava con i fatti non negandone alcuno, nemmeno il più piccolo, infimo e apparentemente insignificante. A Rennes-le-Château vale invece il contrario.
La fideistica accettazione di una banalità misterizzata imbastita per combattere il mistero che risolve la banalità (del male, del bene buonista, delle verità di carta divorziate dalla verità del reale, dei fatti separati dalle opinioni solo farisaicamente, della vita buttata là) si fonda, scrive Iannaccone, «su due opposte basi culturali: da un lato sul laicismo fondamentalista, che in Francia ha radici plurisecolari; dall’altro su posizioni ispirate a varie forme della neo-gnosi acquariana. Per entrambe è importante normalizzare il cristianesimo».

I maestri del sospetto
Per Iannaccone il punto è questo giacché «il mito di Rennes-le-Château è forse il più pervasivo e visibile mito anticristiano dell’ultimo secolo». Il sociologo delle religioni francese Émile Poulat lo definisce, bene, il «mito agglutinante». Pensavamo che la minaccia fosse Stalin che sfida il pontefice al gioco di chi possiede il maggior numero di divisioni corazzate, preludio alle guardie rosse che abbeverano i cavalli nel Tevere? Pensavamo che il sogno segreto di Adolf Hitler fosse un nuovo ordine europeo purgato dai giudei e dai cristiani, in cui trionfasse un nuovo paganesimo superomistico? Pensavamo che il pericolo incombente fossero gli hamburger di MacDonald’s innaffiati da litri di Coca-Cola? Pensavamo che ci si dovesse difendere da quei nostalgici che vorrebbero restaurare il califfato a colpi di jihad globale e dai loro cugini della profezia del dodicesimo imam? Niente di tutto questo. Come diceva bene Thomas S. Eliot, il mondo finirà con un gemito, non con uno schianto; e quel gemito viene da Rennes-le-Château, Uqbar realizzato.

Il punto della questione
Il punto non è infatti che il mito di Rennes-le-Château prenda di mira il cristianesimo. Il punto non è nemmeno che il target di Dan Brown, il piccolo portaborse dei veri sacerdoti di Rennes-le-Château, che con Il Codice Da Vinci ne traduce essotericamente per il volgo l’esoterismo iniziatico, sia la Chiesa cattolica. Non sono questi i punti perché il problema non è la questione di Dio, ma la questione della realtà. La questione della verità. Della verità delle cose, come la chiamava Josef Pieper, che se gli davi del tomista si offendeva giacché si definiva “solo” un filosofo che ragionava con san Tommaso. E che quella sia la questione centrale lo avevano compreso bene sia san Tommaso, sia, specularmente, i nuovi sacerdoti di Rennes-le-Château.
Il Codice Da Vinci è un’accozzaglia di misteriosofia da edicola delle stazioni – come bene illustra, ultimo solo in ordine di tempo, il libro di Marco Fasol Il codice svelato. Le fantasie del Codice da Vinci e la realtà storica (Fede & Cultura, Verona 2006; tel.045/8187929) –, per giunta scritta male e costruita secondo una prevedibilissima tecnica di cassetta. Eppure finge di essere storia. E lo lascia volentieri credere ai lettori, mescolando, con accortezza da businessman, detto e non-detto, vedo e non-vedo, affermazione e ritrattazione, profezia e second thought. Il pubblico finisce così per credere al libro, al suo autore e ora al film. O, quantomeno, per grattarsi la fastidiosa pulce che in questo modo gli è penetrata nell’orecchio: il che è, per gli adepti del «mito agglutinante», un buon inizio, anzi ottimo. Un inizio di quelli che già portano d’un balzo a metà dell’opera, la Grande Opera.

A proposito di Rennes-le-Château, Iannaccone parla di «ermeneutica sospettosa». La realtà – dicono la vicenda del paesino francese e Il Codice Da Vinci – è infida, dubbia, polimorfica e talvolta perversa. Mette paura, tiene a distanza. Meglio quindi frequentarla poco, anzi punto. Soprattutto perché c’è in giro della gente che invece le è fedele; e la stuzzica, la provoca, la interroga, la sguinzaglia, la scatena. La chiama per nome e le dà nomi. Tutto mentre la “verità vera” è invece altra, sempre diversa, mai uguale, figurarsi univoca. Perennemente nascosta e su un altro piano, dietro, sotto o sopra. Davanti mai; lì in tutta evidenza, cogenza e stringenza no.
La questione non è Dio, ma la realtà; e il mito di Rennes-le-Château, agglutinante tutta la cultura del sospetto che ha avuto nell’epoca recente e recentissima così tanti maestri, è il bestemmiarla nella maniera più immonda. Dan Brown sarà pure cibo per le masse, ma è una polpetta avvelenata.

Tutto come in The Matrix
Ora, la mentalità esoterica è un problema morale. Una gigantesca storia di corna: d’infedeltà al reale e di adulterio rispetto ai fatti. Il culto della doppia appartenenza, la religione della doppia verità. La verità giudiziaria separata dalla storia, le opinioni sorde ai fatti, la ricerca scientifica divaricata da quel che c’è lì sotto i nostri occhi, i desideri trasmutati alchemicamente in diritti già acquisiti.
La mentalità esoterica è un grave problema morale, la contro-Chiesa del tradimento organizzato che con pentacoli, maghi e riti occulti di per sé c’entra poco. E che pure c’entra poco con quell’estrema (auto)difesa carsica elaborata per esempio da un Leo Strauss allorché dell’esoterismo metodologico fece un passaggio segreto per salvare la filosofia (e il filosofo) dal potere dell’Unico Anello che tutto schiaccia, Strauss maquis che rivendica il diritto di resistenza supremo dell’uomo nella stagione del potere assoluto che corrompe assolutamente.
Tutti conoscono The Matrix, la trilogia cinematografica più o meno cult dei fratelli Andy e Larry Wachowski, che se si fermavano al primo episodio ci guadagnavamo tutti. Interesserà poco, ma chi qui scrive è uno di quelli che ha sempre parteggiato controcorrente per l’agente Smith, quello che nella serie sarebbe lo spietato interfaccia fra la macchina delle illusioni e il mondo, l’antivirus gigante che ha il compito di eliminare per sempre quella roba schifosa che è la genia degli uomini.

Nel film, però. Infatti, nel film, Matrix è il grande generatore di falsità impegnato a nascondere l’orrore della realtà. Per suo tramite i fratelli Wachowski insegnano che il reale, illusione turlupinante, non è mai quello che vedi. La politica, la società, la famiglia, la Chiesa ti mentono costantemente. Ora, io sto con l’agente Smith perché ai fratelli Wachowski non credo nemmeno un po’ e perché Matrix non esiste. È Uqbar, è Rennes-le-Château. Non credo a chi dice che ciò che c’è non è così com’è, e anzi che in fondo in fondo ciò che c’è nemmeno è. A meno che non si parli di un altro piano, Totalmente Altro, di cui ho costante nostalgia, in buona compagnia.
Epperò la realtà non è nemmeno il neorealismo di certo nostro cinema, o quello grigio e d’antan alla sovietica ancora palpabile per esempio nell’edilizia popolare che circonda come un cordone sanitario le bellezze scintillanti nel cuore di Praga (e che incombe pure nelle molte Stalingrado alle periferie delle grandi città italiane). Questi sono infatti i casi in cui si adopera “reale” come sinonimo di “materiale”, laddove il “materiale” è invece solo uno degli aspetti del “reale”.
Su questo insegnano molto le buone, sane, vecchie fiabe, da Charles Perrault a Gottfried Ephraim Lessing da Biancaneve e i sette nani a Harry Potter, da C.S. Lewis a J.R.R. Tolkien. Qui la creazione letteraria è, pur di genere fantastico, reale perché vera, nel senso che non tradisce il patto di stabilità con il mondo che sta davanti agli occhi di tutti. E, si sa, pacta sunt servanda. Niente adulterio. Il contrario stesso della mentalità esoterica, cioè divorzista e infedele; il suo antidoto migliore. Qui l’altrove e l’alterquando sono figure, là imperano le maschere stralunate dell’utopia e dell’ucronia.

Volando nell’atmosfera attorno alla Terra a bordo della Vostok 1 nel 1961, il sovietico Yuri Gagarin, il primo uomo che abbia mai viaggiato nello spazio, affermò, con frase celebre, «Non vedo alcun dio quassù». «Non aveva tutti i torti», commenta Giuseppe Romano nel suo La città che non c’è. L’internet, frontiera di uomini (Edizioni Lavoro, Roma 2004). Non ha tutti i torti, Romano. Gagarin non aveva occhi per vedere davvero le immagini che pensava (solo pensava) realisticamente (cioè, nel suo linguaggio, materialmente) di vedere, e questo più come esito di una lunga diseducazione a coltivare e a guardare la realtà che non per vizio personale. È da tempo, infatti, che il nostro mondo è disaffezionato al reale. Da tanto tempo.
La questione non è Dio, ma la realtà, le cose e i loro nomi, i dati di fatto. Non è un caso che Ernst Bloch, soi-disant portavoce dell’“utopia concreta”, in un saggio contenuto in Marxismo e utopia (a cura di Virginio Mazzocchi, prefazione di Arno Münster, Editori Riuniti, Roma 1984) abbia scritto che se i fatti contraddicono le teorie, «tanto peggio per i fatti, noi la sappiamo più lunga». Mentalità esoterica. C’è un bellissimo vecchio testo del saggista Giovanni Cantoni che spiega bene l’intera questione, Dopo Marx, i maghi? La riscoperta del pensiero magico in una cultura postmarxista, raccolto nel volume del Centro Studi sulle Nuove Religioni, Il ritorno della magia. Una sfida per la società e per la Chiesa (a cura di Massimo Introvigne, Effedieffe, Milano 1992).

Finale pop
«It Ain’t Necesserily So», dice la mentalità esoterica di chi coltiva come una virtù il divorzio dalla realtà. Negli anni Ottanta, questa frase dette anche il titolo a una canzone di dura fustigazione del racconto biblico portata sulle scene dai Bronski Beat di Jimmy Sommerville, il gruppo pop britannico che dell’omosessualità fece una bandiera. La storia, il mondo, la realtà e le cose non sono affatto come appaiono. The Truman Show e la reality-tv. Finzioni. Tutto è rappresentazione, creata ad arte da un Establishment che mente sapendo di mentire e che inganna per puro amore dell’inganno. «L’opera non patteggerà con l’impostore Gesù Cristo», continua a ripetere il Buckley di Borges. E il problema resta sempre non Dio, ma la realtà. Anche perché fare bene i conti con la seconda, imposta bene la questione relativamente al primo.

Infatti, ne Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis, il leone Aslan (quello che «è esattamente come ci hanno sempre raccontato») viene immolato da chi trova insopportabile la realtà: la realtà e quella fiction in cui tutto è vero perché non divorzia dal reale anche quando adopera le potenze della fantasia. Più vicina al reale di qualsiasi materialismo e addirittura profetica, cioè capace di annunciare pubblicamente la verità delle cose così come stanno o si apprestano a essere con quella capacità geniale d’intuire come sarà domani semplicemente e fedelmente osservando bene l’oggi.
Un’altra buona lettura, a questo, punto è Flannery O’Connor. Il contrario della mentalità esoterica, del mito agglutinante dei nostri tempi, del complotto contro ciò che esiste.
Guido von List, il fondatore dell’ariosofia nato nel 1848 e morto nel 1919 che grande influenza ebbe su certi ambienti del cosiddetto “nazismo magico”, studiava l’antichità nordica alla ricerca di quella che riteneva la verità conculcata dal potere di Trono & Altare. Nel suo Il segreto delle rune (Barbarossa, Milano 1994) scrisse che in realtà i simboli araldici sulle insegne e sugli scudi medioevali «non indicano mai ciò che rappresentano». Appunto.


24 maggio 2006, 5:59 pm
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Bravo.

Dello stesso autore: http://www.totustuus.biz/users/alzatevi ... ufale2.htm

PS: "Se i fatti contraddicono le teorie, tanto peggio per i fatti". Questa è di Hegel :wink: .


24 maggio 2006, 6:37 pm
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