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Una testimonianza unica di tre anni di ricerche e confronti intorno al mistero di Rennes-le-Château,
conservata per documentare una stagione irripetibile della sua storia.

 
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La strana coincidenza del pastorello

 
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Atchoum



Joined: 02 Aug 2004
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PostPosted: 18 May 2006, 6:32 pm    Post subject: La strana coincidenza del pastorello

Di seguito cito tre brani:

1) da: Un tesoro merovingio a... Rennes-le-Château
di Antoine l'Ermite - 1961

È allora che iniziò la vera storia del tesoro perduto e ritrovato.
Ritrovato una prima volta nel XVII secolo da Ignace Paris, un pastore che, avendo perso una della sue pecore, la sentì belare in fondo ad un crepaccio dove si calò per salvarla.
Ma la pecora, impaurita dall'irruzione del pastore, fuggì in una galleria.
Correndole dietro, Ignace Paris arrivò in una cripta "piena di scheletri e di scrigni", i primi spaventosi, i secondi, al contrario, così pieni di attrattive.
Si riempì le tasche di monete d'oro, dopodiché fuggì via spaventato e tornò a casa.
Ben presto, la voce del suo fortunato ritrovamento si diffuse in tutto il villaggio, ma Ignace commise l'errore di non voler rivelare il nascondiglio e, accusato di furto, fu ucciso senza aver potuto divulgare il segreto della cripta.


2) da: L'or de Rennes di G. de Sède - 1967

Sembra che a Rennes come a Betlemme, i pastori arrivino per primi alla grotta. Prima di Saunière, è infatti un pastore ad avere avuto il pericoloso privilegio di maneggiare il misterioso tesoro. E, come per rendere l’aneddoto ancor più gustoso, questo pastore, così come colui che fece scoppiare la guerra di Troia per una mela, si chiamava Paris, cioè Paride. Nella primavera del 1645, quindi, Ignace Paris, pastorello di Rennes, cercava una pecora che si era persa. All’improvviso sentì belare: l'animale era caduto in fondo ad un baratro. Paride vi si calò: sul fondo, uno stretto budello sprofondava sotto terra; vi penetrò e scoprì, meravigliato, una grotta dove giacevano degli scheletri e dove erano ammassati dei mucchi d’oro. Si riempì il berretto di prezioso metallo come prova e tornò al villaggio a raccontare la sua avvenutra. Ma siccome si rifiutava di rivelare il luogo del ritrovamento, nessuno gli credette : fu semplicemente accusato di furto e lapidato. Così com’è, questo racconto sembra proprio una leggenda; ma ci sono delle somiglianze ingannevoli: perché un pastore di nome Paride, era veramente esistito e ancor oggi si possono vedere, vicino a Rennes, le rovine della sua casa.

3) da La verità sul Codice da Vinci - Bart D. Ehrman - 2004

Senza dubbio, quello dei Rotoli del Mar Morto è stato il ritrovamento di manoscritti più importante dell'epoca moderna. La storia della loro scoperta è interessante perché fu del tutto involontaria. All'inizio del 1947 un pastorello beduino, un ragazzo di nome Muhammad edh-Dhib (che significa Muhammad il Lupo) portò il gregge di pecore e capre ad abbeverarsi a una sorgente nel deserto di Giudea, vicino alle antiche rovine note con il nome di Qumran, sulla costa nordoccidentale del Mar Morto... Uno dei suoi animali si era allontanato e il ragazzo si mise a cercarlo. Avendo notato l'apertura di una grotta nella parete di roccia sopra di lui, ci lanciò un sasso e sentì che aveva colpito qualcosa. Il giorno successivo tornò con un amico per indagare e all'interno della grotta i due trovarono delle grosse giare di terracotta contenenti rotoli intatti, avvolti in teli di lino.

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E' vero, come afferma de Sède che questo Ignace Paris visse veramente? Probabilmente le sue fonti sono il precedente testo (apocrifo) di Antoine l'Ermite, ma quest'ultimo a cosa si rifece? Al racconto del ritrovamento dei rotoli di Qumran che magari negli anni 50 avevano avuto risonanza nella stampa, o magari ad un testo storico precedente? Fédié non mi pare che ne parli e mi pare che lui sia l'unica fonte non sospetta. Quindi i casi sono due: o i pastorelli sono dei gran caccianasi oppure la leggenda del tesoro di Rennes è ricalcata in parte sulla cronaca del ritrovamento dei rotoli.
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Mariano Tomatis



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PostPosted: 18 May 2006, 6:41 pm    Post subject:

Ottimo lavoro! Anch'io ho cercato di tracciare la storia di Ignace, e mi sembrava che la fonte più antica fosse Noel Corbu:
http://www.renneslechateau.it/rennes.php?id=3&url=doc_corbuit.php

Mi sembra verosimile. Ma da dove l'ha sentita lui?
E a quando risale effettivamente il manoscritto Corbu?
Sappiamo che Albert Salamon pubblicò sulla Depeche du Midi nel 1956.
Dunque Corbu raccontava le vicende di Rennes già all'epoca... vado a ricontrollare i tre articoli della Depeche, magari citano già Ignace Paris e riescono a retrocedere al 1956 la prima citazione del pastorello ripreso nel 1961.

Bellissimo il link con Qumran.
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Mariano Tomatis Antoniono
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Atchoum



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PostPosted: 18 May 2006, 7:00 pm    Post subject:

Mi era sfuggito Corbu!!
Comunque è probabile che lui, Antoine l'Ermite e de Sède siano una concatenazione di citazioni ricavate da un'unica fonte. La caccia è aperta!
Wink

P.S. A voler fare l'avvocato del diavolo si potrebbe anche pensare che Ehrman nel parlare di Qumran ricami un po' alludendo scherzosamente a RLC, ma mi sembra un autore serio e titolato quindi è assai poco probabile.
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Lenny Nero



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PostPosted: 19 May 2006, 12:13 am    Post subject:

In realtà la storia del ritrovameno dei Manoscritti del Mar Morto è un poco piu' articolata e per certi versi radicalmente differente.
Ne trovate persino versioni differenti e se leggete bene qui sotto vedete che non c'è scritto che "Il lupo" torno' nelle caverne perchè aveva perso una pecora...quindi l'intuizione Ehrman alluda sottilmente a RLC non è campata per aria.
Il problema come potete leggere in fondo è che "Il lupo" stesso racconto' diverse versioni della storia.
Magari Ehrman non ha scelto questa a caso.
Donnini la riporta praticamente uguale nel suo libro.

The Bedouin Tell Their Story

The discovery of the first scrolls and the long process of bringing them to scholarly and public attention took place at a time of great turmoil and violence in the Middle East. Tensions between Arabs and Jews were high during the British Mandate, and they grew higher and the mayhem increased as the United Nations debated the partition of Palestine. In 1946 or 1947, toward the end of the British Mandate in Palestine, which ended with the partition of the land in May 1948, three men from the Ta amireh tribe of Bedouin — Khalil Musa, a younger cousin, Jum a Muhammad Khalil, and a still younger cousin (fifteen years of age), Muhammad Ahmed el-Hamed, nicknamed edh-Dhib (the Wolf) — were tending their flocks of sheep and goats in the region of Ain Feshkha on the northwestern side of the Dead Sea. The tribe customarily moved about in that region between the Jordan River and Bethlehem and had done so for centuries. They had even proved to be a source of archeological discoveries from time to time. Jum a, we are told, liked to explore caves in the hope of finding gold, and so, when the opportunity presented itself, he would check the nearby cliffs for caves. The key events happened at some point in the winter of 1946– 47; Trever reports that "the Bedouin think it was November or December 1946." He describes what happened in this way: Jum a, it was, who happened upon two holes in the side of a rock projection above the plateau where the flocks were grazing. The lower of the two holes was barely large enough "for a cat to enter," as Jum?a described it in several interviews; the one which was somewhatabove eye level was large enough for a slender man to enter. Jum a threw a rock through the smaller opening and was startled by the strange sound he heard; apparently the rock shattered an earthenware jar within. Thinking there might be a cache of gold within, he summoned the two other herdsmen to show them the curious holes. In the gathering darkness of evening it was too late to attempt an entrance; the next day had to be devoted to watering their flocks at 'Ain Feshkha, so they agreed to explore the cave two days later.
The youngest of the three, Muhammad Ahmed el-Hamed, returned to the cave openings a few days later while his relatives slept in the early morning; there he climbed into the cave through the larger opening. Returning to Trever's narrative: As his eyes became accustomed to the dim light, he saw about ten tall jars lining the walls of the cave, according to his own description.

[...]According to Trever, the fact that the older cousins were angry with edh-Dhib for entering the cave without them and perhaps hiding treasure he may have found (he did show them the three bundles) accounts for his absence from later events.
(fonte:http://www.powells.com/cgi-bin/biblio?inkey=1-006068464x-2)

There are many stories floating around about the discovery, and even the boy who was said to have discovered it, Muhammad edh-Dhib, now known as Abu Dahoud and more than 70 years old, have given different stories to different people, and is said to have even recently revised that date to 1936! (Weston W. Fields, The Shepherd Boy Who Discovered the Scrolls, Jerusalem: Dead Sea Scrolls Foundation, 1993).
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Atchoum



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PostPosted: 19 May 2006, 4:51 am    Post subject:

Chissà se in tema di scoperte di tesori, il "pastorello" non sia un topos...
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Mariano Tomatis



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PostPosted: 19 May 2006, 8:14 am    Post subject:

Lo pensavo anch'io. E' ricorrentissima.
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Mariano Tomatis Antoniono
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Lenny Nero



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PostPosted: 19 May 2006, 8:37 am    Post subject:

[quote="atchoum"]Chissà se in tema di scoperte di tesori, il "pastorello" non sia un topos...[/quote]

Aggiungerei "il pastorello che cerca oro..."
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Waylander



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PostPosted: 19 May 2006, 10:01 am    Post subject:

Diciamo che i beduini conoscono a memoria quella zona, per cui è alquanto improbabile che non conoscessero quelle caverna. Solo che prima contenevano solo vecchie e inutili cianfrusagli, poi, in epoca più recente, hanno pensato che qualcosa ci si poteva anche guadagnare...
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Diego Cuoghi



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PostPosted: 19 May 2006, 11:34 am    Post subject:

Quote:
Lo pensavo anch'io. E' ricorrentissima.


Qui c'è tutto: pastore, pecora, grotta, tesoro, Templari, Santo Sepolcro, Madonne nere... perfino un'acquasantiera e le "dalle des chevaliers"

SOVERETO (Puglia)

Sovereto frazione di Terlizzi in provincia di Bari. Questo piccolo sobborgo di poche case lungo un'unica strada, fu sede nel Medioevo d'Ordini monastici che avevano costruito monastero, chiesa ed ospedale. A poche centinaia di metri corre la Via Appia che, ai tempi delle Crociate, era percorsa sia dai Cavalieri di ritorno dalle dure battaglie in Palestina, che dai pellegrini che erano andati in visita al Santo Sepolcro. Questi personaggi erano bisognosi di cure e di ristoro, vecchie carte e leggende tramandate parlano dell'assistenza loro prestata dai monaci Giovanniti e dai Templari. La piccola chiesa dedicata a Maria SS. è adiacente a quello che era il monastero, ora in fase di ricostruzione e quindi non visitabile. Numerose le testimonianze di una presenza templare: sulla pavimentazione della chiesetta vi sono, ben conservate, le pietre tombali di tre Cavalieri che recano chiaramente scolpita, sulle pieghe dei loro mantelli, la Croce con le otto punte. Sulla destra della porta della chiesa si trova un'acquasantiera di pietra e nell'incavo della pila è scolpito uno stemma cavalleresco; dai bordi laterali e da quello superiore ed inferiore sporgono nitidamente le "code di rondine" della croce templare. Al centro della navata della chiesetta una grata di ferro copre l'ingresso di una grotta che conserva l'immagine della Madonna Nera, anch'essa circondata dal mistero di una leggenda; pare, infatti, che sia stata rinvenuta per caso da un pastore la cui pecora, sfuggita dal gregge, infilò la zampa in buco del pavimento sotto il quale si rivelò tale tesoro. L'immagine fu asportata più volte ma misteriosamente ritornò sempre al suo posto.


http://www.repubblica.it/speciale/2003/luoghicuore/2003/03/04/index3.html
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lurker



Joined: 19 May 2005
Posts: 54

PostPosted: 21 May 2006, 3:36 pm    Post subject:

Quote:
Mi era sfuggito Corbu!!
Comunque è probabile che lui, Antoine l'Ermite e de Sède siano una concatenazione di citazioni ricavate da un'unica fonte. La caccia è aperta!



Vi consiglierei di leggere questo testo (soprattutto l'ultimo paragrafo) tratto da questo link

http://utenti.lycos.it/storiadellibro/capitolo1.htm


6. Il Diatessaron e le grotte di Qumran

[TORNA ALL'INDICE]

Ci furono anche ricercatrici di libri, in particolare Agnes Smith-Lewis e Margaret Dunlop-Gibson: si tratta di due gemelle, vedove di archeologi, che hanno il vantaggio di essere più pazienti e diplomatiche dei loro colleghi uomini. Nel 1892 si recarono come Tischendorf al Monastero di Santa Caterina, dove i monaci mostrarono loro un locale che lo stesso biblista tedesco non aveva mai visto, dove scoprirono una serie di manoscritti siriaci in estranghelo e un palinsesto siro-sinaitico con traduzioni dei Vangeli risalente alla fine del IV secolo. Questo dimostrava l' esistenza del Diatessaron, molto ricercato dagli studiosi: si tratta di una parafrasi dei quattro Vangeli fusi insieme intorno al 250 d.C. da Taziano, un eretico agnostico che fu condannato ed emigrò in Siria, dove la traduzione della sua opera ottenne grande successo. Archeologi inglesi e francesi si recarono in Mesopotamia alla sua ricerca nel periodo tra le due guerre e gli scavi interessarono particolarmente una città abbandonata che fu identificata con Duraeuropo, un antico sito di età ellenistica costruito per ospitare i capi militari. I risultati arrivarono quando al gruppo si aggiunsero gli americani, tra i quali Rostovtzeff, un famoso storico di YALE: si scoprì la più antica chiesa ancora intatta, che fu smontata e trasferita nella sede dell' Università americana, e furono trovati quindici frammenti di pergamena del II secolo, uno dei quali fu ricondotto al Diatessaron per opera di Hopkins nel 1933. Questo frammento era stato scoperto vicino ad un muro del 257 d.C., quindi doveva essere antecedente a tale data.

La scoperta più importante avvenne presso la sinagoga del Cairo, che aveva un magazzino (genizah) dove venivano riposti tutti testi sacri inutilizzati e molti testi comuni da buttar via, che venivano recuperati più o meno abusivamente dai filologi. Anche le due gemelle-filologhe Agnes Smith-Lewis e Margaret Dunlop-Gibson si recarono a farvi delle ricerche e mostrarono quasi per caso le opere che avevano trovato a Salomon Sheckter, un professore di Cambridge di origine ebrea, il quale scoprì subito un frammento cartaceo tardo, scritto in ebraico, che recava il testo dell' Ecclesiaste;, un particolare libro biblico scritto intorno al I secolo d.C. da Gesù Ben Sirack del quale era rimasta solo la traduzione in greco fatta da suo nipote. L'autore apparteneva alla setta dei Saducei, un gruppo che riteneva che la Bibbia andasse interpretata più liberamente e che si scontrò con l'ortodossia dei Farisei scomparendo in modo abbastanza misterioso. La traduzione greca dell'Ecclesiaste; è priva di riferimenti al pensiero sadocita e anche per questa ragione era importante scovare il testo originale per verificare la presenza di eventuali censure in questo senso.

Il frammento studiato da Sheckter era di poche righe, ma lo invogliò a partire per il Cairo, dove la sua fama gli spalancò le porte della sinagoga. Riuscì a mettere insieme trenta sacchi di manoscritti che riportò in Inghilterra e che donò all'Università di Cambridge. Vi fu trovato di tutto: frammenti della Bibbia, le opere di un poeta bizantino, una chanson de geste francese, le opere di un poeta greco del IX secolo; Il professore passò il resto della sua vita a studiare quei manoscritti, dando un contributo fondamentale alla storia della cultura ebraica.

Come detto in precedenza, Gesù Ben Sirack apparteneva alla setta dei Saducei. Questa era scomparsa misteriosamente intorno al 70 d.C., ma nell' VIII-IX secolo ci fu in Medio Oriente un altro gruppo molto diffuso, quello dei Calaiti, che ne ricalcava fedelmente le idee, le usanze, i riti, il calendario ed i testi sacri. Inoltre in un manoscritto noto come Documento di Damasco e risalente al X-XII secolo (ma forse copia di un originale del I secolo) si fa chiaro riferimento a usanze tipiche dei Saducei. Sheckter lo aveva trovato nella sinagoga del Cairo e non riusciva a spiegarsi come potesse esserci finito.

Per risolvere questo mistero bisogna innanzi tutto parlare di Moses Wilhelm Shapira, un antiquario che arrivò a Londra con la fama di aver venduto parecchie cose false. Portava con sé un manoscritto su cuoio costituito da due lunghe strisce piegate a fisarmonica e scritto in ebraico-fenicio antichissimo. Era molto ben conservato e recava il testo di alcuni libri biblici, in particolare del Deuteronomio e voleva venderlo al British Museum, che raccolse una colletta tra i suoi visitatori per acquistarlo. Shapira diceva di aver comprato il reperto da un beduino, il quale a sua volta gli aveva detto di averlo trovato in una grotta. Il tutto fu stravolto quando si venne a sapere che l'anno precedente Shapira aveva proposto l'acquisto al Museo di Lipsia, che però aveva giudicato falso il manoscritto. Si istituì una commissione d'inchiesta che diede ragione ai tedeschi per tre motivi: non si conoscevano grotte in Palestina, i frammenti erano troppo ben conservati e non si aveva notizia di manoscritti su cuoio. Shapira finì suicida in un albergo di Rotterdam e il reperto rimase al British Museum che lo aveva in visione. Per un pò non se ne parlò più.

Poi, nel 1947, un beduino arabo andò dal vescovo siriano della zona, il patriarca del convento di San Marco a Gerusalemme, e gli presentò due rotoli di pelle che diceva di aver trovato nel deserto. Recavano scritti antichi e il religioso li acquistò a basso costo per poi provare a venderli negli Stati Uniti per un milione di dollari: nacquero di nuovo delle polemiche sull'autenticità dei reperti, ma alla fine furono acquistati dal governo israeliano per 250.000 dollari. Il patriarca aveva anche mandato dei monaci a cercare nel luogo dove il beduino diceva di aver trovato quei manoscritti e questi ne trovarono altri, contenuti in alcune giare che si trovavano in una grotta presso Qumran, una località vicino al Mar Morto. In seguito ad una serie di scavi furono trovate anche altre grotte piene di manoscritti, proprio al confine tra Israele e Giordania, nazioni che inizialmente si spartirono il materiale con i beduini, anche se alla fine quasi tutto arrivò in possesso degli Ebrei. Oltre ai manoscritti su cuoio fu trovato un frammento su rame, tutto perfettamente conservato.


I documenti ritrovati nelle grotte di Qumran risalivano ad una comunità degli ultimi anni prima di Cristo, gli Esseni, separatisi dagli Ebrei nel II secolo a.C. e perseguitati dai Maccabei: questa setta si ritirò nel deserto, in luoghi adatti allo stile di vita ascetico praticato dai suoi appartenenti, quindi sparì misteriosamente nel nulla dopo aver nascosto il suo testamento in quelle caverne estremamente asciutte che lo hanno così ben conservato. Si tratta di testi di ogni tipo che subito fecero ricordare agli studiosi la storia dei manoscritti che Shapira aveva portato a Londra destando tanta attenzione tra gli studiosi: come già detto, quei frammenti erano stati giudicati dei falsi, ma a questo punto potevano anche rivelarsi autentici. Purtroppo, però, sono andati smarriti negli sterminati magazzini del British Museum.


Il fatto che le idee di questa setta fossero rinate nell' VIII secolo è stato spiegato grazie ad uno studioso che si era ricordato di aver letto la testimonianza di uno storico greco, il quale scriveva che un ragazzino trovò la grotta con i manoscritti inseguendo un animale: questi furono letti e diedero origine alla setta dei Caladei. Curiosamente si narra che anche il ritrovamento delle grotte da parte dei beduini intorno al 1947 fosse dovuto ad una vicenda pressoché identica, con un ragazzino che incappò nelle giare piene di reperti dopo aver inseguito un animale.
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