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La prefazione di Plantard alla Vraie Langue Celtique

 
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domig



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PostPosted: 1 September 2004, 7:29 pm    Post subject: La prefazione di Plantard alla Vraie Langue Celtique

Nonostante la mia inguaribile ignoranza del Francese, scosso dall'altruismo di Atchoum, provo ad inserire la mia traduzione dell'articolo in tema. Mi scuso per gli errori che vi troverete, e sarei lieto se Atchoum volesse correggerli.

La inserisco perchè mi sembra interessante.
Interessante in più punti. Cool


PREFAZIONE

I DUE CURATI
Mio nonno Charles, legittimo successore dei conti di Rhedae, accettando l’invito che gli inviava l’abate Bérenger Saunière, curato di Rennes-le-Chateau (Aude), gli rendeva visita il 6 giugno 1892. Tra le persone presenti si trovavano l’abate Henri Boudet e M. Elie Bot. In un passo delle sue note, il mio avo descrive questo incontro:

“... una scimmia, chiamata Méla, regalo di una grande cantante lirica, che giocando con un cagnolino di nome Pomponet, rallegrava la colazione. L’abate Boudet, curato di Rennes-les-Bains, parrocchia limitrofa, mi sembrava un uomo tanto preoccupato di passare inosservato quanto l’abate Saunière lo era di apparire. Tanto l’abate Saunière, grande, arzillo, bruno dagli occhi neri, alto un metro e 80 cm, dava nell’occhio, tanto l’abate Boudet, col suo metro e 70, la sua esilità ed i suoi occhi blu-lavanda, sembrava sparire. Tra i due, M.Elie Bot, braccio destro dell’abate Saunière, tarchiato e vivace, consigliere e imprenditore dei lavori. Mentre uno dissertava sui pregi del vino dei Corbières comparandolo ai vini di Malvoisie, l’altro argomentava dei suoi delicati intestini allo scopo di non bere che acqua... ”

Una così grande erudizione emanava tuttavia dall’umile curato (che il suo collega sembrava avere invitato solo per carità cristiana) che mio nonno Charles si ritrovò la sera stessa al presbiterio di Rennes-les-Bains e vi passò la notte.
L’abate Boudet conduceva un tipo di vita conforme alle sue modeste apparenze. La cena fu parca tanto quanto il pranzo era stato sontuoso. C’era tuttavia ciò che mio nonno chiamava “il mistero del pesce in un piatto d’argento servito su un vassoio di ebano”: di certo mangiar poco, ma con stoviglie di argento massiccio. Il prete, peraltro, disponeva dei proventi di un museo, di cui attribuiva la creazione al marchese Urbano di Fleury, e che custodiva dei pezzi inestimabili. La sua biblioteca non era solo vasta ma ricca di opere che non si trovano in commercio. Durante la conversazione il prete volle mostrare al mio avo il suo laboratorio di fotografia, la nuova arte che lo appassionava. Se vogliamo credere agli scritti di mio nonno, l’abate Boudet dava l’impressione di essere un uomo abbastanza ricco da permettersi il lusso di vivere poveramente e di fare beneficenza, mentre l’abate Saunière faceva sfoggio di opulenza nella misura in cui egli temeva di ricadere nella miseria. Avrà creduto di trovarsi in un romanzo di Balzac o di Fabre.

L’indomani, 7 giugno, l’abate consegnava a mio nonno una copia con dedica:

“Omaggio rispettoso dell’autore - H. Boudet” del suo libro “La Vraie Langue Celtique et le Cromleck de Rennes-les-Bains” di cui il presente lavoro è l’esatta riproduzione. Sapendo in anticipo che il suo testo lascerebbe perplesso il discendente dei conti di Rhedae, l’abate Boudet reputa corretto indicargli il modo in cui leggerlo e che, lo mostrerò nelle pagine seguenti, è in effetti abbastanza particolare...

L’OPERA E LA VITA
Mentre Louis-Philippe era re dei francesi, un bambino nasce il 16 novembre 1837 a Quillan (Aude). E’ Boudet Henri, Jean-Jacques. La famiglia vive poveramente. L’abate Emile di Cayron nota l’intelligenza precoce del piccolo Henri e finanzia i suoi studi. Il giorno di Natale 1861, Henri Boudet è ordinato prete. Nel 1872 è promosso da Monsignor Billard curato a Rennes-les-Bains, ove si stabilisce modestamente con sua madre e sua sorella.
Dal 1872 al 1880 l’abate, camminatore infaticabile, approfitta delle visite alle sue “pecorelle” per percorrere senza sosta il territorio di una parrocchia che i suoi piedi cominciano a conoscere bene quanto i suoi occhi. La contemplazione è austera. “Pur apprezzando la vegetazione delle stagioni migliori - scriveva egli all’abate Grassaud – ho più simpatia per l’inverno dove il verde non nasconde più le pietre che dominano il paesaggio.” Dopo cena, durante lunghe veglie, egli registra il risultato delle sue osservazioni.
Nel 1880, l’abate Boudet considera il suo libro terminato e decide di pubblicarlo “a proprie spese” attingendo a fondi di cui si ignora la provenienza. In ogni caso, con 500 esemplari, l’affare non poteva essere redditizio. Il tipografo è François Pomiês, in Rue de la Marie n. 50, a Carcassonne che se ne incarica. Le prove di stampa non soddisfano l’autore, che effettua rettifiche abbastanza numerose da poter parlare di revisione completa. Questa dura sei anni. Il lavoro finisce per essere pubblicato nel 1886, in 500 esemplari, come previsto. Nel frattempo François Pomiês è sparito e l’abate Boudet si rivolge a M. Victor Bonnafous, libraio in Rue de le Mairie a Carcassonne che si occupa della stampa e ne cura vendita.

La distribuzione dei 500 esemplari è la seguente:
Esemplari venduti nello spazio di 28 anni, dal 1886 a 1914: ____________________________ 98
Omaggio gratuito dell’autore alle biblioteche, alle ambasciate, ad opere pie: ______________100
Offerta gratuita ai visitatori o ai frequentatori termali interessati: _______________________ 200
Residuo distrutto nel 1914:______________________________________________________102
Totale: ______________________________________________________________________500

Insomma, un’edizione che è costata la somma totale di 5382 franchi-oro per 98 lavori venduti!
Gli esemplari delle biblioteche pubbliche sono quasi tutti spariti dalla circolazione. In quanto a quello della Bibliothèque Nationale, un malizioso lettore l’ha trafugato e sostituito da un romanzo intitolato Le Cochon d’or - Il Maiale d’oro. Dolce ironia! Quello della Biblioteca di Carcassonne, considerato il suo pessimo stato, non è più consultabile. Gli esemplari offerti a singoli individui, per la semplice ragione che erano gratuiti, sono ormai introvabili. Nel caso degli invenduti, dei “non offerti”, o ciò che si chiama “rimanenza”, sembra sia stato abbastanza importante portarli al macero. Qualcuno dice che Monsignor de Beauséjour avrebbe fatto distruggere questo “brodo (residuo)” nel 1914, nell’istante stesso in cui l’abate malato si stava curando. Ma gli scritti di questo ultimo sembrano provare che sia stato egli stesso ad aver dato l’ordine di distruzione quando fu destituito della parrocchia alla quale aveva dedicato il suo “capolavoro”. C’è anche chi assicura che ci fu molto materiale messo al macero, ma che si trattava di un opuscolo intitolato Lazare veni foras. Avendo letto questo libro di preghiere piuttosto cupe, non vedo come esso avrebbe meritato i rigori dell’autorità ecclesiastica del 1914, tanto più che non aveva per autore l’abate Henri Boudet e non fu stampato che nel settembre del 1915 a Tolosa.

LA TOMBA ED IL LIBRO
La madre e la sorella dell’abate Boudet, decedute nel 1895 e nel 1896, riposano nel cimitero di Rennes-les-Bains, dove il prete ha edificato loro un sepolcro vicino a quello del curato Jean Vié, il suo predecessore. Dopo diciotto anni, l’abate Boudet non frequentava più molti dei suoi parrocchiani. Nel 1914, oramai vecchio di settantasette anni, viene destituito della sua carica da Monsignor de Beauséjour e si ritira ad Axat dove suo fratello, Edmondo Boudet, notaio ed autore della carta topografica in fondo al volume, lo aveva preceduto di otto anni nella morte. Poco dopo lo stato di salute dell’abate Henri Boudet si aggrava ed egli muore di un tumore intestinale il 30 marzo 1915. I suoi resti riposano, secondo il suo desiderio, non a Rennes-les-Bains vicino a sua madre e sua sorella, ma al Cimetiêre di Imperniasse insieme a quelli di suo fratello Edmondo, deceduto il 5 maggio 1907 all’età di sessantasette anni. La pietra tombale, eseguita secondo le istruzioni dell’abate, attira l’attenzione del visitatore per un piccolo libro chiuso che è scolpito in fondo alla lapide. L’uso, abbastanza comune, di raffigurare un libro “aperto” su una pietra tombale rende questo libro “chiuso” indicatore di una volontà particolare. Sulla rilegatura si può leggere: I.X.O.Y.S, parola apparentemente greca che i dizionari non menzionano. La grafica ed i punti che si inseriscono tra le lettere segnalano però che deve trattarsi delle iniziali di qualcosa da scoprire. Questo libro chiuso resta l’ultimo messaggio che i due fratelli hanno lasciato all’iniziato che passa a salutare le loro venerabili spoglie.

L’EFFETTO BOUDET
Chiunque si aspettasse di scoprire ne La Vraie Langue Celtique et le Cromleck de Rennes-les-Bains una monografia sul paese, ne rimarrebbe deluso. Questo se non avesse altro da aspettarsi! Le reazioni, all’epoca della pubblicazione, sono diverse. La regina Victoria d’Inghilterra fa mandare le sue congratulazioni tramite il suo ambasciatore.
Lo storico Louis Fédié ha scritto: “... L’autore è un uomo competente che si è preparato sull’ argomento grazie a intensi studi e pazienti ricerche…”
In missione a Rennes-les-Bains, il R.P. Vannier dichiara: “L’abate Boudet detiene un segreto che potrebbe dare origine a grandi sconvolgimenti...”
La cronaca necrologica della Settimana religiosa del 1915 elogia la vasta erudizione dell’abate. Ma quando nel 1887 l’abate Boudet presenta la sua opera per concorrere ad un Premio dell’Accademia delle Scienze di Tolosa, il relatore generale della giuria, M. Lapierre, nella seduta del 5 giugno dichiara: “Sono rimasto non poco sorpreso nell’apprendere che la lingua unica che si parlava prima di Babele era l’inglese moderno, conservato tramite i Tectosagi. È questo che Monsignor Boudet dimostra grazie a prodigiosi tour de force etimologici.
Non ci fu medaglia ed il nostro abate doveva aspettarselo. Tuttavia egli fu certamente sensibile ai commenti della giuria quando, imbarazzato ed esitante, dichiarò loro “che c’era in questo volume una somma di lavoro che meritava un qualche rispetto”...
Alla prima lettura di La Vraie Langue Celtique l’abate sembra affogare in un pieno delirio: tratta delle condizioni con le quali Ezeliel prese parte alla fondazione del primo tempio di Gerusalemme, di un fatto di cronaca pubblicato da un giornale spagnolo e di che modo idiomatico usavano i Galli per significare che lo stomaco del cammello è sempre pieno di acqua. Il lavoro tuttavia segue un andamento che impedisce di rigettarlo a priori e semina il dubbio nello spirito del lettore. L’abate Boudet gioca sulle parole, stimola ad interrogarsi, a cercare una codifica. Non ci sono esattamente delle ripetizioni, ma una insistenza su certi temi come la foudre e l’éclair (il fulmine ed il lampo, ma anche folgorazione e illuminazione), la porta chi si apre il 6° giorno...


Ho fatto un giorno la sciocchezza di citare a caso alcuni giochi di parole che la lettura di questo libro suggeriva. Il mio interlocutore, ascoltandoli, ne ha dedotto che erano delle “parole chiavi”. Oggi li presenta come se fossero suoi, facendosi inoltre pagare la sua dedica autografa. Lo stesso frontespizio che inalbera una data ornata di svolazzi rende difficile far ammettere che l’opera dell’abate Boudet possa essere come una specie di “camera d’aria” gonfia solo di corbellerie.
“La Vraie Langue Celtique et le Cromleck de Rennes-les-Bains” esercitano un certo fascino, e ciò dipende dalla presenza costante dell’autore nell’opera ossia - ma è la stessa cosa - ad una codifica continua ed impeccabile. Non esistono parole chiave né Apriti Sesamo per spalancare la porta del tesoro dell’abate Henri Boudet.

Per comprendere il segreto dell’abate Boudet, il lettore deve provare ad immergersi nel tempo in cui egli visse, alla fine del secolo scorso. Non è necessario essere uno storico per leggere l’opera, ma è bene ricordare le condizioni in cui essa fu redatta.

Avendo negato ogni valore alle parole chiave ed insistito invece su questo linguaggio codificato che ha interamente assorbito la vita del prete, vado ad esporre un esempio: la carta geografica firmata Edmondo Boudet posta alla fine del volume. Diventano comprensibili le cinque anomalie che la suddetta carta presenta, o per il libro stesso, o per la vita dell’autore.

Secondo il parere di cartografi professionisti, il disegno del notaio Edmondo Boudet è un ottimo lavoro di cui però non c’era bisogno. Nel 1886, le tecniche di ristampa erano abbastanza evolute perché fosse bastato riprodurre la Carta dello Stato Maggiore, epurata da ciò che non si voleva o poteva mostrare, alla quale si sarebbe aggiunto ciò che invece si desiderava evidenziare: l’area dei monoliti celtici per esempio. Confrontando il lavoro di Edmondo Boudet con la Carta Militare ci si accorge di certi errori di tracciato che possono solo essere intenzionali. Il tracciato a sud verso il Serbaïrou, vicino al Ponte che scavalca la confluenza del Blanque e della Sals, è evidentemente sbagliato. Un lettore che si accorga dell’errore ne può concludere che gli si vuole nascondere qualcosa e quindi recarsi sui luoghi segnalati in modo inesatto. Conosco bene il linguaggio di questo libro per affermare che l’autore è molto più ansioso di rivelare un segreto che nasconderlo: gli errori hanno difatti lo scopo di attirare lettore verso i luoghi che si vuole assolutamente fargli visitare.

La seconda anomalia del carta Boudet è l’assenza di scala. Se si vuole sapere a quale dimensione reale corrisponda 1 cm della carta Boudet, occorre far riferimento ad una carta millimetrata e applicare una “regola del tre”. Un cartografo che pubblica una carta tracciata in base ad una scala di sua invenzione, ma poi omette di raffigurarla, rende chiaramente inutilizzabile il suo lavoro. L’enigma ha una soluzione, ma bisogna aver letto il libro ed essere riusciti a tradurne il senso reale. Si apprende alla pagina 230 che l’unità di misura dello spazio di cui si servivano i Celti era detta ELL (*). Questa unità era di 1,404 “mille” ovvero 260 centimetri. Così la carta di Edmondo Boudet equivale ad una carta dello Stato Maggiore dove l’ell è stato sostituito al metro. Qui il gioco del curato diventa strano: tira fuori non si sa da dove questo “ell”, vorrebbe farci credere che era “la larghezza esattamente misurata” delle strade galliche, ed infine lo utilizza in una carta di sua composizione.

(*) L’ell è una rnisura celtica molto variabile a seconda le tribù e nulla prova che l’elI dei Reti equivalesse effettivamente a 260 cm.

Nelle sue “Osservazioni preliminari” l’abate Boudet dichiara che “attraverso una corretta interpretazione si scopriranno molte cose interessanti a proposito delle guglie rocciose che incoronano le nostre montagne”. Bene, ma perché allora gli occorre che le altezze di queste rocce non siano del tutto corrette? Perché fare errori quando basta solamente copiare una carta dello Stato Maggiore? Semplicemente perché vuole giocare con le cifre come gioca con le parole! Ecco cosa si ottiene sommando le singole cifre delle quote inesatte :

Serbairou 514 - 5+1+4 = 10
Fortino di Blanchefort 544 - 5+4+4 = 13
Bazei 564 - 5+6+4 = 15
Entrata di Rennes 268 - 2+6+8 = 16
Cardou 796 - 7+9+6 22

Il lettore dovrà essere capace di associare diverse informazioni come, ad esempio, l’ossessiva ripetizione a diverse riprese de “il fulmine ed il lampo” . E fermandosi alle pagine 119 e 124 trova un invito ad accomunare queste manifestazioni ai totali delle somme sopracitati. Si nota che la serie ascendente delle cime così calcolata permette di tracciare il grafico di un lampo, o meglio i frammenti di un lampo. Il numero 22 è posto sulla più alta cima di Rennes, sul Cardou che deve il suo nome alla dea delle unioni: Cardéa. Pensi allora alla pagina 114 del libro, con 22 lame o tuniche del tarocco egiziano. Il risultato è incoraggiante: l’altitudine 796 (7+9+6) dà 22, o l’ultimo arcano del tarocco, Le Fou o il Matto o ancora il Vescovo il cui copricapo è la mitra “che figura con onore sulla cappa del camino” (p. 256). Questo arcano, non non lo dimentichiamo, non possiede in effetti nessuno numero (è lo 0) e la cima corrispondente può essere vista del cielo come il punto di caduta ideale del fulmine, o dalla valle come l’origine stessa del lampo. Il Bagatto, inizio del tarocco, è localizzato al “Cap de l’Homme”, è la “testa”. L’abate Boudet la scoprì mentre stava per essere picconata da un pastore e, secondo quanto riportato a pagina 234, si “sentì obbligato, nel mese di dicembre 1884, a togliere questa bella scultura del posto dove si trovava”. Questa pietra, trasportata ad Alet, fu tagliata in due: il retro, ove era inciso un quadrato ROTAS, fu conservato da M. Cailhol e la faccia fu portata presso la canonica di Rennes-les-Bains per incastonarla in un muro, dove può essere ancora vista.

Una quarta anomalia si trova nella legenda in basso a sinistra della carta:
... Menhir in piedi
. Menhir caduti
H Dolmen
+++ Croci greche

Il piccolo esercizio precedente con le cifre incoraggia a leggere la legenda in acrostico: M M D C è la versione romana di 2600 in cifre arabe. Curiosamente, la carta misura 26 cm di altezza! Si immagina dunque che ai multipli valori di tempo menzionato nel libro devono corrispondere delle misure di lunghezza sulla carta. Si vede che ogni centimetro equivale a 100 anni e che 26 cm è dunque 2600, o MMDC in cifre romane. Si nota anche che questo 2600 è un multiplo dell’ell, la misura della strada celtica e che 1886, data, di edizione dell’opera, moltiplicato per un ell (2,60 m) da’ 4,900 km.

La quinta ed ultima anomalia è data dal contrasto che si stabilisce tra la severità del tutto classica della carta ed i caratteri fantasiosi del titolo spostato verso la sinistra: RENNES CELTIQVE. Seguendo l’interpretazione numerica, sembra che le 14 lettere corrispondano ad un segnale indicato alle pagine 23 e 68 che permette di passare dal nero al bianco: 14 notti trascorrono dalla luna nuova alla luna piena e 14 giorni della luna piena alla luna nuova, con l’immagine simbolica che “il sesto giorno apre tutte le porte” (p. 283). Certo, le 14 stazioni simboliche della Via Crucis di Rennes-le-Chateau che hanno fatto impazzire la cronaca sono sicuramente successive alla carta di questo libro, ma occorre ricordarsi della “VAL CRUX “, la Valle delle Croci, nome che si dava al sito di Rennes-le-Bains nel 1709, al tempo in cui l’abate Delmas era curato e scriveva le sue memorie.
Del resto, a quell’epoca la stazione termale blasonava lo scudo “di Rosso alla Croce e Cerchio di Oro”. Il suo corrispondente topografico è la località detta “la Croix du Cercle” e si continua a riportare questo toponimico sul catasto del comune.

LO ZODIACO DI RENNES
“Dodici palazzi erano chiusi in una sola cinta”, con l’allusione (citando Plinio) che questi monumenti erano dedicati al Sole; tale è la definizione dello zodiaco data a pagina 84. A pagina 246 si determina il centro di questo zodiaco e la pagina 241 dà le giuste dimensioni per tracciare sulla carta queste due circonferenze: 15 e 16 centimetri di raggio. Il geniale autore non manca di aggiungere che “questa mola doveva macinare il grano (l’oro) in maniera perfetta” .
Il segno dell’Ariete (Belier) è designato da Abele, custode delle greggi che danno la lana (laine), questo vale a dire la N, per tutti simbolo del Nord e che si ritrova due volte nella parola RENNES del titolo della carta. A pagina 43, l’autore insiste sulla distinzione fra l’ordito (chaìne) e la trama della lana (trame de laine-trama della N) perché l’ordito corrisponde alle linee verticali | | tracciate a partire dalle due lettere N della carta mentre la trama significa la linea diagonale.

Una notizia molto sottilmente dispensata alle pagine 227 e 231 permette di localizzare il segno dell’Ariete (Belier-Abel) verso il confluente della Sals e del Rialsès, esattamente alla Roc-Nègre, l’Ariès de Nègre o Ariete Nero, secondo l’iscrizione incisa su una pietra tombale!

Prima di andare avanti, riassumiamo quanto detto e dissipiamo i malintesi chi possono essersi formati nella mente del lettore:
1) per codifica astronomica, l’abate Boudet indica dodici siti e la posizione di ciascuno di essi corrisponde ad una Casa dello Zodiaco, il quale inizia verso Blanchefort, a 0º dell’Ariete su RocNegre.
2) per codifica cartografica, la posizione della cava del Jais du Serbaïrou è erroneamente determinata alla confluenza del Blanque-Sals.
3) per codifica del tarocco, “l’eclair” (il lampo) parte dal Cap de l’Homme e termina al Cardou.

Questa codice è perfetto. Rennes-les-Bains, centro di una circonferenza (p. 225) da 16 a 18 km, rappresenta di fatto una “banca” che ha dodici “depositi” che si aprono ciascuno con una combinazione particolare. Questo non implica comunque che ogni “forziere” conservi ancora qualcosa

Lo schizzo che accompagna la copia in mio possesso indica la codificazione delle due pietre tombali che esistevano al cimitero di Rennes-le-Chateau prima della pubblicazione del libro Boudet e che davano delle indicazioni analoghe. La pietra orizzontale menzionava i dodici nascondigli tramite le 14 lettere del nostro motto latino trascritte in lettere greche: ET IN ARCADIA EGO. La pietra verticale segnava il luogo esatto dove UNO dei dodici nascondigli si trova.

Il codice era: M.D.SEPT = 1507. L’unità di misura utilizzata era la “M”, il miglio, con valore di 1852 metri. L’abate Boudet scrive a pagina 84: “1500 appartamenti nel labirinto dalle molteplici svolte, costruito da Mesraïm e dedicato al Sole”. Il lettore abituato oramai ai giochi di parole dell’abate Boudet ha già probabilmente dedotto: “M”... poi :1500... e 7 (cifra del sole), ovvero il codice: 1507. Curiosamente, si può leggere su questa lastra: D’ARLES DAME... “Signora di Arles”, che fa pensare allora alla definizione data da Maurice Magre per designare l’arena di questa città: “Chi parla di arena sottintende il gioco del Toro, la tauromachia, derivato dall’antico culto del bue Apis”. Quindi Apis è proprio quell’ape di cui il ronzio sarebbe detestato, come afferma l’abate Boudet a proposito del sorgere e tramontare del SOLE ( pag. 122).

L’abate Boudet ha potuto esprimersi solo attraverso l’astronomia, la mitologia, la Bibbia ed altri metodi più o meno ortodossi, esattamente come il trattato del “Cromleck di Rennes-les-Bains”, che rimangono congetturali. Questo ha potuto indurre in errore. Ma il lettore illuminato comprende adesso che una certa iconografia non deve essere considerata che come elemento simbolico nella costruzione della sua opera.

IL BASTONE DELL’EREMITA
Se si traccia una linea verticale dalla lettera U scritta come V romano che si trova nel titolo della carta, si arriva in basso a sinistra nella legenda delle pietre celtiche. Questa linea corrisponde al meridiano 0 che taglia l’esagono francese in due parti uguali. È esattamente il prolungamento della linea dorata del gnomone nella chiesa di Saint Sulpice a Parigi, di cui si festeggia il santo patrono il giorno 17 gennaio. Chi che visiterà questo luogo avrà materia di riflessione; troverà in particolare, da una parte all’altra della linea del meridiano, due quadri di Signol: la “Morte di Gesù” e la “Spada nel fodero”. “MORT” e “EPEE” sono anche le due parole che appaiono anormalmente nell’epitaffio della pietra tombale della Marchesa di Blanchefort, di Rennes-le-Chateau. L’abate Boudet a pagina 255 è ancora più esplicito sulla questione della Morte, ed a pagina 217 sull Spada.

A Rennes-les-Bains, il meridiano passa tra Serre e Peyrolles, nei pressi della tomba d’Arques detta dei “Pastori d’Arcadia”, per continuare sul Serbaïrou fino al luogo dove si trova un masso di circa 2 metri d’altezza che porta incisa l’iscrizione latina: “Ad Lapidem Currebat Olim Regina” (verso la pietra correva un tempo la regina). Questa regina è la linea rossa del meridiano, “Rosa-Lina” scriverebbe l’abate Boudet. Forse avrebbe ragione, perché Roseline, badessa della “Celle aux Arcs” si festeggia il 17 gennaio... e la sua leggenda merita lettura *.

* Nella chiesa di Rennes-le Chateau, Sainte Germaine di Pibrac ha sostituito Sainte Roseline. Vedere il libro di Hubert Larcher, ”Le sang peut-il vaincre la mort” pag. 460.

Immaginiamo la psicologia dell’abate Boudet. Sappiamo che ha passato degli anni a comporre e poi a rimaneggiare il suo libro di cui non era mai soddisfatto. L’insuccesso presso il mondo “colto” dell’Accademia delle Scienze di Tolosa gli ha dato l’idea aggiungere un supplemento alla sua pubblicazione del 1886. Ha pensato e deciso di in lasciare una “illustrazione”. Così come la scala della sua carta appare nel libro in un posto inaspettato, le illustrazioni dell’opera dovevano sembrare ex libris.
Queste immagini le troviamo a Rennes-le-Chateau, dove il giovane curato Saunière era disponibile: i libri contabili dell’abate Boudet confermano questo ragionamento. Nel corso di molti anni Marie Denarnaud ricevette somme considerevoli che permisero all’abate Bérenger Saunière di costruire edifici e vivere da miliardario.... Ma giunse il giorno in cui i regali terminarono: “Il piano Boudet era concluso.” L’abate Saunière non aveva più nulla, era incapace di decifrare da sé il capolavoro e si è dovuto affidare ad espedienti per sopravvivere!

Queste illustrazioni le troviamo nella chiesa di Rennes-le-Chateau. L’abate Henri Boudet ne è l’ideatore e l’architetto.

“Il centro di Rennes-les-Bains si trova nel luogo chiamato, dagli stessi Galli, il Cerchio”. Questa citazione dell’abate Boudet a pagina 246 è in effetti esatta poiché la Sorce du Cercle (Sorgente del Cerchio) si trova vicino alla Fauteuil du Diable (Poltrona del Diavolo); il curato lo ha voluto illustrare in modo molto preciso nella chiesa di Rennes-le-Chateau, riproducendo vicino all’entrata un diavolo che forma della sua mano destra un cerchio.

Ancor meglio, l’autore della Vera Lingua Celtica aveva fatto posizionare in una nicchia nell’atrio della sua chiesa parrocchiale una croce su un pilastro di pietra riportante il motto di Costantino: “In hoc signo vinces” la cui traduzione esatta è: “Per questo segno vincerai”. Di nuovo fa riprodurre l’iscrizione sull’acquasantiera sostenuta dal diavolo a Rennes-le-Chateau ma con una variante; questa volta vi si può leggere:

P A R C E S I G N E T U L E V A I N C R A S
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22

Alle 20 lettere del motto si sono aggiunte 2 lettere per ottenere il numero 22 del tarocco, quello che contrassegna l’eclair, l’illuminato. Le lettere aggiunte sono la 13 e la 14, dunque 1314. Questa data è quella della scomparsa dell’Ordine del Tempio il cui stendardo Beau-Céan era nero e bianco. Ora, il diavolo fissa con i suoi occhi di vetro la scacchiera formata dal pavimento nero e bianco. Di nuovo l’abate Boudet dà un’illustrazione del suo libro, laddove insiste sul Bianco ed il Nero, nella citazione su Blanchefort “questa roccia bianca che colpisce gli occhi, tutt’intorno circondata da una base di rocce nerastre, che si endendono fino a Roko Negro” (pag. 231), dal giorno alla notte.

I due preti hanno firmato questo lavoro, perché a ridosso del diavolo, sostenuto da due “basilischi” (piccoli re) legati da un anello, si trova un medaglione rosso con le lettere in oro “B.S.”, iniziali di Boudet-Saunière.

Il lettore comprenderà che questa prefazione non potrebbe bastare per descrivere tutte le decorazioni della chiesa di Rennes-le-Chateau, che altro non è se non l’illustrazione del libro dell’abate Boudet e la rappresentazione simbolica dei luoghi di Rennes-les-Bains.

Proprio all’esterno della chiesa si trova un pilastro visigoto capovolto che sostiene la Vergine di Lourdes e vi è inciso sopra 1891; fu posto all’epoca della missione di Rennes-le-Chateau, curata da monsignor Billard e dall’abate Henri Boudet. Quest’ultimo, approfittando dell’inondazione che ha aveva raggiunto Rennes-les-Bains, ne segnò l’altezza e fece porre una targa relativa al livello della pienasu su un lato della sua chiesa: “CRUE - 1891.” Talvolta la provvidenza è davvero grande, perché questo è un numero prezioso. Se un visitatore accorto ricollocasse il pilastro della Vergine nel giusto senso, vi potrebbe leggere 1681!

Una lapide fa risalire la morte della marchesa di Blanchefort, ultima castellana du Rennes le Chateau alla data del XVII GENNAIO MDCOLXXXI e questo deliberato errore può indurre in confusione. La marchesa è morta nel 1781 e si è sostituita alla C una O (zero) che non esiste nelle cifre romane. E’ evidente che bisogna saltare la “O” per leggere 1681 o servirsene come perno di rotazione, il che dà 1891.

All’epoca della pubblicazione del libro, nel 1886, questa stele funeraria già esisteva, e l’abate Boudet la decodifica. Utilizza anche la data di edizione del suo lavoro per avere 1886 ells, che moltiplicati per 2,60 mt, dà circa 4900 metri: la distanzia di in linea d’aria dal tiglio del cimitero di Rennes-le-Bains alla una vecchia croce di pietra dedicata a Santa Maria Maddalena a Rennes-le-Chateau. Nel 1891 la Tour Magdala ancora non esisteva ed al suo posto “la croce” dominava ancora la valle dalla punta della roccia. In seguito le due lastre della marchesa furono cancellate dall’abate Saunière su ordine dell’abate Boudet.

Era la chiesa adesso che illustrava il libro La Vraie Langue Celtique et le Cromleck de Rennes-les-Bains. Il Grande Maestro di è Rennes-le-Chateau è davvero l’umile abate Boudet, del quale lo “splendido” abate Saunière non è che lo splendido gregario.

Se ci serve una riprova, la troviamo sulla tomba di Jean Vié che, nel cimitero di Rennes-les-Bains, è contigua a quella dove giacciono la madre e la sorella dell’abate Boudet. Un abile scultore, approfittando della sonorità Jean Vié = gennaio, si è adoperato per mettere bene in vista il numero 17 che figura sulla pietra tombale. Ha vissuto, si legge nel suo epitaffio, sessantaquattro anni: tanti quante sono le caselle nel gioco degli scacchi, di cui 32 anni bianchi da laico e 32 neri negli Ordini. Essendo stato il predecessore dell’abate Boudet ed il curato di Rennes-les-Bains, l’abate Jean Vie si integra in un “sistema” che dà a Les Bains la precedenza su Le Chateau. Da qui la certezza che l’abate Boudet è il Maestro dell’abate Saunière.

RICORDI CHE RIAFFIORANO
Le prime sensazioni sono sempre le più vere. Mio nonno Charles aveva capito di istinto, nel 1892, che l’abate Boudet presentava un interesse che l’abate Saunière non aveva. Non ho conosciuto personalmente né l’uno né l’altro, e gli aneddoti sulla vita dei due mi furono raccontati dalla Sig.na Marie Denarnaud, perpetua del defunto abate Sauniêre.

Nell’agosto 1938, mi recai a Rennes-le-Chateau per recuperare alcune lettere che l’abate Saunière aveva ricevuto da mio nonno. Ero in vacanza, ed avevo si e no vent’ anni. “Marinette”, come la si chiamava in paese, mi aveva molto cortesemente ospitato a Villa Béthania; vi sono restato tre giorni. Abbiamo festeggiato il settantesimo compleanno della vecchia signorina. Durante queste giornate la mia ospite rievocata un ritratto dei due scomparsi Boudet-Saunière. Fu così che l’abate Saunière mi fu presentato come un gaudente, un uomo rozzo e furbo, di cultura sommaria, che nulla aveva a vedere con l’ardore intellettuale e la sete di sapere che animavano invece il suo confratello di Rennes-les-Bains.

Mi fu impossibile mantenere la promessa fatta alla Sig.na Marie Denarnaud di ritornare a trovarla l’anno seguente. Nel 1939 si era in guerra. Gli avvenimenti che l’hanno seguita non mi hanno permesso di ritornare nel mio paese dal Razès e di rivedere Rennes-le-Chateau fino al 1965. Mi accompagnava Il marchese Philippe di Cherisey. E’ un amico di vecchia data e che si interessa molto alla storia di Rennes. La Sig.na Denarnaud, dopo aver venduto poco a poco il mobilio che possedeva e ceduto i suoi terreni a M. Natale Corbu, era morta da una dozzina di anni. Il nuovo proprietario, che aveva trasformato Villa Béthania in hotel, ci ricevette calorosamente. Ci raccontò la “nuova storia del tesoro di Rennes-le-Chateau” con abbondanza di dettagli che ci lasciarono stupefatti. Di questo incontro mi guardo il ricordo dal seguente dialogo:

Cherisey – “Avete letto il libro dell’abate Boudet?”
Natale Corbu – “No, e stato appena stato pubblicato...”
Cherisey – “…è stato stampato nel 1886, la vostra chiesa ne è l’illustrazione.”
Natale Corbu – “…non credete al tesoro di Rennes-le-Chateau?”
Io – “Non c’è nessun tesoro sul territorio di Rennes-le-Chateau.”
Natale Corbu - “Disapprovate le ricerche?”
Io – “Disapprovo i cercatori di tesori che non smettono di saccheggiare le proprietà private. Non è facendo dei buchi a Roc-Nêgre, a Blanchefort, a La Madeleine, alle cave del Jais o al Diable che scopriranno qualcosa. Là si trovano solamente dei punti di riferimento che permettono di traguardare geometricamente certi altri luoghi.”
Il mio interlocutore lasciava la regione alcuni mesi dopo e M. Buthion, uomo molto simpatico, gli succedeva a Rennes-le-Chateau.

CONCLUSIONI
Si sa che l’abate Boudet è morto ad Axet, ma ciò che si ignora è che al suo capezzale si trovava l’abate Saunière, che lo assistette nei suoi ultimi momenti. Da sei o sette anni i due preti non si frequentavano più. Questa riconciliazione davanti alla Morte, di fronte alla Spada della Giustizia divina, segnò una nuova svolta nella vita dell’abate Saunière: la Sig.na Denarnaud, che mi raccontò l’episodio, mi fece capire che il suo curato nel 1916 aveva in mente grandi progetti che il destino non non gli lasciò il tempo di mettere in pratica. Quando l’abate Saunière morì il 22 gennaio 1917, conosceva il segreto dell’abate Henri Boudet, che glielo aveva confidato in questi ultimi istanti.
L’abate Henri Boudet, come suo fratello Edmondo Boudet, non aveva eredi diretti.
Ciò che lasciarono finì nelle mani della sorella della moglie di Edmondo. Le opere della biblioteca dell’abate e certe sue carte furono mandate alla discarica pubblica di Axet.
I libri contabili dell’abate con belle rilegature, gettati anch’essi al macero, suscitarono l’interesse di una persona di Axet che li ha poi lasciati a suo figlio, oggi vecchio di settantaquattro anni, e che ha conservato un ricordo abbastanza preciso del defunto.
Tre casse di manoscritti si trovano a Quillan, così come alcune fotografie scattate da Boudet stesso, in particolare dell’abate Saunière col suo cane Pomponet, il tutto nelle mani di un lontano pronipote acquisito dell’abate Boudet.
I libri contabili devono la loro salvezza solo alla loro ricca rilegatura, ma manca l’intervallo dal 1891 al 1894. Di questi libri se ne può riassumere così il contenuto:
Dal 1885 al 1901 (salvo l’intervallo precitato) l’abate Boudet versa a Monsignor Arsène Billard delle somme considerevoli: 7.655.250 di franchi, che il vescovo di Carcassonne fa destinare alla fondazione religiosa di Prouille e a diverse opere pie come i Bambini di Saint-Vincent-di-Paul.
Dal 1887 al 1901, l’abate Boudet versa alla Sig.na Denarnaud delle somme molto importanti : 3.679.431 di franchi che finanziano la ristrutturazione della chiesa di Rennes-le-Chateau, la costruzione della Tour Magdala, di Villa Bethania ed altri lavori!
Dal 1894 al 1903, l’abate Boudet versa ancora alla Sig.na Denarnaud delle somme, ma più contenute: 837.260 franchi. Non è registata alcuna somma per l’abate Bérenger Saunière mentre si notano invece quattro piccoli versamenti a nome di Alfred Saunière, fratello dell’abate, di 10.000 e 15.000 franchi nel 1901, e due volte 15.000 franchi nel 1903...
La mia conclusione ci porta al cimitero di Rennes-les-Bains, dove giacciono la madre e la sorella dell’abate Henri Boudet. Quante volte il prete, durante i suoi diciotto anni di solitudine, è venuto raccogliersi davanti a questa tomba sormontata da una croce “direzionale”? Quante volte, alzando gli occhi azzurri verso il cielo ad implorare misericordia per le sue “pecore smarrite”, il suo sguardo si è si fermato al “Cap de l’Homme”, dove “fu scolpita una bella testa del Salvatore che guarda la valle”?. Nessuno può dirlo! Ma adesso il lettore capirà che il pensiero dell’abate Boudet doveva spaziare al di là di questa Testa, verso quella Tour Magdala di Rennes-le-Chateau che si trova esattamente allineata lungo questo asse, là dove risiedeva l’esecutore di queste opere, l’abate Saunière con il quale aveva ormai interrotto ogni relazione. Il lettore immaginerà l’abate Boudet che si ritira nel cimitero e si fa il segno della croce mormorando:

Jésus medèla vulnérum
Spes una poenitentium
Per magdalenae lacrymas
Peccata nostra diluas

Lo vedrà passare sotto la porta dell’atrio ed entrare nella sua chiesa, fermarsi davanti ad una vetrata posta a sud, rappresentante il vescovo Sergius Paulus ed infine meditare sull’utilità di questa decorazione che aveva fatto porre nel 1886 come prima illustrazione della pagina finale del suo libro: La Vraie Langue Celtique et le Cromleck de Rennes-les-Bains

24 giugno 1978
Pierre Plantard de Saint-Clair
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Alfred



Joined: 21 Jun 2004
Posts: 1320

PostPosted: 2 September 2004, 7:05 am    Post subject:

Ciao Domig,

Premettendo che hai fatto un ottimo lavoro, ne approfitto per segnalare alcuni errori di Plantard, ripresi successivamente da quasi tutti i ricercatori che si accostano allo studio della VLC:

1 La famiglia di Boudet NON era affatto povera! Il padre di Boudet aveva una ferreria ad Axat e può permettere ad Edmond gli studi notarili e a Henri gli studi "sacerdotali".

2 L'editore Pomiès continua la propria attività fino al 1888.

3 Il libro "Lazare veni foras" non è mai esistito se non nella mente di Plantard.

4 Boudet se ne va via da RLB volontariamente, per l'età avanzata.

5 Sul libro chiuso è scritto I.X.O.I.S (sigma) e non I.X.O.Y.S.

6 Errore molto grave: le altezze di vari monti erano "ESATTE" all'epoca di Boudet in quanto prese dalle cartine esistenti allora. Non c'è nessuna stranezza, quindi, nelle altezze dei monti!

7 Dietro la testa del Menhir di cap del'Homme non c'era nessun ROTAS, Plantard vuole farci confondere le idee con l'opuscolo "Pietre incise della..." dove era riportato un falso menhir rappresentante la testa di Dagobert... la vera testa ha fattura femminile ed è incastonata nel muro del presbiterio della chiesa di RLB.

8 La linea che passa per MMDC non è altro che il Meridiano di Parigi (definito anche 600) le lettere significano, quindi Meridiano MDC (600).

9 BS significa, secondo me, Berenger Sauniere e non Boudet Sauniere.

10 I doni di Boudet a Saniere e a Billard... dove sono le prove Question Question

Riguardo al resto... sono solo ipotesi (affascinanti, ma non provate) di Plantard.
_________________
E i suoi occhi troppo azzurri non vedono nulla e riflettono tutto.

Valéry.
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domig



Joined: 30 Jun 2004
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Location: roma

PostPosted: 3 September 2004, 4:51 pm    Post subject:

ciao alf

Acuta, l'analisi degli errori di Plantard da te segnalati (esemplare, a mio avviso, quello riportato al nr. 9 ).
Te l'avevo detto io, che l'articolo era interessante Cool in più punti...

Io non ci avevo fatto caso... mi ero perso nel racconto di Plantard, ancor più "fantastico" del libro a cui fa da prefazione.

Lì dentro c'è tutto... l'ormai acclarato Mistificatore e Costruttore del Mito/Segreto/Fregatura ci ficca dentro di tutto... sembra di rileggere il Serpente Rosso... La scacchiera, il Beauceau dei Templari, il mortepee, lo zodiaco, le lame dei tarocchi, i romani i celti e i goti, carte topografiche inutili, numerologia e giochi di parole, tutte le lapidi e le capocce d'uomo, Saint Sulpice, il meridiano e la Denarnaud, il Jesus Medela e i Bambini di S. Vincenzo de Paoli, la Tour Magdala e il Diavolo (non Asmodeo), e poi c'è la cabala, l'hoc signo, una geografia fatta di sorgenti, valli, poltrone, miniere e montagne... c'è Sauniere "marionetta" inconsapevole di Boudet, c'è una chiesa "illustrazione" di un libro e un sacco di altra roba...

Plantard era proprio un malefico... ha messo là tutte 'ste cose per confondermi e per farmi passare come vera la notizia falsa che la famiglia di Boudet era povera, non ricca!

Meno male che ci sei tu, alfred Very Happy
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Alfred



Joined: 21 Jun 2004
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PostPosted: 3 September 2004, 6:01 pm    Post subject:

Ciao a tutti,

Vorrei fare un piccolo "aggiornamento" del mio post precedente elencando le false e le vere (?) “anomalie” della carta RENNES CELTIQUE:

Le false anomalie (oltre a quelle già dette) sono:
1. I nomi dei ruscelli sono esatti come provato dalle cartine dell’epoca. Ed è del tutto normale che oggi gli stessi ruscelli non presentino (parzialmente e/o totalmente) la stessa toponimia del 1886.
2. I Menhir di Boudet ESISTONO e non sono partoriti dalla sua fantasia… Essi si possono dividere, secondo me, in quattro tipologie: Menhir artificiali (Les Rulers, Dolmen del Serbairou e de la Bord Neuve, Cugulhou di levante e ponente, Cardou, Soulane e Cap de l’Homme), Menhir naturali (Blankfort, Lampos, Roc Poitou, Roko Negro, Homme mort e Roko Fourkado) e Menhir NC cioè impossibili da classificare fra le due categorie sopra (Blazel e Serrat Plazent).
3. Evidentemente Boudet aveva una sorta di deformazione professionale: riteneva che ogni croce greca identificasse un piccolo Menhir, quindi non c’è da stupirsi che la carta sia piena di Croci e Menhir Secondari (quarta tipologia).

Ecco quelle che potrebbero essere, secondo me, le vere “anomalie“:
1. Il profilo del Cardou è sbagliato (il perché di questo si può discutere, ma in un altro post o topic)
2. La confluenza del Blanque con il Sals è leggermente sbagliata (forse è un errore)
3. Il Numero dei Menhir della Serrat Plazent è uguale al Numero dei triangolini sopra il bassorilievo della Maddalena sotto l’altare (questa "anomalia" è stata notata da diversi ricercatori francesi e andrebbe discussa in modo approfondito, ma forse è una cioncidenza)
4. Con un po’ di fantasia si possono scorgere due facce: una a Sud Est di RLB e una a l’homme mort (ma potrebbe trattarsi benissimo solo di effetti ottici)
5. Boudet si dimentica il Menhir di Les Pontils… volutamente.
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Valéry.
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Alfred



Joined: 21 Jun 2004
Posts: 1320

PostPosted: 3 September 2004, 7:03 pm    Post subject:

Ho trovato altri tre errori di Plantard nella sua “Prefazione“:

1. Il meridiano di Parigi non passa per la chiesa di St Sulpice né tantomeno sullo Gnomon ma a qualche metro di distanza… direttamente sul centro dell’Osservatorio di Parigi.
2. Il suddetto meridiano NON passa assolutamente per il Serbairou (come Plantard vuol farci credere) ma sulla Soulane (a qualche centinaio di metri dal Serbairou).
3. Qui Plantard vuole farci confondere raccontando menzogne pure e semplici: la pietra ALCOR (Ad Lapidem Currebat Olim Regina) esiste ed è situata sul fianco del Serbairou… tuttavia NON HA MAI recato l’iscrizione ALCOR ma ce l’ha aggiunta Plantard sulla fotografia (la pietra non mostra alcuna incisione né è mai stata incisa).

PS. Questi “errori” (che non sono altro che truffe belle e buone) ce la dicono lunga su chi fosse Plantard…
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Valéry.
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