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Una testimonianza unica di tre anni di ricerche e confronti intorno al mistero di Rennes-le-Château,
conservata per documentare una stagione irripetibile della sua storia.

 
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...et in Arcadia ego iaceo.

 
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Diego Cuoghi



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PostPosted: 25 February 2006, 10:27 am    Post subject: ...et in Arcadia ego iaceo.

Questa mattina stavo cercando riferimenti sull'arte prima e dopo il concilio di Trento, così ho preso dallo scaffale il volume 6* della "Storia dell'arte italiana" pubblicata da Einaudi.
Proprio alla fine c'è un lungo capitolo sulla fortuna del tema dell'Arcadia. Leggendo mi sono imbattuto in questa notizia che non mi pare aver mai visto citata nei tanti commenti sui dipinti di Guercino e Poussin:

"Sollecitato da un committente erudito (per Panofsky forse il Rospigliosi, per Mahon il giro di Padre Mirandola), Guercino si intrattiene con i pastori d'Arcadia. Il titolo del suo dipinto giovanile alla Galleria d'arte Antica a Roma, ricordato nel 1644 nell'Inventario del cardinale Antonio Barberini, è ormai famoso: Et In Arcadia Ego. l'analisi di Panofsky è tuttora valida anche dopoo il ritrovamento, da parte di F. Della Corte, dei versi di Ausonio che si riferivano alla tomba di Terenzio, uno dei resti più famosi in Arcadia, e doveva essere ben noto al circolo erudito in cui si muoveva Guercino amico di latinisti fra Venezia e Roma. Era evidente che poteva offrire una circolarità di passaggi, dentro il tema ampio della morte: la tomba poteva avere, secondo Della Corte, l'iscrizione mutila: (proferunt in scaenam meae fabulae) et in Arcadia ego (iaceo)"

Dunque "ET IN ARCADIA EGO" è solo parte di un testo più lungo e conosciuto da anni agli studiosi. Non mi pare però di aver mai letto citazioni al riguardo nei tanti libri pubblicati sull'affaire Rennes le Chateau. Si fa sempre riferimento al solo motto singolo, non a tutta la frase che lo contiene.
Ad esempio: http://www.specchiomagico.net/rennespoussin.htm
Questo equivoco ha portato spesso a chiedersi il perché di una frase senza molto senso grammaticale (manca il verbo), cosa che sarebbe spiegabile sapendo che è parte di un testo più lungo e di senso compiuto.

Osservando bene entrambi gli esempi più famosi possiamo vedere che nel caso del Guercino la frase è incisa su un frammento architettonico
http://www.wga.hu/frames-e.html?/html/g/guercino/0/arcadia.html
in Poussin l'iscrizione è in gran parte coperta dai personaggi che si trovano davanti alla tomba e che ci permettono così di leggere solo parte di un testo probabilmente più lungo inciso sul fronte
http://www.wga.hu/frames-e.html?/html/p/poussin/2a/23arcadi.html

Florus ego hic iaceo quondam bigarius infans...
Io Floro qui giaccio, un tempo auriga bambino ..

(iscrizione sepolcrale)

Dunque ... in Arcadia "io giaccio", non "io esisto" o "io vissi" o "io sono" come si è letto tante volte.

Nella pagina successiva si passa ad analizzare la seconda versione di Poussin, quella famigerata legata al mistero di Rennes Le Chateau. L'autore del saggio commenta così il soggetto:

"Alla base era, per Poussin, la lettura indagata, iconica, di Sannazzaro, nel passo che descrive la tomba di Fillide:

... farò fra questi rustici
la sepoltura tua famosa e celebre.
Et da' monti Thoscani et da' Ligustici
verran pastori ad venerar questo angulo
... Et leggeran nel bel sasso quadrangulo
il titol che ad tutt'hora il cor m'infrigida


Ho voluto controllare il testo dell'Arcadia di Sannazzaro
http://www.ozoz.it/cyberbooks/autori/aut_s/sannazzaro.htm
ma il testo continua con un verso che non comprende quello che leggiamo nel dipinto di Poussin:

per cui tanto dolor nel petto strangulo:
"Quella che a Meliseo sì altera e rigida
si mostrò sempre, or mansueta et umile
si sta sepolta in questa pietra frigida".


Dunque Poussin (o con più probabilità il suo committente) ha forse unito il verso di Sannazzaro che descrive la tomba di Fillide, visitata dai pastori d'Arcadia, con quello di Ausonio che parla della tomba di Terenzio?
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