Les Contes de Mammaoca

Un gioco di potere

Lucia Zemiti, 1° novembre 2006

Ci sedemmo al tavolo della locanda dopo una giornata di lento girovagare tra i boschi di Rennes-les-Bains. Cominciava a piovere ed il camino acceso, anche se era piena estate, ci stava proprio bene. Al tavolo al nostro fianco, un vecchio gustava la sua cassoulette, lo sguardo fisso a una foto sulla parete di fronte. Sotto si leggeva: "Il ponte del Diavolo - Bugarach". Non sembrava sovrappensiero: solo assorto. I suoi occhi scuri sembravano scrutare ogni particolare di quell’immagine.

I nostri discorsi un po’ eccitati sulle due Rennes e su quanto avevamo visto quel giorno parvero scuoterlo dai suoi pensieri, e ci rivolse lo sguardo. Aveva un lievissimo strabismo che nulla toglieva, però, alla capacità di mettere una lieve soggezione in chi stava osservando; in lui, tutto emanava forza e caparbietà, e incuteva istintivamente rispetto. A dispetto dei capelli grigi e delle profonde rughe di fianco agli occhi, ci accorgemmo che doveva essere più giovane di quello che sembrava, ma forse una vita difficile come quella dei montanari lo aveva "sciupato" prima del tempo. Lo salutammo e lui ci augurò buon appetito, ma lo fece in uno strano dialetto molto più simile allo spagnolo che al francese. Noi pensammo fosse occitano.

Il nostro discorso concitato, ad un certo punto, passò alla tomba di Saunière, al suo odioso spostamento che aveva prevaricato le ultime volontà del reverendo e all’allontanamento dall’amata Marie.

Il discorso attirò di nuovo l’attenzione del nostro vicino.

"Eh, bien..." disse con una voce greve. "Il a eu l’épreuve, finalement".

"Quale prova? Chi...?" chiedemmo incuriositi.

Avvicinò la sedia al nostro tavolo e prima di ricominciare a parlare ci osservò attentamente uno ad uno. Poi ri prese il discorso. Evidentemente avevamo superato una sorta di test.

"Qualcuno ha fatto in modo che quello spostamento avvenisse, una volta deciso, nel più breve tempo possibile - disse in quella strana lingua che faticavamo a comprendere e che ci traducevamo a turno ad alta voce, seguendo l’intuizione del momento e ai utati dai suoi cenni d’approvazione - da tempo si aveva il sospetto che la tomba celasse un segreto ed alcune persone dovevano assolutamente sincerarsene".

"La storia del tesoro di Rennes?"

"No - rispose dopo una leggera esitazione - un segreto più importante che riguarda le persone. Il potere".

Ci scambiammo un rapido sguardo. Non era la prima volta che incontravamo strani personaggi e strane teorie su Rennes, ma una nuova storia al riverbero delle fiamme del camino era decisamente piacevole, qualsiasi cosa saltasse fuori.

"L’esumazione è avvenuta alle sette del mattino, sapete?" disse quasi sottovoce. "Non sono stati ammessi che pochi, pochissimi addetti. Lo stretto necessario... e tutti iscritti nel libro paga della persona che ne ha ordinato la profanazione, perché di profanazione si è trattato!"

Il tono della voce si era improvvisamente alterato, attirando l’attenzione degli altri avventori, ma subito si calmò e - dopoun bicchiere di vino rosso del Russillon levato a mo’ di brindisi - riprese il racconto.

"Avrei voluto vedere la sorpresa negli occhi dei presenti quando scoprirono che la tomba era vuota. Immaginate lo sbigottimento di quell’istante... Una persona sola non ne rimase sorpresa: quella che con gelida compostezza ordinò il silenzio a tutti su quanto successo, dichiarando che i profanatori degli anni Sessanta avevano compiuto l’efferato gesto, ma che dell’episodio, per rispetto ai parenti, non ne avrebbero dovuto parlare. Mai! A nessuno! Bondieu, quel messorguièr (bugiardo)!"

Si fermò un attimo. Parve radunare i pensieri.

"Mai nessuno aveva profanato la tomba prima di Lui. L’efferato gesto lo aveva compiuto lui. Lui e tutti i suoi adepti. Che siano maledetti!" gridò battendo la mano sul tavolo. L’oste ci guardò scuotendo la testa. Probabilmente pensò che il vecchio aveva bevuto troppo e ci stava chiedendo scusa. Lo tranquillizzammo con un gesto della mano. Tornò il silenzio.

"Ora sarà tutto più difficile" disse dopo qualche minuto in cui nessuno aveva osato aprire bocca. "Ora sanno che qualcuno ha di nuovo il potere delle parole e delle pietre... ricominceranno a cercare...".

"Cercare cosa?" osammo chiedere un po’ intimoriti da quegli scatti d’ira, timorosi di scatenarne un altro.

"Le Grand Heretatge (eredità), non? Mais le poder c’est un animal qui ne peut pas se dondar (domare). Jamai! Solo chi ha compiuto il Cammino di San Giacomo fino in fondo può provare a dominarlo. Non ci si appropria di ciò che non si sa dominare, sarebbe la fine! Maintenant... ara il es tot mai avèrs, malastrosament (ora è tutto più difficile, malauguratamente)...".

E si alzò come se improvvisamente si fosse ricordato qualcosa di improcrastinabile.

Lo seguimmo con lo sguardo dalla finestra dell’osteria.

La sera lambiva con grosse nubi la strada verso il Pont du Diable dove, in pochi passi, il vecchio sparì dalla nostra vista. Sul tavolo aveva lasciato una banconota per pagare il suo pasto.

Vecchi franchi del 1916...


Prima pubblicazione: Indagini su Rennes-le-Château, n. 6, novembre 2006, pp. 314-5.

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