Sale, Saunage e Saunière

Venerdì 29 ottobre 2010 by Lucia Zemiti

Il sale ha avuto una grande importanza sul territorio che attraversa le due Rennes fin dall'antichità. Un'importanza dettata dalla presenza di un corso d'acqua salato, la Sals, da cui si poteva estrarre una buona quantità di questo preziosissimo elemento.

La Sals ha la sua sorgente nei boschi a pochi chilometri da Sougraigne e secondo gli studi di Dominique Jay ingegnere del CRPF (Centro Regionale Proprietà Forestale) contiene 33 grammi di sale per litro d'acqua, una quantità spropositata per un semplice ruscello. Questo fa pensare che la sorgente attraversi un enorme giacimento di salgemma custodito tra gli strati impermeabili d'argilla del sottosuolo; la regione a est dei Pirenei, del resto, ingloba importanti giacimenti proprio di questo tipo.


“I funzionari della gabella”, tratto dal Code des privilèges (XV sec.), presso la Biblioteca Queriniana di Brescia

Utilizzato per insaporire gli alimenti, ma soprattutto per la loro conservazione e quindi considerato derrata vitale, è sempre stato oggetto di enormi traffici, spesso condotti nella piena illegalità quando il suo consumo venne gravato dalle imposte. I Celti furono probabilmente i primi a conservare i cibi attraverso la salatura e a diffonderne l'uso (prima si usava l'affumicatura); possiamo ipotizzare, quindi, che la vicinanza di un ruscello naturalmente salato in grado di approvvigionare le tribù di questa sostanza preziosa (chiamata Hal dai Celti) abbia reso particolarmente interessanti ai loro occhi le rive della Sals. Rive che attirarono anche i Romani negli anni successivi, poiché sapevano che la presenza di sale e di sorgenti termali erano un chiaro segnale indicativo della presenza sul territorio di filoni auriferi.

Le antiche miniere, che perforano i dintorni di Rennes-les-Bains, dimostrano che avevano ragione: qui si trovava in abbondanza oro giallo e oro bianco.


Dichiarazione di ricossione di un Minot di sale da parte dell’’Hotel-Dieu a Beaufort nell’Anjou e specifica delle sanzioni cui si andava incontro in caso d’inosservanza della legge.

Poiché è in grado di contrastare l'evoluzione batterica dei cibi, è considerato purificatore ed associato spesso a riti sacri e comunitari presso gran parte dei popoli del bacino mediterraneo, dai Greci ai musulmani, dagli Ebrei ai Cristiani, senza dimenticare che ancora oggi è ampiamente utilizzato nei riti scaramantici; perfino nel lontano Giappone sulla pedana degli incontri di Sumo si usa lanciare sale propiziatorio. "Salve" e "salute" sono l'esempio di due parole bene auguranti che derivano dalla stessa radice. Il sale era talmente prezioso che il compenso per gli operai che lo estraevano veniva conteggiato in toto o in parte con questo prodotto e tale quota era chiamata Salarium, termine che designa ancora oggi la nostra retribuzione.

Era una merce ritenuta preziosa come l'oro e il suo traffico rimpinguava molto bene le casse di chiunque si dedicasse al suo commercio, in qualsiasi parte del mondo.

In Francia, nel 1343, Filippo VI decise di consentire la vendita del sale ai soli magazzini reali - i Grenier a sel - e gravò ulteriormente questa merce con una gabella. Mentre quasi dovunque la parola "gabella" significa tassa indipendentemente dal bene su cui è imposta, in Francia la stessa parola dal XIII secolo è riferita esclusivamente al sale: l'infâme gabelle, come venne soprannominata dal Terzo Stato. La sua impopolarità, dovuta alla diversa tassazione sul territorio, fu la causa di moltissime rivolte. In alcune regioni vi erano piccole gabelle o l'esenzione dalla tassa, in altre vigeva la Grande gabella ed era addirittura obbligatorio per ogni famiglia acquistare una certa quantità di sale annua chiamata sel du devoir destinata esclusivamente all'uso domestico, che diventava così una vera e propria gravosa imposta diretta. La differenza era tale che se un minot(1) di sale in una provincia valeva quanto una grossa pagnotta di pane, in quella vicina la somma corrispondeva al prezzo di un cavallo.(2)


Una mappa delle gabelle francesi: a nord si parlava di Grande Gabella, a sud di Piccola Gabella.

Tutto ciò produsse una gran quantità di faux sauniers, "falsi salinatori"(3), visto l'enorme guadagno che si poteva trarre contrabbandandolo dalle regioni a bassa tassazione verso quelle più tartassate - o addirittura esportandolo oltre i confini. Questi contrabbandieri del sale, di cui facevano parte anche donne e bambini, andavano incontro a pene severissime che contemplavano, in aggiunta a pesanti ammende: la condanna ai lavori forzati nelle colonie, nelle miniere di sale e sulle Galere(4) per gli uomini, la frusta, il bando e la marchiatura a fuoco sulla spalla di una G (come "Gabella") per le donne.

Era prevista perfino la pena di morte se si veniva trovati in possesso di armi durante il contrabbando o se a commettere tale crimine erano soldati, ufficiali o giudici incaricati della sorveglianza di questo reato.

Con Luigi XIV il sale divenne Monopolio di Stato: vennero esentati dalle imposte, tra le crescenti proteste popolari, il clero, la nobiltà, i professori universitari e gli ufficiali del Re. Solo con la Rivoluzione Francese, nel 1790, la gabella fu soppressa dall'Assemblea Costituente per riapparire - calmierata ed unificata - poco tempo dopo, fino ad essere definitivamente abolita solo nel 1946.

Languedoc e Roussillon godevano di regimi di tassazione leggera, e ciò ne faceva il luogo ideale da cui prelevare il sale per il contrabbando, anche se la ferocia nella caccia, nella repressione e nelle condanne era identica su tutto il territorio. Fino alla fine del XVIII secolo i gabellieri controllavano anche la zona della Sals per contrastare il traffico illecito di questa sostanza. Nei pressi di Sougraigne a est di Rennes-les-Bains, nel luogo chiamato Fontaine Salée, si possono ancora vedere i ruderi del Podere (Demain de la Sals) e della caserma dove stazionavano i Gabellieri; il podere era stato edificato nel 1752 da François Montesquieu(5) barone di Coustaussa, di Roquefort e di Bugarach.

Nell'editto facente parte delle ordinanze dettate da Colbert del 17 febbraio 1685 (articolo 19) specificamente rivolto alla Linguadoca, si legge che gli acquirenti del sale di contrabbando devono essere responsabili delle pene pecuniarie inflitte ai faux sauniers, condannati ad assistere alla loro esecuzione in caso di condanna capitale e costretti alle Galere per tre anni.

Ma niente e nessuno riuscirà a fermare questo traffico nonostante le severissime pene; la miseria spingeva al contrabbando migliaia di persone disperate. Ancora nel 1781 Jacques Necker, ministro delle finanze di Luigi XVI, nel suo Rapporto al Re dichiarava che ogni anno vi erano gli arresti di duemilatrecento uomini, milleottocento donne, seimilaseicento bambini, la confisca di millecento cavalli e cinquanta vetture, e trecento condanne ai lavori forzati, definendo il caro prezzo del sale un vero flagello. L'Ancien Régime e le sue pesanti vessazioni vivevano gli ultimi istanti: il 14 luglio 1789 era ormai alle porte.

Se dopo questo breve excursus nella storia del sale converrete che questa sostanza è stata considerata per molto tempo sinonimo di "merce preziosa", "tesoro", allora sarete sorpresi come me nello scoprire che Saunière in francese arcaico è il "contenitore per il sale", una sorta di scrigno pieno di preziosissimo sale in cui si custodivano gelosamente i cibi deperibili. Una cassaforte che - come una matrioska - conteneva un tesoro che ne conservava un altro. Con una piccola licenza interpretativa, il nostro amato curato diventa così (nomen omen) il "custode di un tesoro".

E mai nome fu tanto azzeccato: anche perché il tesoro di Saunière, forse, non è tanto l'oggetto gelosamente custodito, quanto l'essenza che ne permette la sua conservazione.

Il sale.

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(1) Il “minot” serve per misurare il sale, le granaglie e i legumi secchi. Come tutte le misure utilizzate prima dell’avvento del metro, era variabile secondo le province e anche ora vi sono delle discrepanze piuttosto rilevanti sulla sua esatta equivalenza: si va infatti dai 12 litri ai 72! E’ celebre l’adagio francese: “Pour se dire ami il faut avoir mangé ensemble un minot de sel”.

(2) André Poussin, La contrebande du sel ... qui mène aux galères, Cancale: Editions du Phare, 2000.

(3) Il termine designava i contrabbandieri del sale; si usavano anche le espressioni faux saunage (commercio illegale) e faux sel (sale di contrabbando).

(4) Le Galere (o Galee) erano navi con scafi lunghi e sottili spinte dalla forza degli uomini legati ai suoi remi, schiavi o condannati. Da qui i due termini Galeotto e Galera, intesa come prigione.

(5) Marie, la sorella di François, erediterà tutte le proprietà della famiglia e sposerà Pierre d’Hautpoul, signore di Serres. Si tratta dello stesso che nel 1780, chiedendo al notaio di Esperaza Jean Baptiste Siau che si dichiarava in possesso del testamento di François Pierre d’Hautpoul (documento di cui si erano perse le tracce da circa 130 anni) di visionare il detto testamento in qualità di erede della famiglia, si sentì rispondere: “Non sarebbe prudente da parte mia privarmi di un testamento di tali conseguenze”. Il testamento non venne mai alla luce.

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Gli scacchi nella mitologia di Rennes-le-Château

Giovedì 28 ottobre 2010 by Mariano Tomatis

A differenza di altri nobili giochi da tavolo come il backgammon, il bridge e la roulette, gli scacchi non ammettono la casualità tra gli elementi che ne costituiscono la struttura; non ci sono dadi da tirare, carte da mescolare o ruote da far girare, né c'è alcunché da nascondere: la situazione è palese per entrambi i giocatori, che hanno a disposizione, per prevalere sull'avversario, solo ed esclusivamente la propria mente e la propria abilità di analisi.

Nonostante, per queste ragioni, gli scacchi siano in apparenza il gioco che maggiormente incarna gli ideali della razionalità pura, nel corso della loro Storia hanno più volte evocato scenari irrazionali quando non del tutto mistificatori. Il primo "macchinario" in grado di giocare a scacchi e sconfiggere addirittura l'imperatore Napoleone III, l'automa del barone Von Kempelen (1734-1804), era in realtà un elaborato ed ingegnoso gioco di prestigio che celava al suo interno un giocatore umano di minute dimensioni, che dall'interno muoveva una serie di braccia meccaniche per dare l'illusione di essere un robot semovente; l'inganno era stato perfetto, e soltanto Edgar Allan Poe (1809-1849), durante il tour americano dell'automa, aveva svelato pubblicamente il trucco che rendeva possibile quel miracolo.(1)

L'intrinseca ambiguità del simbolismo di ognuno dei pezzi che compongono la scacchiera (a partire dalla dicotomia bianco/nero evidenziata sia dal piano di gioco, sia dai colori dei pezzi in campo) ha fatto sì che gli scacchi comparissero in opere visionarie e ricche di suggestioni letterarie come i racconti di Borges e i romanzi di Umberto Eco; ne Il nome della rosa, ad esempio, si cita ironicamente lo pseudobiblium di Milo Temesvar "Sull'uso degli specchi nel gioco degli scacchi": Temesvar, nome di un autore fittizio creato dallo stesso Borges, ritornerà più di recente in un articolo-parodia di Eco su un'interpretazione in chiave omosessuale dell'Ultima Cena leonardesca.

Il "mito agglutinante" di Rennes-le-Château non poteva essere immune dalla contaminazione culturale degli scacchi, e Pierre Plantard - tra i più geniali e prolifici "plasmatori" della mitologia oggi più nota - vi introdurrà effettivamente diversi elementi "scacchistici".

Saunière e gli scacchi

Non si ha notizia di un interesse specifico, da parte di Bérenger Saunière, per il gioco degli scacchi; sono piuttosto alcune opere architettoniche a mostrare i legami tra il sacerdote e la scacchiera, a cominciare dal pavimento della chiesa di Santa Maddalena, fatto installare nel 1887 durante i primissimi lavori di restauro.


Pianta della chiesa di Santa Maddalena con il pavimento a scacchi in evidenza.

Quella che è una decorazione molto comune in molte chiese cattoliche - ma non solo: si ritrova anche in moltissime abitazioni private dell'epoca - è stata ritenuta la prova di un'affilazione, da parte di Saunière, a qualche loggia massonica, dal momento che i templi della Massoneria hanno il pavimento a scacchiera. Questo farebbe della chiesa di Rennes-le-Château, secondo alcuni autori, un tempio massonico.(2)

Sono noti i legami tra la Maison Giscard, incaricata dell'installazione del complesso statuario nella chiesa di Santa Maddalena, e la Massoneria, ma il coinvolgimento della casa di Tolosa risale al 1891 con l'installazione del pulpito, mentre i lavori di restauro del pavimento risalgono a quattro anni prima. L'ipotesi che Saunière intendesse celare nelle decorazioni della sua parrocchia i simboli di un tempio massonico non tiene conto di una linea politica dimostrata in maniera esplicita durante tutta la sua attività sacerdotale: reazionario convinto, egli si schierò sempre contro il laicismo e le forze repubblicane, cui la Massoneria era molto legata, e per queste posizioni - espresse con veemenza dal pulpito della sua chiesa - fu addirittura sospeso dal suo incarico per alcuni mesi dopo le elezioni del 1885, vinte dai repubblicani.

Viene da pensare ad una scacchiera se si osserva, dall'alto, la pavimentazione della Tour Magdala.


Il pavimento della Tour Magdala.

Le 256 piastrelle decorate sono disposte a formare un casellario di otto riquadri per lato su cui si potrebbe facilmente giocare a scacchi - con l'unico limite dell'assenza di colori alternati bianco e nero. Lo stesso pavimento mostra una singolare bizzarria: la casella angolare, situata in corrispondenza dell'ingresso della scala a chiocciola che conduce al piano superiore della Tour e costituita - come tutte le altre - da quattro piastrelle, mostra una piastrella "anomala"; il suo angolo è, a differenza di tutte le altre 255, di colore rosso.


In alto a sinistra: la mattonella anomala.

Esiste una curiosa relazione tra la posizione della torretta circolare che sovrasta la Tour Magdala e la casella corrispondente sul pavimento: la torretta si trova, infatti, in corrispondenza della casella angolare, e nel gioco degli scacchi le caselle angolari sono proprio quelle su cui vengono disposte le torri all'inizio della partita. Forse anche la serra che si trova all'altro estremo del camminamento semicircolare mostrava, all'epoca, una pavimentazione identica a quella della Tour Magdala: purtroppo le piastrelle che lo costituivano sono gravemente danneggiate, e non ne rimane che qualche frammento.

Cambiando scala, c'è chi ritiene che l'intero giardino delimitato dal camminamento semicircolare rappresenti simbolicamente un'enorme scacchiera: data la sua pianta, la Tour Magdala e la serra si collocano correttamente ai due angoli opposti di un ideale casellario, in corrispondenza dei due punti esatti in cui verrebbero a trovarsi le torri all'inizio di ogni partita.(3)


Il giardino sovrapposto alla scacchiera.

Si tratta di ipotesi e interpretazioni affascinanti, che mancano il punto per una sola ragione: si limitano, infatti, a fotografare la realtà così com'è, senza condurre ad ulteriori scoperte in linea con la teoria avanzata. Offrono, infatti, la possibilità di romanzare sulle suggestioni del simbolo identificato - facendo pensare ad un sacerdote costantemente in bilico tra le forze del bene e del male, vittima di una profonda nostalgia per il pensiero cataro e il suo dualismo mirabilmente espresso sulla scacchiera, o forse segretamente legato ad ambienti massonici, seppur pubblicamente lontano dal laicismo e dall'anticlericalesimo delle logge francesi dell'epoca - ma le stesse suggestioni sono poi storicamente sterili, non soltanto perché non trovano conferme documentali di alcun tipo, ma soprattutto perché non offrono spunti per ulteriori ritrovamenti (se nei giardini di Saunière in corrispondenza delle caselle angolari ci sono due torri, ci si dovrebbe aspettare "almeno" qualche altra sovrapposizione tra elementi architettonici e gli altri pezzi, ma dove sono?) né mostrano la predittività che ci si attenderebbe da teorie fondate e "funzionanti".

Ma fu proprio la fecondità del simbolo ad ispirare personaggi come Pierre Plantard nella costruzione della mitologia del Priorato di Sion.

Pierre Plantard e gli scacchi

Alcune caratteristiche topografiche dei territori intorno a Rennes-le-Château consentono una lettura in chiave scacchistica che Pierre Plantard propose in diversi dei documenti da lui compilati tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del XX secolo. Le due montagne del Blanchefort e del Rocho Negro, a poca distanza l'una dall'altra, prendono il nome proprio dai loro tipici colori, consentendo di elaborare l'immagine simbolica di due giganti - l'uno espressione della luce, l'altro delle tenebre.

Il riferimento storico cui si appellò Plantard fu il libro di Henri Boudet La Vraie Langue Celtique, in cui il sacerdote scriveva: "Sulla riva sinistra della Sals, il cromleck comincia alla roccia di Blancfort. La punta naturale di questa roccia fu spianata, nel medioevo, per permettere la costruzione di un fortino come punto di osservazione. Restano ancora alcune tracce in muratura che manifestano l'esistenza di questo fortino. Questa roccia bianca che colpisce gli occhi all'improvviso, è seguita da uno strato di rocce nerastre, che si estende fino a Roko Négro. Questa particolarità ha fatto dare a questa roccia bianca, posta sopra rocce nere, il nome di Blancfort - blank, bianco, - forth, in testa, sopra, avanti."(4)

Secondo la lettura "iniziatica" che Plantard propose nel 1978 nell'edizione Belfond del libro del sacerdote francese, nel descrivere le due montagne Boudet si riferiva in modo occulto all'acquasantiera della chiesa di Rennes-le-Château e al fonte battesimale; il tutto ruoterebbe intorno alla contrapposizione del bianco e del nero, celata nei seguenti elementi:

Sull'acquasantiera compare la scritta PAR CE SIGNE TU LE VAINCRAS. Poiché le lettere LE non dovrebbero comparire in una traduzione letterale della frase latina IN HOC SIGNO VINCES, tale anomalia avrebbe un chiaro riferimento ai Cavalieri Templari: le due lettere, infatti, si trovano alla 13ma e 14ma posizione all'interno della frase, componendo così il numero 1314 che è la data della scomparsa dell'Ordine Templare, il cui stendardo, il mitico Beaucéant, era suddiviso in due fasce, bianca e nera.

L'acquasantiera è sorretta da un demone inginocchiato, parzialmente inclinato rispetto all'asse della chiesa. Sulla parete nord della stessa, in corrispondenza del fonte battesimale, compare il complesso statuario di Giovanni Battista e Gesù; anche quest'ultimo si trova inginocchiato, e - come il diavolo - sembra osservare un punto al centro della pavimentazione a scacchi al fondo della chiesa. L'idea è che i due avversari si stiano sfidando in una simbolica partita a scacchi tra la luce e le tenebre, e il piano di gioco sia costituito da un'immaginaria scacchiera di 64 caselle ricavata sul pavimento della chiesa di S. Maddalena.

Il messaggio che Plantard intendeva veicolare è esplicito: La Vraie Langue Celtique è un libro a chiave, che va letto cercando nel testo i riferimenti alla chiesa di Rennes-le-Château. Ma poiché nello scenario ipotizzato da Plantard le decorazioni furono installate dalla coppia Saunière-Boudet, è vero anche il viceversa: la chiesa di Santa Maddalena è la versione architettonica del libro di Boudet, e i suoi elementi sono simbolicamente legati ad alcune caratteristiche topografiche della zona. Dunque la mano del diavolo sotto l'acquasantiera, chiusa a formare un cerchio, farebbe riferimento alla "Fonte del Cerchio", nei pressi di Rennes-les-Bains, eccetera.

L'esoterista francese lo esprimeva così: "Queste illustrazioni le troviamo nella chiesa di Rennes-le-Château. L'abate Henri Boudet ne è l'ideatore e l'architetto. […] L'autore della Vera Lingua Celtica aveva fatto posizionare in una nicchia nell'atrio della sua chiesa parrocchiale una croce su un pilastro di pietra riportante il motto di Costantino In hoc signo vinces la cui traduzione esatta è: Per questo segno vincerai. Di nuovo fa riprodurre l'iscrizione sull'acquasantiera sostenuta dal diavolo a Rennes-le-Château ma con una variante; questa volta vi si può leggere: Par ce signe tu le vaincras. Alle 20 lettere del motto si sono aggiunte 2 lettere per ottenere il numero 22 del tarocco, quello che contrassegna l'eclair, l'illuminato. Le lettere aggiunte sono la 13 e la 14, dunque 1314. Questa data è quella della scomparsa dell'Ordine del Tempio il cui stendardo Beau-Céan era nero e bianco. Ora, il diavolo fissa con i suoi occhi di vetro la scacchiera formata dal pavimento nero e bianco. Di nuovo l'abate Boudet dà un'illustrazione del suo libro, laddove insiste sul Bianco ed il Nero, nella citazione su Blanchefort "questa roccia bianca che colpisce gli occhi, tutt'intorno circondata da una base di rocce nerastre, che si esdendono fino a Roko Negro" (pag. 231), dal giorno alla notte. I due preti hanno firmato questo lavoro, perché a ridosso del diavolo, sostenuto da due basilischi (piccoli re) legati da un anello, si trova un medaglione rosso con le lettere in oro B.S., iniziali di Boudet-Saunière. Il lettore comprenderà che questa prefazione non potrebbe bastare per descrivere tutte le decorazioni della chiesa di Rennes-le-Château, che altro non è se non l'illustrazione del libro dell'abate Boudet e la rappresentazione simbolica dei luoghi di Rennes-les-Bains."(5)

Pierre Jarnac affermò che l'ipotesi della scacchiera al fondo della chiesa proposta da Plantard fosse anacronistica: il pavimento fatto installare da Saunière non sarebbe stato bianco e nero, ma tutto bianco; la scacchiera sarebbe stata installata solo dopo la morte del sacerdote, in un periodo imprecisato. Per provare questa affermazione, Jarnac pubblicò sul suo Histoire du trésor de Rennes-le-Château una fotografia fatta realizzare da Saunière per il suo set di cartoline, in cui il pavimento della chiesa sembrava effettivamente tutto bianco.(6)


La cartolina in cui il pavimento della chiesa appare completamente bianco.

La fotografia, in realtà, non è affatto l'elemento conclusivo su questa questione: il colore falsato è dovuto con ogni probabilità ad una sovraesposizione della fotografia, conseguente al buio del luogo in cui è stata scattata.(7)

Più forte è l'obiezione che fa notare che non esiste alcuna scacchiera di 64 caselle ben definita: a differenza di quanto riportato in alcune guide "tendenziose", la scacchiera ideale ipotizzata da Plantard va visualizzata senza l'aiuto di alcuna guida presente sul terreno, dal momento che le piastrelle si susseguono senza soluzione di continuità dall'ingresso laterale della chiesa fino al fonte battesimale, estendendosi ad est in una striscia attraverso i banchi della chiesa e terminando con una seconda fascia, parallela alla prima, che va dal pulpito alla statua di Sant'Antonio da Padova.


Il pavimento al fondo della chiesa nella fotografia pubblicata nel 1967 da Gérard de Sède. L’editor è stato costretto ad indicare la scacchiera con una linea tratteggiata perché non è indicata altrimenti.

E' comunque da segnalare la presenza di due "tagli" in diagonale che sembrano essere stati collocati per facilitare l'interpretazione suggerita da Plantard: disposti simmetricamente ai due lati del camminamento centrale, sembrano suggerire la presenza di un angolo da rispettare che ben si adatterebbe alla scacchiera ideale su cui si scontrano Gesù e il demone.


Particolare delle mattonelle al fondo della chiesa

Un documento venuto alla luce soltanto nel luglio 2006, pubblicato dal giornalista francese Jean-Luc Chaumeil, rivela un esplicito interesse da parte di Plantard per la simbologia degli scacchi; il documento è la trascrizione di una conferenza che l'esoterista tenne il 6 giugno 1964 presso l'Hôtel de la Tour di Noël Corbu. Il suo intervento si aprì proprio sull'immagine del demone che osservava la scacchiera sul pavimento della chiesa; a proposito degli scacchi, Plantard citò il celebre aneddoto secondo cui il gioco sarebbe nato in Oriente, e il suo inventore avrebbe chiesto come ricompensa un chicco di grano sulla prima casella, due sulla seconda, quattro sulla terza e così via, raddoppiando ogni volta la posta. E' controintuitivo, ma non esistono al mondo tanti chicchi di grano in grado di soddisfare una richiesta del genere!

Plantard aggiunse inoltre che nel XII secolo gli scacchi erano un simbolo regale, e che i duchi di Normandia prendevano le loro decisioni più importanti su un tavolo ricoperto da una tovaglia decorata con una scacchiera. Introducendo un motivo ripreso nella sua rivista Circuit, Plantard spiegò che le sessantaquattro caselle hanno ognuna un diverso significato simbolico e numerico, e possono essere associate ognuna ad un diverso esagramma dell'I-Ching.

De Chérisey e gli scacchi

Sarà il sodale di Plantard, Philippe De Chérisey, a riprendere altri elementi scacchistici e ad inserirli nella nascente mitologia del Priorato di Sion; tra questi non si può non citare la figura del Cavallo. In una delle due pergamene cifrate si parla di uno Cheval de Dieu: il riferimento è in parte circolare, dal momento che lo stesso procedimento di estrazione del messaggio cifrato segue - in uno dei suoi passi - il gioco del "salto del cavallo degli scacchi".

Il problema del "salto del cavallo degli scacchi", oggi di pertinenza della teoria dei grafi, era noto già nell'antichità, ma il primo a proporlo "ufficialmente" alla comunità dei matematici fu Brook Taylor (1685-1731) nei primi anni del Settecento. I primi a risolverlo furono Abraham de Moivre (1667-1754) e Pierre Rémond de Montmort (1678-1719), e il primo a formalizzarlo fu Leonhard Euler (1707-1783) nel 1759. Oggetto del problema era lo studio della possibilità, da parte del cavallo degli scacchi, di occupare successivamente tutte le caselle della scacchiera muovendolo con la tipica mossa "a elle" in esattamente 63 mosse, senza mai tornare su una casella già visitata.

La recente pubblicazione del manoscritto di Philippe De Chérisey, Pierre et Papier, ci consente di ricostruire con precisione il procedimento seguito per codificare le due pergamene diffuse per la prima volta da Gérard de Sède nel suo L'Or de Rennes nel 1967. Per realizzare la Grande Pergamena, De Chérisey trascrisse la prima metà del messaggio da codificare (complessivamente di 128 caratteri) su una scacchiera, disponendo le lettere una dopo l'altra lungo un tragitto che costituisce una soluzione del problema del "salto del cavallo". Giunto alla sessantaquattresima lettera, l'autore trascrisse la seconda metà del messaggio su una seconda scacchiera, seguendo un percorso verticalmente speculare rispetto al primo.


I due percorsi del “Salto del Cavallo degli Scacchi” utilizzati per cifrare la Grande Pergamena. I due sono verticalmente speculari.

In questo modo, l'unica possibilità di risalire al messaggio corretto sarebbe stata quella di identificare la sequenza utilizzata tra le milioni di soluzioni possibili. Trattandosi di un percorso ciclico, possiamo concludere che la soluzione fosse stata ispirata ai lavori di Eulero che fu il primo ad affrontare il problema della ciclicità dal punto di vista teorico.

Accostate in modo che la prima scacchiera così compilata si trovasse a sinistra della seconda, queste produssero un testo di 128 lettere che erano l'anagramma del messaggio originario: a questa nuova sequenza l'autore applicò due sostituzioni polialfabetiche, producendo una nuova stringa di 128 caratteri poi celata, a passi di 6 caratteri, in un testo evangelico più lungo.

La pergamena così concepita cela in sé una notevole (e sottilissima) ironia, dal momento che richiede al solutore di utilizzare il "salto del cavallo" per risolverla, e restituisce - a chi riesce a "violarla" - un messaggio che afferma che proprio "attraverso questo cavallo di Dio" si può sconfiggere il demone guardiano: se il demone è colui che fa la guardia al messaggio cifrato, nessun consiglio potrebbe essere più azzeccato (e tardivo, dal momento che si svela soltanto dopo che il solutore l'ha identificato per conto suo!).

E' lo stesso autore della pergamena a compiacersene nelle ultime pagine del suo manoscritto, dove ammette esplicitamente che lo "Cheval de Dieu è una sorta di strizzata d'occhio amichevole verso colui che ha usato il salto del cavallo per decodificare il messaggio."(8)

De Chérisey prosegue spiegando che nel XII sec. Goffredo di Buglione avrebbe fondato una vera e propria società di giocatori di scacchi presso le Scuderie di Re Salomone, e proprio dal salto del cavallo avrebbero preso spunto i Templari per disegnare la loro croce patente. Il tema ritornerà anche sulla rivista Circuit, ed è particolarmente bizzarro. Qui è illustrato il concetto:


Il numero massimo di mosse legali del cavallo degli scacchi è otto; collegando opportunamente tra loro le caselle raggiungibili dal cavallo si può ottenere una croce patente. Sul punto, De Chérisey è esplicito: "La croce patente dei Templari non è altro che un modo di interpretare il salto del cavallo. Molte altre croci sono nate sullo stesso modello: quella di Malta, dei Trinitari, ecc. Ma i Templari ci tenevano a manifestare la loro parentela con la scacchiera ed aggiunsero al centro della croce il simbolo del cavallo montato da due cavalieri."(9)

Va sottolineato, comunque, che - così com'è concepito - il problema della decodifica della Grande Pergamena è insolubile anche da un calcolatore: poiché i percorsi del salto del cavallo sulla scacchiera sono in numero enorme, anche una volta identificati i primi passi di decodifica polialfabetica, non esiste alcun computer in grado di identificare il percorso corretto in grado di estrarre dalla stringa di partenza il messaggio cifrato; ciò significa che per offrire la possibilità ad altri di decodificare il messaggio, l'autore sarebbe stato costretto a nascondere da qualche parte il percorso seguito, cui nessun decrittatore (umano e non) sarebbe mai potuto risalire.

Coerentemente con il fatto che fu De Chérisey ad elaborarlo per realizzare la Grande Pergamena, tale percorso è stato segnalato per la prima volta dall'attore francese nel 1971 sul suo romanzo Circuit, quattro anni dopo l'uscita del libro di Gérard de Sède. Se, come sostengono alcuni, De Chérisey non avesse davvero realizzato la codifica ma piuttosto decifrato l'opera realizzata da qualcuno che l'ha preceduto, significherebbe che insieme alla pergamena avrebbe trovato "qualcosa" in cui veniva rivelato il percorso corretto da seguire per decodificarla; in caso contrario, lui stesso non avrebbe mai potuto decifrarne il messaggio.

Le vicende narrate in Circuit sembrano suggerire il ritrovamento del percorso nel cimitero di Rennes-les-Bains: "Scava la terra sul lato sinistro della tomba, presso la vecchia pietra fiorita. Scopre una strana placca di rame ricoperta di verde e di grigio, con una griglia profondamente incisa. E' lei a fornire il percorso del salto del cavallo. Dopo un'accurata pulizia nel greto del fiume Sals che scorre lì vicino, Charlot li applica al testo delle due scacchiere prima citate, e così si può leggere: BERGERE PAS DE TENTATION..."(10)

La scena è ambientata presso il cimitero di Rennes-les-Bains, dove - secondo l'autore - la lapide di don Jean Vié (nato nel 1808, diventato sacerdote nel 1840 e morto nel 1872) fornirebbe l'indizio di utilizzare le scacchiere, dal momento che dalla nascita all'ordinazione ci sono 32 anni e dall'ordinazione alla morte altri 32: i primi sarebbero gli anni corrispondenti alle caselle bianche, gli altri quelli corrispondenti alle nere. Ad oggi, tale placca non è mai stata trovata, né si può sapere con certezza se sia mai esistita.


La tomba di Jean Vié a Rennes-les-Bains. Nato nel 1808, nominato sacerdote 32 anni dopo, morì 32 anni più tardi. Secondo il protagonista di Circuit la lapide sarebbe un indizio della necessità di usare una scacchiera per decifrare la pergamena.

In assenza di altri elementi, è lecito supporre che il messaggio sia stato nascosto dallo stesso che poi rivelò il metodo di decodifica.

Il manoscritto di De Chérisey Pierre et Papier conferma, inoltre, un altro sospetto: gli elementi correlati alla mitologia del Priorato di Sion mostrano sempre una doppia valenza, sia storica che geografica. Già la lettura del Serpent Rouge sembrava suggerire questa direzione di indagine: si è già visto, ad esempio, che il dualismo bianco/nero fa contemporaneamente riferimento ai Templari, il cui stendardo è di quei colori, e alle due cime del Blanchfort e del Roko Negro. Ciò vale anche per lo Cheval de Dieu. Sebbene De Chérisey spieghi in dettaglio i riferimenti al salto del cavallo per decifrare la Grande Pergamena, l'attore aggiunge che nei dintorni di Rennes-le-Château, esistono alcune formazioni rocciose che possono definirsi simbolicamente "Cavallo di Dio".

La prima si trova sul monte Serbaïrou, ed è costituita da una coppia di rocce che somigliano ad un cavallo accanto ad un altro più piccolo. La seconda si può trovare, secondo l'autore, seguendo la strada che da Couiza porta a Rennes: la descrizione del percorso è però molto laconica, e soltanto grazie ad alcuni studi sul terreno da parte di Mauro Vitali è stato possibile identificare il punto esatto cui faceva riferimento De Chérisey. La formazione rocciosa fronteggia la Tour Magdala costituendo una singolare opposizione simbolica tra due pezzi degli scacchi: la torre e il cavallo.


Vista dal camminamento circolare accanto alla Tour Magdala.

Pur essendo visibile dalla balconata panoramica di Rennes, la forma del cavallo è difficile da percepire perché da questa posizione la si osserva frontalmente e i particolari si confondono con le rocce circostanti. L'esatta collocazione dello Cheval de Dieu di pietra non è mai stata pubblicata in alcuna forma(11) e viene qui proposta per la prima volta. La formazione rocciosa si trova a nord-est di Soubirous, a metà strada tra il gruppo di case e la collina di Rennes-le-Château.


Lo Cheval de Dieu tra Soubirous e Rennes-le-Château. Come su una scacchiera, il cavallo fronteggia la Tour Magdala. Osservando il panorama dalla Tour, si trova a destra della grotta della Maddalena.

Identità e luogo

La scoperta della duplice valenza di ognuno degli elementi introdotti da Plantard può condurre ad uno stato di eccitazione interpretativa: se il "demone guardiano" è al tempo stesso la statua sotto l'acquasantiera e la località della Poltrona del Diavolo e se il cavallo degli scacchi è insieme la chiave per decifrare la pergamena e una formazione rocciosa, la tentazione di proseguire nelle identificazioni si fa forte… Facile identificare la Regina Bianca (Madre di Luigi il Santo e Sorgente nei pressi di Rennes-les-Bains), ma quella Nera chi è? E dove si trova? E che ne è di tutti gli altri pezzi? Dove (e chi) sono gli alfieri, i pedoni? Ma soprattutto, chi sono i due Re?

Esiste d'altronde un problema di più basso livello spesso ignorato: una volta identificato tale Scenario Definitivo, a quale mondo corrisponderà? A quello immaginato da Plantard? A quello in cui visse la sua vicenda storica Saunière? A quello nato nel 1967 dopo la pubblicaione de L'Or de Rennes? In altre parole, dov'è la scacchiera che stiamo studiando?

_________________

(1) Edgar Allan Poe, "Maelzel's Chess-Player" in Southern Literary Journal, aprile 1836.

(2) E' il caso, ad esempio, di Roberto Volterri e Alessandro Piana, L'universo magico di Rennes-Le-Château, Milano: SurgarCo, 2004, pp.81-84 nel capitolo dall'eloquente titolo "Tempio massonico?". C'è da apprezzare il punto interrogativo. Si veda anche Jean Markale, Montségur et l'énigme cathare, Pygmalion, 2002, p.104.

(3) JP Pourtal, "Les inversions dans l'Histoire de Rennes-Le-Château"

(4) Henri Boudet, La Vraie Langue Celtique, pp.230-231 nella traduzione italiana di Domenico Migliaccio.

(5) Pierre Plantard in Henri Boudet, La Vraie Langue Celtique, Ed. Pierre Belfond, collection "les Classiques de l'Occultisme", Paris: 1978 (1886) nella traduzione italiana di Domenico Migliaccio.

(6) Pierre Jarnac, Histoire du trésor de Rennes-le-Château, Cazilhac: Belisane, 1998, nota a p.160.

(7) Jean-Jacques Bedu, Rennes-Le-Château autopsie d'un mythe, Loubatières, 2002, pp.67-68.

(8) Philippe De Chérisey, Pierre et Papier ora in Jean-Luc Chaumeil, Le Testament du Prieuré de Sion, Villeneuve de la Raho: Pégase, 2006, p.92.

(9) Ibidem.

(10) Philippe De Chérisey, Circuit, pubblicazione privata, 1971, p.127. Se si conta anche la copertina, la pagina in cui viene rivelato il messaggio di 128 lettere è la 128ma!

(11) In Christian Doumergue, L'Affaire de Rennes-le-Château, t.II, Arqa éditions, 2006, p.170 viene pubblicata la fotografia di un cavallo di pietra esplicitamente chiamato "Cheval de Dieu" che si troverebbe "tra Rennes-le-Château e Rennes-les-Bains"; purtroppo per il lettore, non ne viene indicata l'esatta collocazione.

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Nostradamus a Rennes-les-Bains

Martedì 26 ottobre 2010 by Liz Greene

Traduzione a cura di Ivan Talloru delle pagine 56-60 (nell’edizione Corgi 1982) del romanzo di Liz Greene The Dreamer of the Vine (1980). Sorella di Richard Leigh e all’epoca fidanzata di Michael Baigent, in questo romanzo la Greene anticipò di due anni le rivelazioni sulla dinastia del Sang Real.

Sapevo, che prima o poi, sarei partito da Carcassonne. Stava cominciando ad essermi sempre più chiaro che avrei conseguito il dottorato, se avessi ricevuto un giusto trattamento da parte dei miei colleghi; tutto era nelle loro mani. Monsignor de Foix capiva molto bene le ambizioni che guidavano il mio spirito, e mi promise che non avrei lasciato Carcassonne senza una considerevole somma d’oro; ciò mi avrebbe aiutato a seguire la mia strada con maggior facilità. Poi, un giorno, mi fece una proposta curiosa.

«Tra pochi giorni», mi disse una sera, mentre eravamo seduti nel suo studio a sorseggiare del vino, «farò una gita a sud di Rennes-les-Bains per visitare un amico. E’ solo ad un giorno di mulo da qui. Volete accompagnarmi?».

Conoscendo il mio amico, uomo di grande sottigliezza e arguzia, accettai l’invito.


Alloggiammo con il cameriere e la servitù in un piccolo alberghetto a Rennes-les-Bains, dove le sorgenti naturali si diceva possedessero miracolosi poteri di guarigione. Mentre il vescovo si recava in visita da un uomo del villaggio, decisi di esplorare la campagna a dorso d’asino. L’atmosfera era tesa. Le montagne cingevano la valle, e su una di queste si stagliavano contro il cielo d’autunno le rovine fortificate di un’antica precettoria del Tempio, solitaria, minacciosa, ma allo stesso tempo magica.

Questa terra racchiudeva nel ventre molti strani ricordi. Memorie di Templari e Catari, il cui sangue fertilizzò il suolo; lo stesso suolo continuava a sanguinare, come una grande ferita aperta. Si poteva avvertire la presenza di fantasmi che ti sfioravano alle spalle anche in un freddo pomeriggio soleggiato. Mi sentivo a disagio, e decisi di tornare al villaggio con la mia cavalcatura.

Il vescovo si mostrò interessato alle mie impressioni sulla campagna. «Così», mi disse con fare divertito, mentre uno strano bagliore attraversava i suoi begli occhi scuri, «siete riuscito ad udire gli spiriti della morte. Ebbene sì! Questi luoghi ne sono pieni. Se volete, potete visitare Montségur, dove i Catari subirono l’ultimo fatale assedio prima del massacro. Si può sentire ancora l’odore acre del loro sangue, e le montagne stesse ne piangono la sorte. Avete una speciale sensibilità, tipica della vostra stirpe, Michel de Notredame! Spero che i vostri sogni non siano turbati stanotte». Cominciò tutto da qui. Mi rassicurai, pensando che non fosse possibile che quest’uomo conoscesse i miei futuri sogni. Stava semplicemente ironizzando sulle mie paure, tipicamente femminili. Monsignor de Foix stette per un po’ in silenzio, poi disse: «A mezzanotte scoccherà il 13 ottobre. Non vi dice niente questa data?». Scrollai la testa. Non ricordavo nessuna festività particolare associata ad alcun santo. «E’ il giorno in cui Filippo il Bello occupò le precettorie del Tempio, catturò i Templari, e li imprigionò, torturandoli e condannandoli al rogo per i crimini di sodomia, blasfemia e culto del Diavolo. Stranamente alcuni di questi cavalieri, per l’esattezza cinquecento, forti quanto l’intero esercito del Re di Francia, andarono spontaneamente incontro al sacrificio, come se già conoscessero e accettassero la triste sorte che li attendeva. Lo stesso fecero i Catari, che scesero dalla vetta di Montségur mano nella mano cantando, gettandosi poi tra le fiamme».

Le sue parole mi riempivano di disagio. C’era qualcosa di nascosto in quei luoghi. Qualcosa che non riesco a comprendere. Sentii un leggero brivido avvolgermi le membra. Cominciai ad augurarmi di non tornar più a Rennes-les-Bains.

Eravamo in piedi fuori dall’alberghetto a prendere una boccata d’aria dopo cena. Il sole, prossimo al tramonto, solcava il cielo con i suoi colori di sangue e di fumo; le vette montane si profilavano davanti ai miei occhi come antichi animali, avvolti in un caldo torpore, pronti a destarsi all’improvviso.

«Solo una precettoria fu risparmiata» disse il vescovo. «Guarda oltre quelle cime, verso sud-ovest, contro luce. La puoi vedere. Si chiama Bezu. Il comandante, era un uomo chiamato de Goth, della famiglia dei Blanchefort. Era cugino del Papa Clemente. Può questo vincolo di sangue aver salvato questi Templari dagli uomini del Re? O Bezu conteneva un tale segreto che neanche il Papa osò violare? Rimane un mistero».

Guardai all’orizzonte, e vidi gli spalti e le torri merlate. Gli detti solo un’occhiata quel giorno. Mi parve distrutto e frastagliato, come un grosso dente marcio sogghignante contro la profondità del cielo. Il tramonto portò con sé nuvole violacee, mentre una brezza gelida saliva dalle viscere della terra. Una nebbiolina, simile al vapore, avvolgeva l’ambiente intorno, il felceto ed i campi, velando i piedi della montagna in un drappo funereo. Desiderai ardentemente una compagnia umana, il calore amico del fuoco.

«Sto andando a scalare il Bezu», disse Monsignor Ammanien de Foix. «Conto di oltrepassarne le mura per mezzanotte».

Non dissi niente. Fissavo il suo vigoroso e carnoso volto dominare il mio disagio, che si stava trasformando in una rosicante paura.

«Chi scalerà l’antica fortezza, nell’anniversario della caduta del Tempio, avrà il privilegio di esser testimone di un miracolo», disse il vescovo. «I Templari della fortezza possedevano una piccola campana d’argento. In quei giorni terribili, in cui vedevano prossima la cattura, gettarono la campana in un crepaccio sotto le mura. La leggenda, narra che a mezzanotte, il giorno della caduta dell’Ordine, la campana ricomincerà a suonare, e le sue dolci note saranno accompagnate dal vento per le montagne. Se un uomo coraggioso e deciso, si reca sulla vetta ed attende l’ora, può vedere prendere forma i fantasmi dei Cavalieri, bianchi e luminosi, con una gran croce rossa sul petto. Potrà sentire una voce profonda dall’oltretomba piangere e domandare “Chi ricostituirà il Tempio?”, ed un coro di teste morte, parlanti, rispondere tre volte, all’unisono “Nessuno. Nessuno. Nessuno. Il Tempio è stato distrutto”».

Rimasi in attesa, mentre il sudore scorreva freddo sulla mia schiena. Sapevo cosa stava per dire.

Consideravo una fortuna il fatto di avere come mecenate Monsignor Ammanien de Foix, vescovo di Carcassonne, ma quando mi disse «Vorrei che mi accompagnaste», scossi il capo con veemenza.

«Non posso, Monsignore. Mi dispiace. Questi luoghi mi mettono a disagio. Sono intrisi di stranezze; si sentono sussurri di morte. Da queste parti c’è qualche segreto nascosto. Mi perdoni se sembro infantile, o preda di umori tipicamente femminili, ma non desidero ascoltare il suono della campana d’argento, e nemmeno vedere forme evanescenti di Cavalieri morti. Non ho alcun dubbio che continuino a camminare per la montagna, non c’è bisogno che insistiate per convincermi di questo».

«Non è per convincervi che ve lo sto chiedendo, Michel de Notredame. Voi avete una sensibilità tale da intuire molto più di ciò su cui riuscite a ragionare. Potreste incontrare lungo il cammino qualcosa di importante per voi».

«Tutto questo non ha alcun interesse per me», dissi con tono deciso. «Non ho niente a che vedere con il passato di questi luoghi. Sono solo uno studente di medicina, che cerca di trovare la propria strada. Vi prego di non insistere, ho paura da morire».

«Vi assicuro che non vi accadrà nulla di male».

Alla fine l’ebbe vinta lui. Forse per la sua cortese insistenza. Forse, perché non volevo apparire come un codardo. In quei giorni non ero una persona facile da convincere a fare qualcosa contro la sua volontà. E mentre stavo ancora cercando una scusa per evitare la spedizione, mi ritrovai sulla parete rocciosa della montagna di Bezu, arrampicato con le mani e le ginocchia. Di fronte a me, la sagoma nera del vescovo si muoveva leggera, come una capra di montagna,

un’ombra contro l’ombra del dirupo. Scalava rapido, nonostante la sua mole. Alla fine, le antiche mura ci cingevano attorno. In mezzo, le rovine solitarie della fortezza sventrata: un calice aperto verso il cielo. Ci sedemmo, e dividemmo il vino che aveva portato con sé. Sopra di noi, una scia di nuvole passarono separate dinanzi alla luna, come se il paradiso ci sorridesse con gli occhi.

Il freddo cominciava a farsi sentire. Mi avvolsi con un mantello, mentre i miei denti cominciarono a sbattere. Era molto tardi. Sentii il lieve tintinnio della campana della chiesa del villaggio sottostante suonare le undici. Il vescovo rimase in silenzio. Me lo immaginavo come il membro di un oscuro conclave fatto d’ombre, dietro le mura. Solo l’esangue cielo stellato illuminava il suo volto pallido. Gli occhi ricordavano opache pozzanghere nell’oscurità. Cominciavo a capire perché non desiderasse parlare. Come una litania, ripetei a me stesso che si trattava solamente di una passeggiata notturna, e che il vescovo era una persona estremamente eccentrica, con un certo gusto per le storie di fantasmi.

Mi sembrò di esserne rassicurato; ma alcuni brandelli di fantasie continuarono ad aggrapparsi ai miei sensi acuti e vigili, con dita fragili ma intense allo stesso tempo.

Mi ripetei che le campane d’argento, per quanto sacre, non avrebbero potuto suonare dal profondo della terra. Il vento si alzò, sferzante, con un sibilo acuto. Nel cielo, fuggenti nuvole eclissavano le stelle. Mi sentivo rapito, svuotato di qualunque emozione. Il giorno seguente, le emozioni le trovai nei palmi delle mani, completamente feriti, fino alla carne.

La brezza calò. Una volta ancora udii il rintocco della campana del villaggio, inghiottito nel silenzio della notte.

Monsignor de Foix mi fece segno di non parlare, mi prese per il gomito e mi aiutò a salire. Non saprò mai se quello che sentii era reale, o se fu soltanto frutto delle mie paure. Da qualche parte, così debole da sembrare il rumore del vento, si levò un suono scarno e fioco, una dolce nota impalpabile come il vento.

Non riuscivo a far niente. Mi gettai sulla fredda terra tra le mura cadute, e mi coprii le orecchie con le mani. Stavo tremando dalla paura.

Dopo un po’, sentii le mani del vescovo poggiarsi dolcemente su di me, mentre i suoi grandi occhi scuri mi fissavano con triste compassione. La quiete ci avvolgeva adesso, come in uno spesso bozzolo. Non potevo e non volevo sentire più nulla. Era solo un vecchio rudere in cima ad una montagna.

Non parlammo più, e in silenzio cominciammo la discesa. Si rivolse a me solo prima di ritirarsi in camera. Mi mise una mano sulla spalla, avvolgendomi con uno sguardo triste.

«Forse, ho sbagliato il momento. Era troppo presto».

Quell’esperienza mi colpì profondamente. Non dormii tutta notte, tormentato com’ero da un incubo. Mi trovavo in un grande bosco, dove antiche querce erano riunite come cospiratori, nascoste alla luce. Ebbi la sensazione immediata, come per istinto, di trovarmi in un luogo sacro. Un bosco sacro agli spiriti degli alberi, che mi pressavano, come fossi un intruso. Sopra i rami s’intravvedeva, come una miriade di mani intrecciate, la navata di un’oscura cattedrale di corteccia. M’inginocchiai al suolo, e chinai il capo in segno d’omaggio alla terra. Non sapevo di quale posto si trattasse.

Riconobbi un antico potere in quel luogo, un potere che non apparteneva al Dio dei Cristiani. Quando mi sollevai, vidi arrivare a cavallo il re senza nome, bardato di una tunica damascata striata di bianco, ed una corona d’oro sul capo. La folta chioma scivolava sulle spalle, divisa da una sottile scriminatura; un volto aspro, vuoto e pallido, faceva da contorno ad un paio d’occhi di un blu profondo, sotto una fronte finemente cesellata. Era assistito da cinque uomini armati, ed un aiutante lo aiutò a scendere da cavallo, accompagnandolo sotto un grande albero a riposare. Appoggiò la schiena contro il fusto grande e nodoso della quercia, ormai attorcigliato e ispessito dai secoli. Chiuse gli occhi stanchi, mentre l’aiutante portava il vino in grossi calici intagliati di cristallo di rocca, luccicanti di una pallida e lattea luminescenza, nell’oscurità verde. I soldati, stanchi anch’essi, si apprestarono a dormire.

Poi, mentre il Re era assopito, vidi il servo estrarre una lunga lancia, e avvicinarsi furtivamente al suo maestro. Sebbene desiderassi urlare, per avvisare del pericolo, come paralizzato non riuscii a muovermi, e nessun suono uscì dalle mie labbra. Con gesto fulmineo, la lancia si conficcò con forza nell’occhio destro del Re. Sangue rosso sprizzò come vino appena spillato sulla bianca tunica, sgorgando nel calice, e ribollendo nella terra nera. Una terribile collera prese gli antichi alberi, come se una tempesta si scatenasse tra loro, pronta a distruggerli. Alla fine scoppiai in lacrime, e mi svegliai, agitandomi nell’oscurità, non sapendo dove fossi. Ricordai il terrore che mi prese in cima alla montagna, e il suono evanescente della campana. Strisciai fuori dal letto, e accesa una candela, rimasi seduto in uno stato confusionale sino all’alba.

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Il romanzo che anticipò di due anni Il Santo Graal

Lunedì 25 ottobre 2010 by Mariano Tomatis


Pierre Plantard, protagonista principale delle vicende che riguardano la (ri)nascita del Priorato di Sion nel XX secolo, intendeva proporsi come legittimo discendente della stirpe merovingia, ma non risulta che intendesse affermare un'origine della sua famiglia da Gesù Cristo: l'evoluzione in chiave "cristiana" delle sue mire dinastiche è dovuta alla penna di Michael Baigent, Richard Leigh ed Henry Lincoln, che nel 1982 - citando l'esoterista francese - proposero un collegamento tra la stirpe di re Davide e i Merovingi, collocando così Plantard direttamente sull'ultima foglia di un albero genealogico che passava attraverso Gesù Cristo e Maria Maddalena.

In realtà i tre autori non furono i primi a proporre l'ipotesi nel loro libro Holy Blood Holy Grail del 1982: due anni prima l'astrologa americana Liz Greene (nata nel 1946) ne aveva parlato nel suo romanzo The Dreamer of the Vine - The novel of Nostradamus.

La Greene era tutt'altro che una fonte indipendente: sorella di Richard Leigh e all'epoca fidanzata di Michael Baigent, aveva avuto modo di conoscere con largo anticipo i temi che i tre autori avrebbero sviluppato nel loro saggio, e aveva potuto così costruire una trama che - coinvolgendo molti dei luoghi e dei personaggi di Holy Blood Holy Grail - rivelava in anticipo quello che sulla copertina veniva annunciato come "il più sconvolgente segreto degli ultimi duemila anni":


A sinistra: particolare dalla copertina del romanzo di Liz Greene The Dreamer of the Vine (1980). A destra: particolare della quarta di copertina di Holy Blood Holy Grail (1982, tratto dalla copertina dell’edizione 1996). E’ molto curiosa la scelta delle stesse parole (THE MOST SHATTERING SECRET OF THE LAST TWO THOUSAND YEARS) per annunciare “il più sconvolgente segreto degli ultimi duemila anni”.

La notizia ha una certa rilevanza, perché nel 1979 Henry Lincoln aveva realizzato un documentario per la BBC - The Shadow of the Templars - durante il quale Pierre Plantard veniva intervistato a proposito dell'enigma di Rennes-le-Château senza che l'ipotesi cristica venisse citata in alcun modo. Bisogna pensare che i tre autori avessero stabilito il collegamento di Plantard con Gesù Cristo tra il 1979 e il 1980, e in quel breve tempo la Greene era stata in grado di raccontarlo sulle pagine del suo romanzo, due anni prima che la stessa notizia venisse opportunamente supportata storicamente in Holy Blood Holy Grail? Secondo Simon Cox, avvenne piuttosto l'opposto: considerando vincente l'idea della Greene, i tre autori lavorarono due anni per cercare qualunque cosa la supportasse storicamente(1), giungendo infine alla pubblicazione del loro best seller.

La lettura di alcune pagine del romanzo di Liz Greene rivela una conoscenza abbastanza dettagliata delle vicende che solo nel 1982 diventeranno note al grande pubblico, quando verranno inserite nel saggio dei tre autori. L'Io narrante è Nostradamus, che attraverso diversi viaggi per l'Europa scopre l'esistenza di una stirpe segreta il cui albero genealogico viene descritto come il tralcio di una vite (the Vine) molto contorta. Il titolo, tra l'altro, si presenta come l'ennesimo gioco di parole che per omofonia trasforma il San Greal nel Sang Real: The Dreamer of the Vine suona, infatti, come The Dreamer of Divine, "colui che sogna il Divino"; la parola (o le parole) Divine/The Vine fanno riferimento a Gesù Cristo, all'evangelico tralcio di cui al Vangelo di Giovanni 15:5 ("Io sono la vite voi i tralci") e alla stirpe, contorto albero genealogico che all'epoca di Nostradamus coinvolge diverse famiglie della nobiltà europea.

Nei primi capitoli Nostradamus è ancora uno studente, ed è solito trovarsi con gli amici presso la locanda Le Joies du Paradis. Qui incontra un certo signor Plantard ("o almeno, così si faceva chiamare: non mi disse mai il suo vero nome"). Plantard era "un menestrello di Carcassonne" che "conosceva tutte le antiche canzoni dei trovatori".(2)

Il dialogo che intercorre tra Nostradamus e Plantard è rivelatore: "Da dove venite?" gli chiesi. "Sono stato a Carcassonne, dove ho cantato per il Vescovo" disse evasivo, evitando accuratamente di rispondermi e facendomi un sorriso malinconico. "Sono stato anche in Arcadia"(3)

L'ultima affermazione richiama il motto che il vero Pierre Plantard affermava trovarsi sul blasone della sua famiglia: ET IN ARCADIA EGO...

Continua Plantard: ""Mi chiamo Plantard. Ho scelto questo nome perché l'amore cresce così come cresce una vite. Tutto comincia con un seme, da cui si sviluppa la pianta (plant) matura. Ma dev'essere nutrita e protetta. E a volte bisogna innestarla su una pianta più forte, in modo che quando l'uva viene raccolta e il vino bevuto, vi si può scorgere e percepire direttamente l'anima del seme, che è l'anima di Dio". Ascoltavo queste parole con perplessità. Ma mi dicevo che, trattandosi di un menestrello, doveva trattarsi certamente di metafore".(4) Ma Nostradamus intuisce la vera natura di Plantard, e una notte lo sogna "vestito di damasco nero, con un cappuccio nero tempestato di perle sulla sua testa scura e un mantello nero di stoffa preziosa appoggiato sulle sue spalle. Nella mano destra indossava un grande anello d'oro con un rubino che sembrava una goccia di sangue. Con abiti così sontuosi, non era più un umile menestrello, ma si era trasformato in un nobile signore".(5)

Il profeta francese diventa poi famoso per i suoi unguenti miracolosi, e la sua fama giunge alle orecchie di Monsignor de Foix, vescovo di Carcassonne, che lo convoca in città. Qui viene invitato a seguire il sacerdote in una visita a Rennes-les-Bains, dove il 13 ottobre - giorno dell'anniversario dello sterminio dei Templari - presso i resti della precettoria templare del Bezu è annunciata l'apparizione dei fantasmi di alcuni Cavalieri che piangono la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Nostradamus si reca, così, in visita nella città termale e vi avverte inquietanti presenze - magistralmente descritte dalla Greene.(6) Monsignor de Foix spiega al profeta che la precettoria di Bezu venne risparmiata dalle armate del re perché "conteneva un tale segreto che neanche il Papa osò violare".(7) Terrorizzato, Nostradamus ammette: "Questi luoghi mi mettono a disagio. Sono intrisi di stranezze; si sentono sussurri di morte. Da queste parti c'è qualche segreto nascosto".(8)

Più tardi fa la sua apparizione il Graal; un monaco spiega a Nostradamus:

"Ci sono molte sacre reliquie a Mantova. C'è un'ampolla che si dice contenga il sacro sangue di Nostro Signore, raccolto da San Longino mentre stillava dal suo corpo appeso alla croce. E il mio signore di Gonzaga ha in suo possesso una coppa di porfido rosso, di grande bellezza e molto antico, che gli fu donato da Antoine, duca di Lorena, che a sua volta l'aveva ereditato da René d'Angiò. […] Vostro nonno non vi ha mai parlato della coppa sacra di re René? […] Si dice che si tratti della coppa in cui Nostro Signore trasformò l'acqua in vino durante le Nozze di Cana. […] So che vostro nonno era al servizio di re René".(9)

Due anni dopo, in Holy Blood Holy Grail si leggerà:

[René d'Angiò] era versato nella tradizione esoterica, e alla sua corte viveva un astrologo, medico e cabalista ebreo, conosciuto come Jean de Saint-Rémy. Secondo numerose fonti, Jean de Saint-Rémy era il nonno di Nostradamus.(10)

Eppure le "numerose fonti" non vengono citate. Si sarebbe potuto scrivere: "Liz Greene lo conferma nel suo testo The Dreamer of the Vine", ma chi avesse scoperto trattarsi di un romanzo avrebbe avanzato qualche sospetto sull'affermazione dei tre autori.

Più avanti, il frate mostra a Nostradamus il "Graal" di René d'Angiò, che rivela sulla sua superficie le parole:

Qui bien beurra
Dieu voira
Qui beurra tout d'une baleine
Voira Dieu et la Madeleine
(11)

L'iscrizione verrà ripresa dai tre autori inglesi che in Holy Blood Holy Grail scriveranno a proposito di René d'Angiò: "Sembra che il Graal lo affascinasse in modo particolare. Andava molto fiero, si dice, di una magnifica coppa di porfido rosso che secondo le sue affermazioni era stata usata alle nozze di Cana, e che si era procurato a Marsiglia, dove secondo la tradizione era sbarcata la Maddalena, portando con sé il Graal. Altri cronisti parlano di una coppa di proprietà di Renato - forse la stessa - che portava incisa lungo l'orlo un'iscrizione misteriosa:

Qui bien beurra
Dieu voira
Qui beurra tout d'une baleine
Voira Dieu et la Madeleine

Chi ben berrà
Dio vedrà
Chi berrà tutto d'un fiato
Vedrà la Maddalena e il Re del Creato.(12)

La citazione è funzionale alla rivelazione clou di entrambi i testi, che ruota intorno alle figure congiunte di Cristo e della Maddalena. E' interessante notare che Nostradamus, alla notizia che suo nonno faceva parte della corte di René d'Angiò, cambia apparentemente discorso, chiedendo al monaco: "Fra Bandello, avete mai incontrato un menestrello vagabondo che si fa chiamare Plantard?".(13) Il frate, però, non l'ha mai conosciuto.

Più avanti, durante il suo viaggio in Italia, Nostradamus transita da Torino e si dirige verso le colline di Pavia, dove l'ambiente è così bucolico da fargli ricordare la frase di Plantard, "Sono stato anche in Arcadia".(14)

Di ritorno in Francia dopo il viaggio italiano, Nostradamus si reca a Stenay, luogo dove venne ucciso re Dagoberto II; il parroco del luogo gli fa visitare la chiesa, spiegandogli che sorge sulle rovine di un antico tempio innalzato a Saturno, il Rex Mundi: "L'anima di questo luogo non è quella che un buon cristiano vorrebbe incontrare. Ecco perché la chiesa di San Dagoberto è stata abbandonata. Nessuno ci mette piede. Temono le anime degli antichi Re della stirpe di Meroveo, i sovrani lunghichiomati, i Re Taumaturghi, che si dice camminino ancora in questi luoghi. Hanno ragione a temere i morti, ma i vivi sono ancora più pericolosi".(15)

La rivelazione centrale del romanzo passa attraverso la voce di fra Bandello, che rivela a Nostradamus la discendenza di René d'Angiò da Goffredo di Buglione e, a sua volta, la discendenza di Goffredo da re Dagoberto II: ""Roma aveva giurato fedeltà alla loro stirpe, al sacro sangue che scorreva nelle loro vene. Ma il Vescovo di Roma mandò un assassino ad uccidere Dagoberto con una lancia nell'occhio. Forse, così come accadde a Giuda, l'assassino non sapeva quanto grande e sacrilego fosse il suo delitto. Aveva ucciso il sangraal. Ma il figlio del re fuggì in segreto e si rifugiò in Linguadoca, tra le montagne a sud di Carcassonne, e qui perpetuò la sua dinastia" […] Sangraal, sangue reale, il vassoio con il sangue di Cristo cantato da Chretien de Troyes e Wolfram von Eschenbach all'intera cristianità. Una coppa che non era una coppa. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Ora mi era chiaro, ma lo shock era troppo grande".(16)

Il legame di parentela tra i Merovingi e la tribù di Beniamino, vera novità di Holy Blood Holy Grail rispetto allo scenario proposto nei Dossiers Secret di Pierre Plantard, è già presente nei dettagli nel romanzo della Greene: "In alcune pergamene ancora più antiche, scritte in latino, ebraico ed aramaico, la stirpe risaliva, attraverso Meroveo, alle sue radici alle origini della storia - sin alla tribù di Beniamino, il Primo Prescelto che abbandonò Israele quando Giuda acquistò il potere. I Beniamiti, accusati di considerare più importante la figura della Madre rispetto a quella del Padre, migrarono in Arcadia e poi in Gallia, insediandosi nelle foreste vergini e nei campi della Linguadoca e della Provenza".(17)

Citando il "principio del femminino" quale motivo di eresia da parte dei Beniamiti, Liz Greene anticipa di ventitré anni il tema centrale intorno cui si svilupperà Il Codice da Vinci.

Quando Gesù, discendente alla tribù di Giuda, si unisce a Maria Maddalena, della tribù dei Beniamiti, dà il via a quello che Nostradamus chiama "il sangue di Giuda e Beniamino congiunti, il Prescelto tra i Prescelti, l'Erede al Regno, il sangraal, il sangue reale. Dopo mille anni Goffredo di Buglione era semplicemente tornato a casa, a reclamare un'eredità cui aveva diritto".(18)

Proprio come ne Il Codice da Vinci, il protagonista si imbatte alla fine in una discendente della linea del sangraal. Il suo nome non può che essere uno: ""Sono Marie de St.Clair" […] Improvvisamente i vari pezzi si ricompongono nell'unico disegno di una grande vite con i suoi moltissimi tralci: Gisors, Joinville, Chaumont, Courtenay, Gonzaga, Brienne, Montpezat, Charnay, Blanchefort, Guisa, Lorena, St.Clair. Anche questa donna era il sangraal".(19)

"St. Clair" è anche la famiglia il cui cognome per un certo periodo venne utilizzato dal vero Pierre Plantard. Tra i nomi si riconosce anche quello di Gisors, la cittadina presso cui l'esoterista francese aveva effettuato degli scavi, affermando che nei sotterranei del castello si trovavano gli archivi del Priorato di Sion. Liz Greene ambienta una parte del romanzo proprio a Gisors, dove Nostradamus percorre "il labirintico intreccio di tunnel sotterranei e di passaggi fetidi, che conducevano nel cuore della fortezza".(20)

La conclusione del romanzo sembra annunciare il prossimo ritorno di un "re perduto" che "aspetta in silenzio", previsto dai versi del profeta francese: "D'un rond, d'un lys, naîtra un si grand Prince, / Bientôt et tard venu dans sa Province".(21) La stessa citazione chiudeva un documento del Priorato di Sion datato 15 luglio 1977: Le Cercle d'Ulysse, altro gioco di parole omofono a Le Cercle du Lys, già simbolo dei re merovingi citato da Gèrard de Sède nel 1973.(22)

Che il re perduto cui Liz Greene faceva riferimento fosse Pierre Plantard è difficile dubitarlo, tanti sono i riferimenti espliciti alla sua figura nel corso di tutto il romanzo; romanzo che si chiude sul Grande Principe che sorge e riunisce tra le sue mani i fili delle nazioni unite europee (united European nations) per cominciare un nuovo ciclo, una sorta di seconda risurrezione.(23)

Due anni più tardi, insieme ad Henry Lincoln, il fratello e il fidanzato della scrittrice chiuderanno il loro Holy Blood Holy Grail con una simile riflessione: "C'è il desiderio sempre più intenso di trovare un vero leader - non un Führer - ma una figura spirituale, saggia e benigna, un re-sacerdote nel quale l'umanità possa riporre ogni fiducia. […] Come potrebbe essere interpretato l'avvento di un discendente diretto di Gesù? Per un pubblico ricettivo, potrebbe essere una specie di Seconda venuta".(24)

Per chi ha già letto il romanzo di Liz Greene, invece, questo non è che un Secondo annuncio.

_________________

(1) Cit. in http://hertfordstandrews.co.uk/why_davinci.htm

(2) Liz Greene, The Dreamer of the Vine, Great Britain: Bodley Head, 1980. Nel corso di tutto l'articolo verrà citata la traduzione italiana a cura di Mariano Tomatis Antoniono e si farà riferimento alla numerazione delle pagine dell'edizione Corgi, 1982. La prima citazione è tratta dalle pp.34-35. Il rapporto tra il romanzo di Liz Greene e Holy Blood Holy Grail è già stato oggetto di una specifica analisi in Giuseppe Ardito e Mariano Tomatis "Il Priorato di Sion e Nostradamus a Torino?" in Indagini su Rennes-le-Château 15 (2007) pp.739-743.

(3) Greene, op. cit., p.36.

(4) Greene, op. cit., p.37.

(5) Greene, op. cit., p.43.

(6) Il testo del capitolo dedicato al viaggio a Rennes-les-Bains è stato tradotto da Ivan Talloru in Indagini su Rennes-le-Château (2007) pp.772-774 ed è disponibile qui.

(7) Greene, op. cit., p.57.

(8) Greene, op. cit., p.58.

(9) Greene, op. cit., p.76.

(10) Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln, Holy Blood Holy Grail, 1982, cap.VI.

(11) Greene, op. cit., p.114.

(12) Baigent et al., op. cit., cap.VI. Viene fornito un riferimento ad un libro romanzato sulla figura di René d'Angiò di difficile reperimento: Edgcumbe Staley, King René d'Anjou and his Seven Queens, Londra: 1912, p.29.

(13) Greene, op. cit., p.76.

(14) Greene, op. cit., p.98.

(15) Greene, op. cit., p.98.

(16) Greene, op. cit., pp.110.

(17) Greene, op. cit., p.118-119.

(18) Greene, op. cit., p.134.

(19) Greene, op. cit., p.135.

(20) Greene, op. cit., p.150.

(21) Greene, op. cit., p.255.

(22) Gérard de Sède, La race fabuleuse - Extra-Terrestres et Mythologie Mérovingienne, Editions J'ai Lu, 1973, p.112.

(23) Greene, op. cit., p.255.

(24) Baigent et al., op. cit., cap.XV.

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Rennes-le-Château nei fumetti

Domenica 24 ottobre 2010 by Mariano Tomatis

La prima tavola proviene da un fumetto francese pubblicato dall’editrice Belisane; si tratta di Rennes-le-Château Le Secret de l’abbé Saunière (1995), scritto e disegnato da Antoine Captier, Marcel Captier e Michel Marrot. La vicenda ricalca con precisione la storia di Bérenger Saunière così come raccontata dallo stesso Antoine Captier, insieme alla moglie Claire Corbu, nel libro L’héritage de l’abbé Saunière, pubblicato dalla stessa casa editrice nello stesso anno.


La vignetta in basso a destra, molto suggestiva, verrà ripresa su due dei cartelli posti all’ingresso del domaine:


La seconda è tratta dal numero 121 di Martin Mystère (aprile 1992), periodico dell’editrice Bonelli scritto da Alfredo Castelli e disegnato da Giancarlo Alessandrini; si tratta di un numero celebrativo dei dieci anni di vita del fumetto, nato nel 1982. La storia, molto avvincente, coinvolge il protagonista Martin Mystére in un viaggio che tocca tutti i temi più cari agli appassionati delle vicende di Rennes: dal tesoro di Saunière a Maria Maddalena, da Poussin alla Gnosi, da Gaudì alla pietra filosofale. Trattandosi di un numero celebrativo, contiene moltissimi riferimenti ironici a passate avventure di Martin Mystére; l’edizione originale aveva in allegato una targa metallica.


La tavola riportata è curiosa per un dettaglio: il disegnatore, leggendo sulla sceneggiatura che avrebbe dovuto riprodurre una "passeggiata semicircolare" - che nella realtà è la balconata a semicerchio che delimita i giardini di Saunière e separa la Tour Magdala dalla serra (fig.2) - non avendo mai visto i luoghi rappresenterà un sentiero… semicircolare!


A sinistra: planimetria della passeggiata semicircolare che costeggia il giardino. A destra: Fotografia aerea della passeggiata che collega la serra (a sinistra) alla Tour Magdala (a destra).

La terza tavola è tratta dallo psichedelico racconto Arcadia di Grant Morrison, pubblicato in Italia dalla Magic Press nel primo volume della collana The Invisibles (1999).


Il disegnatore è Jill Thompson, l’inchiostratore Dennis Cramer. La protagonista viene portata in sogno a Rennes, dove incontra uno strano personaggio che, durante una partita di scacchi, le racconta le vicende di Bérenger Saunière. Nel corso del racconto compaiono anche i quattro pastori d’Arcadia del celebre quadro di Poussin Les Bergers d’Arcadie.

Chiude il volume una ironica postfazione firmata da Pasquale Ruggiero, che riassume le vicende raccontate ne Il Santo Graal da Baigent, Leigh e Lincoln.

La quarta è tratta da Et in Arcadia ego… (2003) ed è scritta ed inchiostrata da tale Mor. Edita da Bélisane, ha come protagonisti tre ragazzi che hanno dato vita ad un’organizzazione che si chiama O.P.P. (Observatoire des Phénomenes Paranormaux, Osservatorio dei Fenomeni Paranormali). Ambientata tra Carcassonne e Rennes-le-Château, unisce agli elementi magici una gran cura dei particolari nella rappresentazione dei luoghi.


La quinta è tratta dal mensile Zio Paperone (2004) che ospita storie Disney disegnati da autori celebri. Il racconto in questione, “Uncle Scrooge - A letter from Home”, è scritto e disegnato da “Keno” Don Rosa, tra i massimi autori della scuderia Disney. Italoamericano classe 1951, Don Rosa è famoso per il velo di esoterismo con cui condisce tutti i suoi racconti: in ogni sua storia, infatti, è possibile trovare - occultato in qualche dettaglio poco visibile - l’acronimo D.U.C.K., che seppur letteralmente significa “papero”, è una dedica al suo predecessore Carl Barks (Dedicated to Uncle Carl by Keno). Il bellissimo racconto da cui è tratta la tavola qui riportata è ambientato in un vecchio castello scozzese dove, tra codici segreti e lapidi da decifrare, Paperone incontra i cattivissimi membri del Priorato di Sion.


La sesta tavola, disegnata da Lara Molinari, è tratta dalla storia di Alberto Savini “Zio Paperone e il Codice Metsys”. Unico racconto inedito dell’antologia Il Papero da Vinci (2005), nelle prime pagine si presenta come un’irresistibile parodia del romanzo di Dan Brown - ambientata al Museo del Louvre il cui custode viene ritrovato… addormentato (!) mentre abbraccia una cornice. Pur coinvolgendo anagrammi, messaggi in codice e inseguimenti, il racconto si chiude dopo sole 36 pagine. La copertina, però, vale da sola il prezzo dell’intero volume.


L’ultima tavola è tratta dal racconto “Topolino e il segreto Da Vinci”, scritto da Marco Bosco e disegnato da Andrea Ferraris. Pubblicato in concomitanza con l’uscita del film di Ron Howard Il Codice da Vinci, si richiama nel titolo a Leonardo da Vinci ma non ha niente a che vedere con il romanzo di Dan Brown. E’ un classico giallo di Topolino, ambientato tra Topolinia, Milano e Como.

Anche in questo caso, la copertina vale il prezzo dell’intero numero di Topolino: il “paperino vitruviano” è un omaggio alla copertina americana de Il Codice da Vinci.


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I templari fantasma

Sabato 23 ottobre 2010 by Alessandro Lorenzoni

La mitologia di Rennes vuole che la triade composta dalle fortezze di Blanchefort, Albedun e Rhedae fosse, durante il Medioevo, la sede di una stabile e fiorente attività templare, con tutti i misteri e gli enigmi annessi e connessi. In questo articolo dimostreremo, alla luce dei documenti tuttora esistenti e verificabili, come il coinvolgimento templare risieda quasi esclusivamente su falsità clamorose e fortuite coincidenze.

I Templari a Rennes-le-Château

Rennes-le-Château non ospitò mai, in tutta la sua lunga e sopravvalutata storia, un solo insediamento stabile dei fratelli del Tempio. Per ironia della sorte, l'unico ordine monastico e cavalleresco che ebbe la fortuna di possedere alcune proprietà sul picco sterile di Rennes fu quello degli Ospitalieri.


Rovine del castello Hautpoul a Rennes-le-Château (Credits)

Rennes, durante i secoli bui del Medioevo, era chiamata indistintamente Reddas o Redas, e i suoi signori erano i de Redas od Otonis. Nel 1139, i Redas donarono ai Templari un mulino situato nei dintorni dell'odierno comune di Fa, in località La Lausa. Si trattò invero di un vendita, e non d'un'opera pia propriamente detta, visto che i donatori ricevettero un dono corrispettivo di 150 sous ugoniens.

Nel periodo compreso fra il 1140 e il 1141, i fratelli Boneti de Redas e Petri de Sancto Iohane, figli di Gilelmi di Redas o Gilelmi Otonis e Dame Albe, furono ordinati fratelli e servitori della militiæ Templi Jerosolimitani. Il 16 marzo 1147, Petri e Boneti, ormai divenuti signori dei Redda in seguito alla morte del padre, che non venne più citato negli atti, donarono alla milizia del Tempio tutti i loro possedimenti terrieri e tutti i loro titoli aventi per oggetto delle proprietà situate nella città di Esperazano, cioè Espéraza, e nelle località di Vernoz, cioè les Bernots, luogo situato a Saint Jean de Paracol; Casalrevino, nei dintorni di Magrie; ed Eisocias. I possedimenti dei Redas a Rennes non furono mai donati o concessi al Tempio.(1)

Nel 1156, Petri de Redas, alias Petri de Sancto Iohane, diventò Magister del Tempio di Douzens e, tre anni dopo, fu Procuratore del comitatu Carcassensis et Redensis. Dal 1167 al 1169 fu Commandeur di Carcassonne e del Redensis, e di Douzens (una delle commende Templari più importanti del Razès) sino al

1172. Sotto queste importanti cariche, ricoperte mentre Bertrand de Blanchefort era Gran Maestro dei Templari in Terra Santa, Petri curò un centinaio di donazioni locali all'Ordine.

Morti Petri e il fratello, morirono anche gli unici Templari che avrebbero potuto legare in qualche modo la propria storia a quella di Rennes-le-Château.(2)

Nel 1185, Ugo di Caderonne donò agli Ospitalieri la sua anima e il suo corpo, una casa nel villaggio di Reddis, una parcella di terreno e tutte le sue proprietà situate nel territorio di Sainte Marie de Reddis, compresi i villaggi di Pradines e Moissa, e 600 sous melgoriens. Altre donazioni di campi e di vigne nel territorio di Reddis alla Domus Hospitalis si susseguirono nel 1246, 1255 e 1262.(3)

I Templari a Rennes-les-Bains

La montagna di Blanchefort non è mai stata di proprietà templare, non è mai esistita un sola commenda templare sul suo territorio e non esiste il benché minimo documento riguardante una cessione di un terreno sul territorio di Blanchefort o di Rennes-les-Bains.


Veduta di Rennes-les-Bains (Credits)

Una leggenda, definita laconicamente "tradizione", trasmessa per la prima volta da don Maurice-René Mazières e ripresa tendenziosamente da Pierre Plantard, vorrebbe che la casata dei Blanchefort del Razès, che aveva la propria sede al castrum de Blancafort dell'omonima montagna, fosse in qualche modo legata per via dinastica a quella di Bernard de Blanquefort, sesto Gran Maestro dei Templari dal 1156 al 1169. V'è soltanto un piccolo inghippo in questa "tradizione": Bertrand de Blanquefort, che si dice fosse originario dei dintorni di Rennes-les-Bains o di Tolosa, era nato a una decina di chilometri da Bourdeaux, nella Guyenne (dipartimento della Gironde). Molto probabilmente, Bertrand non mise mai piede nel Razès. Nessuna prova dimostra che le famiglie dei Blanchefort delle Guyenne e del Razès potessero essere in qualche modo collegate per linea dinastica, anzi non esiste la benché minima prova che le due casate fossero in rapporto fra loro. Ne consegue che, molto probabilmente, le due casate non erano collegate per via dinastica e, allo stesso tempo, è provato che Bernard de Blanchefort, della casata del Razès, sua moglie Fabrissa e i suoi fratelli Arnaud e Raymond donarono al Tempio dei terreni a Piusse, Vilarzel ed Espéraza fra il 1132 e il 1138. Ma Blanchefort, sino a prova contraria, non ha mai ospitato un solo Templare.

Non a caso, Clemente V, al secolo Bertrand de Got, era figlio di Bernaud de Got, signore di Villandrout, Graugon, Livran e Uzeste, e di Ida de Blanquefort, forse della famiglia che diede i natali al sesto Gran Maestro dei Templari.(4) Ora, v'è ancora da stupirsi nell'apprendere che Clemente V fosse originario della Guyenne, e non del Razès?

Nel 1231, il fedele siniscalco di Simon de Montfort e valoroso crociato Pierre de Voisin o Vicinis, della famiglia signorile dei Voisins-le-Bretonneux nell'Île de France, divenne signore e barone di Redda, Albedun e la sua foresta, Saint Just, Arques e les Bains. In base ad un cartolario del 1288, Fratello Aymeric, precettore della Domus Hospitalis de Magriano, afferma che La Val Dieu e i boschi circostanti, compresi il bosco di Lauzet (letteralmente: "querce verdeggianti") e la località chiamata Baruteaux, erano stati ceduti agli Ospitalieri a Pierre de Voisins. Si è a lungo favoleggiato a proposito di una commanderie templare di La Val Dieu, ma evidentemente è stata fatta confusione con la vera commenda di Villedieu, a Montauban (Jarn et Garonne). Nel 1290, fratello Aymeric concedette e confidò in ipoteca a Jean de Voisins, figlio di Pierre de Voisins, la bastita di La Val Dieu, nel Reddesio superiori.(5)

Nel 1335, Pierre de Voisins, miles dominus de Albeduno, intentò un procedimento contro l'abbazia cistercense di Fontfroide circa il possesso di un "granaio di Lavaldieu". Venne trovato un accordo nel 1338, in base al quale Jacques de Voisins donò il granaio di Parahou all'abbazia di Fontfroide, e, per sancire l'accordo, un "palo sarà innalzato davanti alla porta del detto granaio".(6)

I Templari a Campagne e dintorni

Nel 1147, Roger I di Carcassonne e di Béziers,

in modo tale che Dio rimetta tutti i suoi peccati e accolga nella sua misericordia l'anima di suo padre Bernard Aton e di sua madre Cecilia, dona e offre al signor Iddio e alla Milizia del Tempio di Salomone di Gerusalemme e ai fratelli che la servono tutta la sua città che è chiamata Campania, che si trova nel Comitatu Reddensi, sulla riva del fiume che è chiamato Auden, il quale fiume la divide in due passandovi in mezzo. Questa città è sull'una e sull'altra riva.

Si tratta di Campagne-sur-Aude.


Veduta di Campagne-sur-Aude (Credits)

La donazione comprende la villa

con tutti i suoi abitanti, uomini, donne e bambini, le sue case, i redditi, i diritti d'uso, gli appezzamenti di terreno con diritti feudali annessi, le terre coltivabili, i prati, i pascoli, i boschi, le sue coltivazioni e i terreni incolti, le sue acque ed acquedotti, con tutti i mulini e diritti di mulino, le peschiere con entrate ed uscite.

In cambio, i monaci guerrieri non avrebbero dovuto esigere dal nobiluomo "censi, imposte, diritti di passaggio e di pedaggio".(7) Dal porto della Torretta, ad Adge, il visconte confermò la propria donazione mentre era sul punto d'imbarcarsi per la Terra Santa. Questa non fu certo l'unica donazione del nobile Roger I. Il primo aprile 1133, egli aveva donato al Tempio

la sua città di Brucafel con tutto ciò che ne fa parte, uomini, donne, terre, prati, vigne, censi e diritti d'uso.

Nel dodicesimo secolo, Limoux e Notre Dame de Marcellano (Marceille) entrano a far parte delle proprietà Templari.(8) Nel 1140, grazie alle donazioni di Pons e Gillelmus de Redas, i Templari entrano in possesso di beni diversi che i due signori possiedono sul territorio di Esperazano, che pare fossero due mulini, delle vigne e alcuni terreni. Da notare che Gillelmus de Redas è il padre dei due fratelli e signori di Reddas che si fecero Templari, vale a dire Petri e Boneti. I due fratelli, poi, donarono tutto ciò che possedevano a Espéraza.(9)

Dal 1312 al 1787 Campagne fu di proprietà degli Ospitalieri, che subentrarono nel possesso di tutte le proprietà che erano state dei Templari.(10)

I Templari a Le Bèzu

Il castello di Albedun oggi è costituito da alcune mura ciclopiche in rovina di origine medioevale, visigota o persino gallo-romana.


Rovine del castello di Bèzu (Credits)

La fortezza era nota nel 1160 come Albeduno, nel 1231 come Albezunum e nel 1262 come Castrum de Albesune. Il mastio venne occupato da Simon de Montfort, che non aveva incontrato alcuna resistenza, durante la Crociata contro gli Albigesi. Questo fatto storico è comprovato dal passo dell'epica Chanson de la croisade Albigeoise di Pierre de Vaux Cernay(11):

Quando si seppe che i Crociati avevano preso Termes,
Tutti i castelli migliori furono abbandonati
E allora fu preso Albejes senza esser assediato.
La guarnigione del Conte [di Tolosa] che ha lasciato il castello,
Non pensando che alla loro vita, i Crociati vi ritornarono.

Alcuni sostengono che questo passo bizzarro si riferirebbe all'intera regione degli Albigesi, tuttavia il fatto che vengano menzionati un assedio e un castello fa supporre che Albejes fosse una fortezza a tutti gli effetti. E l'unica fortezza con un nome simile era Albedun. Non a caso, J. L. J. Brière, nella sua Collection des mémoires relatifs à l'histoire de France, scrive:

Albedun: castello fortificato nella diocesi di Narbona, preso da Simon de Montfort durante la guerra degli Albigesi.(12)

Altri storici, al contrario, ipotizzano che si stesse parlando di Albières, nel cantone di Mouthoumet, o di Nebias, in quello di Quillan. Possiamo dire, quindi, che le varie teorie convivono piuttosto pacificamente e che nessuna sembra prevaricare in modo sufficientemente decisivo sulle altre.

A poca distanza dalle rovine sorge un maniero, chiamato Tipliés, da sempre di proprietà dei signori di Rennes e distrutto dai Calvinisti nel 1573. Tipliés non è un'abbreviazione catalana od occitana del termine francese templiers, ma si tratta semplicemente di un nome di famiglia. René Descadeillas si era incuriosito per questa grave svista storica commessa da diversi autori ed aveva raccolto una piccola collezione di carte ed atti aventi per oggetto il maniero, conservata oggi presso gli Archivi Dipartimentali dell'Aude (raccolta 3 J 339). Per quanto attiene all'origine del toponimo Albeduno, le ipotesi maggiormente significative sono due: secondo un certo Henri Rouzaud(13) il toponimo derivava dal nome di un personaggio romano (il forte di Albios o di Albius), mentre l'ipotesi meno nota, ma molto più plausibile, è quella secondo cui Albeduno deriverebbe dalle parole celtiche alba, montagna, e dunum, fortino. Si potrebbe supporre, quindi, che il mastio fosse in origine, per via delle mura ciclopiche, un piccolo fortino gallo-romano. Altri, al contrario, sostengono l'ipotesi più famosa, cioè quella secondo cui il toponimo significa castello bianco, associando cioè il termine celtico alba al qualificativo latino.(14)

Comunque sia, la fortezza fu di proprietà di un ramo della famiglia d'Aniort dal Dodicesimo al Tredicesimo secolo. I suoi signori erano, infatti, i famosi Sermon o Sesmon d'Aniort d'Albedunum. La storia di questa signoria, tuttavia, si perde nelle nebbie della storia e soltanto oggi siamo in grado di rintracciare qualche piccolo frammento della loro breve e travagliata storia.

Nel 1067, Roger, conte di Carcassonne, morì. Sua madre, Rangarde, donò Rédès e tutta la contea del Redensis, con tutti i castelli e i feudi annessi e connessi, al genero Guillaume e a sua moglie Adalez. L'arcivescovo di Narbona fu un testimone d'eccezione dell'atto di donazione, mentre altri due signorotti ricoprirono lo stesso incarico: furono Sesmond Pere (forma occitana di Petrus) e Bernard Sesmond. Pur non avendo nessuna notizia certa sul grado di parentela dei due cavalieri e sul loro feudo, questo è uno dei primi atti che, secondo gli storici, cita la signoria dei Sesmon di Albedun, un ramo piuttosto importante della signoria di Niort.

Nel 1064, Sesmond Petrus era già stato testimone di un giuramento di tale Bertrand, conte di Cardagne. Circa cinquant'anni dopo, nel 1112, un Petrus de Albeduno fu testimone di un atto di Bernard Aton, visconte di Béziers e Carcassonne, in cui quest'ultimo avrebbe lasciato, qualora fosse morto senza eredi, i suoi feudi di Carcassès, Razès e Toulouz al conte di Foix.

Nel 1147, Bernard Sermon d'Albedun prestò a Roger de Béziers, visconte di Carcassonne, la somma enorme di 3000 sous ugoniens, e la villa di Campagna venne concessa in pegno dal visconte. La famiglia signorile dei Sermon o Sesmon dimostra quindi di far parte dell'élite dell'aristocrazia feudale del Comitatu Reddensis, di essere nel rango dei fedelissimi del visconte e di possedere riserve monetarie di tutto rispetto, onore che non spettò, per esempio, ai Blanchefort del castrum de Blancafort.

Come si può ben capire, si trattò d'una famiglia avente una riserva monetaria copiosa, cosa comprovata dalle numerose donazioni elargite all'abbazia di Fontfroide, a Joucou e ad alcuni ordini religiosi, proveniente, secondo gli storici, dall'attività estrattiva compiuta in qualche miniera nel loro feudo. Siamo ovviamente nel campo delle congetture, visto che nessun atto menziona in modo esplicito la fonte di ricchezza principale di questa curiosa signoria. Miniere avrebbero potuto situarsi sui loro possedimenti, cioè nei dintorni di Bugarach, nel Bézu e la sua foresta, a Sud di Rennes-les-Bains e nell'immenso territorio oggi compreso fra Espéraza e Belvianes (villaggio posto a Sud di Notre Dame di Quillan). Un piccolo indizio, comunque, ci viene fornito dall'atto di assegnazione a Pierre de Voisins, in cui è menzionato Albezunum cum sua foresti, il Bézu con la sua foresta. La foresta, quindi, poteva costituire una fonte di ricchezza molto importante per una signoria locale, sia per i suoi prodotti sia per l'attività pastorizia che un vasto territorio opportunamente disboscato poteva favorire. Il che farebbe dei Sermon una signoria feudale ed agricola, perfettamente in linea con le consuetudini del tempo, che percepiva censi, decime e dei diritti sulle vigne e i terreni di loro proprietà.

Nel 1152 venne firmato un nuovo giuramento, quello di Trencavel, ed è un esponente dei signori di Albedun a fare da testimone. È altamente probabile che i Sesmon fossero i garanti della sicurezza della frontiera catalana del Razèz e dell'importante arcivescovado di Narbona.

Il 22 febbraio 1151, Bernard Sermon de Albedune, figlio di Bernard Sanior, donò la sua anima e il suo corpo a Dio e alla Santa Milizia del Tempio, reddo corpus meum et animam Deo et sancte Militie Templi,

affinché, una volta portata a termine la mia vita, la Santa Milizia mi consacri, o, per decisione dei fratelli della suddetta milizia, si prenda cura della mia anima; e se la morte mi dovesse sorprendere mentre sono impegnato nella vita del mondo, i frati mi accolgano e seppelliscano il mio corpo in un luogo opportuno, e lascino che io fruisca delle loro elemosine e benefici.

Alla donazione si aggiunsero anche mille sous melgoriens per il remedium della sua anima e di quelle di suo padre e di sua madre.(15)

In cambio, quindi, Ugo Raimond, Servus in Christo et Procurator della Santa Milizia e dei suoi Fratelli lo ricevettero ben volentieri come fratello e partecipante alle loro opere buone, affidandogli in vitalizio un privilegio in loro possesso nella città di Espèraza e che Bernard Sermon promise di far valere. La gestione di questo privilegio, cioè di un bene di proprietà templare, potrebbe riferirsi anche al mulino in località La Lausa, donato dai Redas nel 1139, anche se nessun documento è in grado di dimostrarlo in modo incontrovertibile.

Questa donazione consente una serie di considerazioni. Innanzitutto, l'atto fa parte della strategia dei Sesmon; Bernard, infatti, faceva una pia donazione, ma, allo stesso tempo, riceveva in cambio un ruolo piuttosto importante nella gestione dei beni e delle rendite Templari ad Esperazano, con la promessa di divenire a sua volta membro dell'Ordine o, comunque, di godere, al momento in cui sarebbe sopraggiunta la sua morte, del trattamento riservato ai Templari, con la conseguente salvezza della sua anima, cioè la sepoltura nel cimitero dell'Ordine. Si trattò, insomma, della cosiddetta oblazione semplice, per mezzo della quale si donava la propria persona al Tempio in cambio di un beneficio spirituale ma anche materiale. Egli fece anche cinque donazioni al prestigioso monastero di Fontfroide.(16) La famiglia donò molto denaro e svariate proprietà alla Chiesa e agli ordini religiosi, invitando i loro vassalli a fare lo stesso. Tutto questo, oltre per ragioni di carattere spirituale, veniva effettuato per conquistare la potente amicizia del re d'Aragona e del visconte di Narbona, protettori di Fontfroide, e per dimostrare la partecipazione, seppur indiretta, alle Crociate, in concomitanza dell'entrata in guerra dei più facoltosi e potenti signori meridionali, nella Terza Crociata.

Infine, la donazione animae et corporis di Bernard seguì di pochi anni la sua donazione di 3.000 souls melgoriens a Roger di Béziers e di Carcassonne. Questi, nel luglio del 1148, fece testamento e, come abbiamo visto, donò ai Templari la villa di Canpanha, in comitatu Redensis. V'era, tuttavia, un piccolo inghippo: il prestito che aveva ottenuto da Bernard Sesmon gli era stato concesso soltanto in virtù di un pegno, la città di Campanha appunto. Infatti i Templari rimborsarono i 3.000 soldi a Bernard, il quale, poi, pensò bene di ridargliene un terzo. Da questa trattativa di una certa semplicità si potrebbe essere portati a ritenere, e forse a ragione, che Bernard e i Fratelli del Tempio fossero in qualche modo legati da alcuni anni e che la donazione animae et corporis sia stata spinta più che altro da una pia e devota ammirazione che il Sesmon nutriva verso i Templari.

Ma, a parte queste piccole curiosità, occorre notare una cosa che ci fa ritornare alla diatriba da cui ci siano allontanati: il fatto che un templare fosse anche signore di Reddas o di Albedun non prova assolutamente che a Reddas o ad Albedun vi fossero delle commende. Questa è la cosa che gli esegeti moderni non comprendono, forse più per ostinazione che per incapacità. Non erano mai i Templari ad andare dai signorotti: al contrario, erano proprio questi signorotti che si spostavano verso il Tempio. Le carte dimostrano che i Templari non si stabilirono mai al Bézu e a Rennes, ma che Petri e Boneti di Reddas, nonché Bernard Sesmundi, si spostarono verso coloro i quali sarebbero divenuti in vita, o dopo la morte, loro fratelli.

Del resto, un fatto documentato prova al di là di ogni ragionevole dubbio che Bernard Sesmundi non favorì in alcun modo la creazione di una commenda la Bèzu o nei suoi dintorni. Questo evento avvenne in un torrido agosto del 1243. In quel mese, il siniscalco reale di Carcassonne ricevette una delegazione di Templari che voleva intentare un procedimento giudiziario eccezionale contro Bernard Othon, zio di Bernard Sermon, circa la protezione di un "honorem nostrum quem habemus in villa Esperazani". Cos'era successo? Quale terribile evento aveva provocato un'accesa disputa fra i signori di Albedun e i Templari di Campanha? Nel 1242, un gruppo di tredici cavalieri faïdits, cioè di cavalieri che si ritenevano non essere di religione cattolica, politicamente dominante, tornarono dall'esilio a piedi, accompagnati da ben duecento uomini, probabilmente in armi, per tentare di riprendere i loro beni, espropriati dagli occupanti francesi del Nord durante la Crociata degli Albigesi. L'orda scese dai monti, provenendo da Sud, e prese manu militari il borgo di Bugarach, riuscendovi facilmente per via dell'astio che la popolazione provava verso gli occupanti. Le file dell'orda crebbero di nuovi partecipanti, e, rinvigorite, si diressero verso Albedun, Saint Just e Granes. Questi paeselli vennero presi e, a quanto pare, Bernard Othon non fece nulla per fermare gli invasori, fornendo anzi il suo appoggio. Da Granes, i cavalieri ebbero la buona idea di dirigersi verso Campanha, allora di proprietà templare, e la investirono completamente. Al forte erano presenti soltanto due fratelli del Tempio, il nobile Stéphanus e il donato Arnaudon. Questi intimarono agli invasori di non entrare, ottenendo il risultato di farsi, loro malgrado, malmenare e aggettivare in malo modo. La soldatesca dunque "fracassò le porte delle feritoie con delle asce". Questa cosa appare curiosa, poiché i Templari si mantennero neutrali durante la crociata, sostenendo che i cristiani non si potevano uccidere fra di loro. Se i fratelli del Tempio fossero stati di più, probabilmente la marmaglia si sarebbe contenuta, anche se i fratelli della Milizia non avrebbero mai alzato le armi contro degli altri cristiani.

I Templari si videro così privati di una proprietà che apparteneva loro da ormai cent'anni e, dopo infruttuosi tentativi di accomodamento, il precettore del forte di Campanha, fratello Stephanus, ricorse, come abbiamo detto, di fronte al siniscalco di Carcassonne, dichiarando laconicamente:

Bernardi Hotonis venit ad villam de Campanha cum XII equitibus et bene II C° peditibus cum armis, et acceptis portis barbakane et deffentione facta de eis fregerunt portas ville de Campanha cum securibus, et eun de villa de Campanha per vim eiecerunt cumquodam donatum qui vocatur Arnaudon et quondam homines ville ibi percusserunt et verberaverunt…

L'udienza fu breve e la sentenza fu emessa dopo un mese: i Templari sarebbero ritornati a Campanha. Il buon Bernardi Hotonis, sospettato - e a ragione - dai Templari che avevano dato il via al procedimento, si presentò alla prima udienza del processo, accompagnato da testimoni e da alcune lettere da lui fabbricate che avrebbero provato che la città di Campanha, o almeno una buona parte di essa, apparteneva per diritto ai Sesmon di Albedun da molto tempo. Quando si tennero le successive udienze, tuttavia, disertarono sia i testimoni che Bernardi Hotonis, rifiutando di comparire. Vi furono ben tre rinvii del processo, e alla fine i Templari vinsero e vennero reintegrati nel possesso della villa.

La storia narrata da Bernardi Hotonis, che appare in certi casi frutto della sua stessa fantasia, è presto detta. Essa inizia nel luglio del 1147, quando Roger I di Béziers dona ai Fratelli del Tempio il borgo di Campanhia, a patto che i monaci guerrieri estinguessero il suo debito di 3.000 sous ugoniens che aveva contratto con Bernard Sermon, essendo la città ipoteca in suo favore. I Templari, come sappiamo, pagarono e l'ipoteca venne estinta.

Poi, in quello che oggi definiremmo flashback, Hoton narrò una nuova storia, per cercare di provare che gli Albedun vantassero ancora dei diritti sul borgo attraversato dall'Aude. Nel 1150, Roger I morì senza discendenza, e suo figlio Raymond Trencavel divenne a visconte. Nel 1167 morì anche Raymond Trencavel, lasciando due figli: Roger II e Raymond Trencavel II. Ognuno di loro possedeva ancora, secondo Hoton, una fetta della villa di Campagne, ed entrambi, avendo bisogno di liquidità, impegnarono le loro rispettive proprietà a dei vassalli. Bernard Sesmond, contro un prestito di 1000 sous melgoriens, entrò in possesso della parte di Trencavel II.

Ma, durante la crociata contro gli Albigesi, il figlio di Roger II morì e Simon de Montfort si autoproclamò visconte, subentrando come proprietario, senza peraltro pagare nulla dei debiti o delle ipoteche precedenti in favore dei vassalli, dell'intero borgo di Campagne.

Anche se i Templari e gli Ospitalieri si mantennero neutrali durante la crociata, senza parteciparvi direttamente, i primi tendevano comunque a favorire i signori del Nord, in quanto la maggior parte delle commende erano situate nel Settentrione del regno di Francia, mentre gli Ospitalieri sostenevano indirettamente i signori del Sud, in quanto essi si erano insediati in gran parte nel Midi.

Nel 1215, quindi, Simon de Montfort donò l'intera villa di Campanha ai Templari in segno di riconoscenza. Bernard Sermon perse quindi la terra che gli era servita da garanzia nella sua parte di Campagne, dopo che aveva perso anche la possibilità di richiedere l'estinzione dell'ipoteca in suo favore. Ma la storia di Hoton non finisce qui: nel 1229, dopo i disordini della Crociata, Bernard Sermon venne reintegrato nelle sue proprietà e suo zio, Hoton, ricevette i suoi diritti sulla villa di Campanha. I Templari, tuttavia, avrebbero di fatto estromesso Hoton dalla sua proprietà di Campanha, cosa che lo spinse a riprendersela, nel 1242, manu militari, mentre i Trencavel cercavano, senza successo, di fare lo stesso per riprendersi Carcassonne.

In verità, appare evidente che in questa storia v'è qualcosa che non quadra: se Hoton era il legittimo proprietario d'una parte di Campanha, perché non intentò lui stesso un processo contro i Templari quando venne spossessato dei suoi beni? E perché i Templari attesero un quasi un anno per far valere la loro azione di reintegrazione? Molto probabilmente, si cercò un accomodamento, forse perché Hoton, nonostante il sospetto di aver fornito false testimonianze al processo, aveva comunque alcune proprietà a Campanha che i Fratelli dell'Ordine avevano occupato più o meno in buona fede.(17)

Ma se le donazioni dei Sesmon erano state prevalentemente d'ordine escatologico, con la Crociata la loro tattica mutò drasticamente: se prima le loro donazioni era state fatte per farsi amicizie potenti, ora esse erano un modo come un altro per salvarsi dagli Inquisitori. In effetti la casata d'Albedun, vassalla dei visconti di Carcassonne, lottò inizialmente contro i crociati di Simon de Montfort, appoggiando quindi il catarismo. Verso il 1210, come abbiamo visto all'inizio di questo capitolo, i crociati di de Montfort riuscirono a prendere, senza nemmeno porlo sotto assedio, il castrum de Albedun, o comunque un castello chiamato Albejes. Forse, Bernard Sermon se n'era ormai andato dal suo castello senza nemmeno preparare lo stato d'assedio. L'anno seguente, egli si sottomise a de Montfort, per cercare di mantenere le sue terre e di salvare il salvabile. Dieci anni dopo, ritroviamo qualche Sermon in alcuni atti notarili, segno che la signoria, seppur composta da faïdits, era riuscita a mantenere le sue terre. Ma l'adesione dei Sermon all'eresia catara li avrebbe ben presto portati alla rovina. Nel 1229, Bernard Sermon le Vieux nascose Guilhabert de Castres con otto compagni e, verso il 1240, Guillaume-Bernard Hunaud, entrambi due perfetti catari perseguitati. Il 22 aprile 1244, uno dei difensori di Montségur, tale Béranger de Lavelanet, scrisse in una deposizione all'Inquisizione che Bernard Sermon le Vieux si era recato persino a Montségur per compiervi un pellegrinaggio ed "adorarvi Guilhabert de Castres e tutti gli eretici"(18) sette anni prima. E fu Bernard Sermon le Jeune a compiere la famosa spedizione punitiva contro i Templari di Campanha; difatti diverse testimonianze provano che fu proprio Bernard a "cacciare con la forza" il fratello Arnaud "con degli uomini d'Espéraza, di Bugarach e del Bézu", mentre i Trencavel cercavano di condurre una disperata offensiva per riconquistare le loro terre.

Questi fatti fanno dei Sermon delle persone mal viste agli occhi degli inquisitori e la loro storia si fa quindi molto frammentaria. Essi assunsero un atteggiamento ambiguo, cosa comune a tutti le famiglie occupate dai signori del Nord, verso i crociati e Simon de Montfort. Verso il 1229, sembra che Bernard Sermon, allora a Perpignano sotto la protezione dei Trencavel e del re Jacques d'Aragona, fosse sul punto di cedere alle richieste di Bernard Othon de Niort, il Bernardi Hotonis che occupò Campanha, circa la cessione del castello di Albedun in cambio del suddetto borgo. Tali trattative famigliari, evidentemente, non ebbero alcun seguito.

Nel 1218, Simon de Montfort era morto e il figlio aveva fatto dono al re di Francia delle proprietà acquisite dal padre. Nel 1231, Luigi IX donò il castrum de Albedun a Pierre de Voisins, confermando la donazione nel 1248. A quest'epoca, il castello doveva essere in parte distrutto, o almeno questa è l'ipotesi più accreditata, e la sua foresta faceva parte indissolubile dell'assegnazione a Pierre de Voisins, il quale divenne ufficialmente dominus de Rhedes, de Albeduno et de Bugaraggio.

La famiglia di Albedun, nonostante il periodo difficile, viveva probabilmente ancora nel suo castello, anche se un processo intentato nei loro confronti nel 1244 sembrò escluderli del tutto dalla loro signoria. Essi perdettero il lustro che avevano un tempo e vennero declassati al rango di signorotti locali. Dal 1248 essi non possedettero più nulla, le loro terre vennero confiscate, ma, fortunatamente per loro, nessun processo fu indetto per giudicare la loro adesione al catarismo. Un atto del 1262 narra di una disputa fra la figlia di Bernard Sermon e suo padre. Poi, più nulla. La signoria dei Sermon si estinse definitivamente con Mabilia d'Albezun.

Nel Quattrocento, la proprietà del luogo passò dai Voisins ai de Malfranc, poi a Jean de Marquefave e, infine, alla casata degli Haupoul. Nel 1594, un documento recita:

Nel detto luogo del Bézu vi sono un antico castello in cima ad uno sperone roccioso e una chiesa, anch'essa in rovina.

Si può concludere, quindi, che a partire dal Quattordicesimo secolo la fortezza di Albeduno perse d'importanza, in concomitanza con lo spostamento della frontiera e la decadenza della signoria locale. La principale funzione di Albedun, cioè quella di sorvegliare il confine fra i territori dei vassalli del re di Francia e quelli d'Aragona, venne quindi mancare, portando al declassamento della fortezza al rango di semplice maniero di caccia e poi al suo totale abbandono.

Il mito dei Templari del Bèzu

Dagli anni Ottanta del XX secolo scorso le rovine deformi del castello di Bézu vennero qualificate impropriamente e ostinatamente, su tutte le cartine dell'Istituto Geografico Nazionale francese, come un Castello dei Templari.(19) Verrebbe da chiedersi, quindi, da dove è scaturita questa leggenda che vede in Albedun una castello templare, visto che tutti i fatti storici degni di nota avvenuti al Bézu riguardano un solo templare, Bernard Sermon. Questa leggenda è scaturita dalle affabulazioni di Pierre Plantard, Maurice-René Mazières e Gerard de Sède. Riteniamo, infatti,

che il termine Tipliès, riferito ad un maniero abbandonato nei pressi del Bézu, sia stato l'unico fatto che abbia portato a ritenere che la zona avesse ospitato dei Templari. Sfortunatamente, Tipliès era il nome di una famiglia autoctona di Bézu, di cui si possono vedere ancora oggi le tombe nel cimitero del villaggio di Saint-Just.

René Descadeillas riuscì a provare al di là di ogni dubbio, inoltre, che la famiglia Tibliès fece la sua comparsa negli archivi a partire dal Cinquecento e, del resto, il termine Templari, in francese Templiers, non è mai stato abbreviato in francese, né tanto meno in occitano, aragonese e provenzale in un Tipliès o Tibliès.

Ma una leggenda locale vuole comunque che nella notte fra il 12 e il 13 ottobre, anniversario dell'arresto dei Templari ad opera di Filippo il Bello, i fantasmi degli antichi cavalieri dalla croce patente scendano lentamente da Albedun per incamminarsi verso la cascina di Burateaux, passando attraverso un campo che i contadini non coltivano perché credono essere un cimitero templare. Nella cascina, i fantasmi scomparirebbero in un pozzo, ove la leggenda vuole che vi sia stata gettata una campana in argento. Nel 1989 alcuni ricercatori decisero di verificare se questo fenomeno straordinario fosse reale o una leggenda tramandata dagli abitanti del paese. Al gruppo s'aggiunse anche una troupe della televisione tedesca, che stava girando un documentario sui Templari di Francia, e un giornalista di un quotidiano francese. Giunta una splendida notte di luna piena, alcuni si posizionarono in cima alle rovine del Bézu, altri alla cascina di Burateaux, e attesero. L'esito dell'esperimento è facilmente prevedibile: non avvenne nulla quando scoccò mezzanotte. Quando le prime luci dell'alba illuminarono le imponenti rovine del castello, si intuì che gli unici a mancare al lugubre rendez-vous erano stati proprio gli invitati d'onore: i fantasmi dei Templari(20).

Sebbene i Templari non abbiano mai messo piede al Bèzu post mortem, alcuni hanno creduto e credono tuttora che secoli addietro vi fosse una commenda dei monaci guerrieri ad Albeduno. Ci apprestiamo, quindi, a fare un breve viaggio nel mito dei Templari del Bézu: per lo stupore del lettore, si incontreranno personaggi del tutto insospettabili.

Il primo è l'ormai defunto don Bruno de Monts, che scrisse nel suo libro Rennes-le-Château et Rennes-les-Bains(21) che il forte sarebbe stato di proprietà dei Templari dal 1292 al 1307 "per circostanze politiche".

Il secondo personaggio è René Descadeillas, il quale dichiarò a sua volta, nella sua opera Mythologie du trésor de Rennes:

Precisiamo che non vi fu mai nessuna Commenda templare al Bèzu, ma una semplice residenza dei Templari di Maiorca che dipendeva dalla commenda di Mas Deu. Essendo stranieri, questi Templari non furono colpiti dalle misure detentive volute da Filippo il Bello.(22)

Purtroppo, la citazione non ci aiuta a comprendere meglio quali siano le prove di simili asserzioni. Dobbiamo, quindi, tornare all'opera di Bruno de Monts, in cui leggiamo che "questo lavoro non avrebbe potuto essere realizzato se non grazie alle note personali del curato Maurice-René Mazières". De Monts, infatti, non faceva altro che ripercorrere le teorie alquanto discutibili di un suo confratello, il fu don Maurice-René Mazières (Perpignan 1909-Carcassonne 1988). Quest'ultimo fu l'autore di due curiosi e controversi articoli, intitolati La Venue et le séjours des Templiers du Roussillon à la fin du XIIIème et au début du XIVème dans la vallée du Bézu (Aude) e Un épisode curieux, en terre d'Aude, du procès de Templiers, entrambi editi nelle Mémoires de la Société des Arts et des Sciences de Carcassonne.(23)

Il primo articolo del sacerdote è dedicato ai Templari. In esso, don Maurice-René Mazières cercò di dimostrare come la valle del Bézu fosse stata occupata da milizie del Tempio straniere, vale a dire dell'Aragona-Roussillon, ospiti del signore di Rennes Pierre de Voisins. Nel secondo articolo, il reverendo cercò di dimostrare come il re di Francia Filippo III l'Ardito fosse passato - con suo figlio di 15 anni, il futuro Filippo IV il Bello - nella valle dell'Aude nell'agosto del 1283.

All'inizio della ricerca storica, Mazières elenca le diverse "prove" che lo hanno portato ad interessarsi della vicenda; eccole:

1. Le tradizioni orali e le leggende di Saint-Martin-Lys, della valle di Brézillhou, di quella del Bézu, del villaggio di Saint-Just, dell'altopiano di Lauzet, di Campagne-sur-Aude, di Quillan e di altri luoghi.
2. Le testimonianze di rovine, molto numerose in questa regione.
3. Numerosi documenti agli Archivi Dipartimentali dei Pirenei Orientali.
4. Delle precedenti ricerche effettuate: dall'ingegnere capo Cros, anziano direttore della rete ferroviaria dello Sato, anziano allievo della scuola politecnica, ritiratosi allo stabilimento termale di Ginoles, di cui era divenuto proprietario dopo il suo matrimonio; era un ricercatore infaticabile.
5. Le informazioni fornite da altri eruditi

...che noi riassumiamo nel Signor Pierre Guérard e nel

Signor curato Cyr Izard, sacerdote rimarchevole per le sue qualità morali e per i doni della mente, che fu per vent'anni curato di Saint-Just le Bézu e di molte altre parrocchie vicine, e che amò profondamente questo paese sondandone gli Archivi e le tradizioni orali. Egli avrebbe certamente condotto a buon fine questa ricerca storica concernente i Templari della Valle del Bézu, ricerca che avrebbe affrontato per intero, se la morte non l'avesse brutalmente sorpreso il 3 settembre 1940.

Nonostante il sacerdote affermi di aver consultato diversi archivi, si scopre ben presto che i documenti concernenti i Templari sono in mani private o inesistenti. Egli cita la tradizione orale secondo cui "i monaci non mancavano certo nel paese" e "vi erano ancora dei monaci al Bézu, ma essi non erano come gli altri, erano dei monaci-soldati giunti dal Roussillon". E continua asserendo che essi avevano offerto ai monaci del luogo una cappella, con una pietra che recava incisa una "strana croce", demolita durante le guerre di religione. Qualche riga dopo, il reverendo scrive:

Non bisogna chiedere alle tradizioni orali un'esattezza rigorosa. A Saint-Paul-de-Fenouillet, per esempio, i "monaci" erano in realtà dei canonici,

invece

La tradizione narrata a Saint-Martin-Lys si riferisce al Bézu, a Saint-Just, a Campagne-sur-Aude e parla sempre di "monaci-soldati", ma li designa anche con il loro vero nome: "i Templari" o ancora "i poveri Templari" [...] La tradizione precisa ancora che i Templari di Campagne erano dei Francesi, mentre quelli del Bézu erano stranieri, della provincia dell'Aragona-Roussillon.

L'ipotesi di don Mazières appare principalmente fondata sulla tradizione orale e sull'interpretazione del termine Tipliés, come contrazione del termine templiers, Templari le cui forze militari, stando alla fervida fantasia del sacerdote, potevano tenere testa a tutte le armate dell'Europa unita (!).

Ma Mazières continua aggiungendo:

La tradizione precisa, e i documenti lo confermano, che i Templari di Campagne erano francesi, mentre quelli del Bézu erano stranieri, della provincia d'Aragona Rossiglione.

Eppure, se esistono dei documenti, perché non citarli o mostrarli in riproduzione? Comunque, dopo aver divagato sulle tradizioni orali e sulle leggende, finalmente il curato analizza la storia affermando alcune cose interessanti:

Pierre de Voisins, il siniscalco di Simon de Montfort, è sempre stato legato ai Templari da una viva amicizia [...] nel 1231 il Bézu e la sua foresta sono assegnati a Pierre de Voisins; mentre il signore di Bézu, della casata degli Aniort, viene defraudato e i membri della sua famiglia si nascondono nelle cascine vicine.

Finalmente don Mazières si appoggia su dati storici certi, e non commette errori. Nondimeno, si torna nella più grande indecisione quando il curato afferma che, ai piedi del Roc du Bézu, si trovava la "maison" o "castello dei Templari"; questa Casa era fortificata ed era una sorta di "castel", cioè un "posto d'osservazione rimarchevole", poiché le tradizioni riportate da don Delmas, curato di Rennes-les-Bains, e da don Jean Cabanier, l'ultimo curato di Bézu prima della Rivoluzione, l'identificavano con l'espressione "il castello dei Templari". A parte gli scritti semisconosciuti di Cabanier, conosciamo il manoscritto di Delmas del 1709, intitolato Antiquités des bains de Montferrand communément appelés les bains de Rennes, in cui non compare la benchè minima traccia di un fantomatico "castello dei Templari". Insomma, documenti non citati, scomparsi o persino alterati portano il sacerdote a concludere che: "vi fu, durante qualche anno, nella vallata del Bézu, una Casa dei Templari" in cui il signore di Rennes aveva fatto chiamare dei Templari "perché questi garantissero la sicurezza della regione". Questi Templari sarebbero stati del Rossiglione, e quindi non prettamente francesi, e amici dei re di Perpignano. E questo, per inciso, sembra eludere ogni ricerca negli archivi francesi: se i Templari erano venuti in segreto e dall'estero, nessun documento potrebbe comprovare la loro venuta! Un abile artificio per evitare la critica degli scettici? Parrebbe proprio di sì.... Ma questo artificio sarebbe controproducente: se è vero che non vi sono documenti atti a dimostrare la venuta dei Templari, allora essa è, sì, inverificabile, ma anche, e significativamente, indimostrabile. Mazières sembra indicare che occorre ricercare negli archivi esteri. Questo, ammesso e non concesso che sia stato fatto, non ha ancora prodotto alcun risultato.

Uno dei pochi documenti misteriosi a cui fece riferimento il venerabile sacerdote, fu una relazione del 1141 di un certo Almaric de Narbonne, siniscalco di Carcassonne, riguardante un processo intentato da un membro dei d'Aniort, il quale voleva far valere i suoi diritti sulle terre di Campagne e di Reddes, appartenute ad un templare. Molto probabilmente si tratta delle terre di Petri o di Boneti di Reddas, di cui abbiamo già parlato. Su questo documento ci concentreremo successivamente; tuttavia, basti sapere, per adesso, che l'istanza non venne accetta perché i fratelli del Tempio di Carcassonne e di Mas Déu avevano dato asilo ai "buonuomini" catari.

La cosa a dir poco curiosa è che

nel 1943 il manoscritto era di proprietà dell'anziano curato di Campagne-sur-Aude, don Antoine Beaux, ed è scomparso durante l'occupazione tedesca.

La copia portava un'annotazione di due curati di Campagne, una di don Delmas, datata 1831, e un'altra annotazione a margine di don Médus, del 1780. Nel documento i Templari di Carcassonne e di Mas-Déu venivano accusati di aver dato asilo ai Catari durante la Crociata, e don Médus vi aveva scritto "Menzogna!"; successivamente, don Delmas aveva replicato ironicamente "Signor Médus, i Templari avrebbero anche prestato giuramento alla costituzione". Peccato che il documento sia scomparso e andato perduto!

Come se non bastasse, don Mazières riporta un'altra notizia curiosa:

Nel 1860, il nonno dei signori François e Ernest Rougé, proprietario a Saint-Just e al Bézu, scoprì molto vicino alla sua proprietà, nel luogo denominato "Charbonnières", un lingotto d'oro di circa cinquanta chilogrammi, che vendette successivamente a un mercante ambulante di Perpignano. Questa scoperta fece supporre, all'epoca, che i Templari erano venuti a nascondere dell'oro, ma niente prova che questo oro provenga veramente da loro; forse, essi furono vittima di un furto.

Qualche riga prima, Mazières scriveva:

Altra conferma delle tradizioni... verso il 1925-1930, la famiglia Roques-Rougé, proprietaria del possedimento dei Templari, volle far costruire un ovile, ma, alla sorpresa generale, gli scavatori portarono alla luce delle strane fondamenta, facenti parte d'una costruzione quadrangolare che poteva essere alta anche 15 o 20 metri, tenendo conto all'importanza delle fondamenta.

Il sacerdote concludeva: visto che nessuna tradizione era riferita a quel luogo se non quella dei Templari, la costruzione doveva essere d'origine templare. Qualche pagina più in là, Mazières riporta la tradizione degli abitanti, secondo cui:

quelle genti, dicevano, sono venute per spiare o per utilizzare un tesoro o ancora per nasconderne uno, forse.

Dopo aver escluso tutte le ipotesi militari o politiche, geografiche o strategiche, anche Mazières sembra propendere per la storia del tesoro, e scrive:

C'è ancora un'ipotesi, inevitabile, quella che è gradita di più all'immaginazione popolare, l'ipotesi del tesoro; e qui ci troviamo in presenza di due tradizioni opposte: una tradizione afferma che i Templari sono giunti per sfruttare un certo tesoro dei Visigoti, nascosto da questi ultimi nel VI secolo in diversi luoghi dell'altopiano di Lauzet e, in particolare, a Blanchefort. Ma se un tesoro è veramente esistito ed è stato veramente nascosto là, nel VI secolo, doveva restarne ben poca cosa nel XIII secolo; e tutto questo non valeva certo la pena di fare uno spostamento. La tradizione aggiunge che uno dei Grandi Maestri dell'Ordine del Tempio, Bertrand de Blanchfort, originario di Tolosa, che diresse l'Ordine dal 1156 al 1169, era imparentato coi signori di Blanchefort, detti anche de "Blancfort" o "Blancafort", che scomparirono nel corso della guerra contro gli Albigesi. Blanchefort, da questo momento, non è altro che un titolo nobiliare legato a un terreno.
L'altra tradizione afferma che, ben lungi dal venire a cercare dell'oro, i Templari ve ne abbiano portato, dissimulando in nascondigli segretissimi una parte delle loro riserve monetarie, le quali non erano più al sicuro nel Roussillon, stessa cosa anche per quanto riguarda le grandi riserve monetarie confiscate dalle grandi famiglie del Rossiglione, quelle che erano del partito "Maiorchino" e che, d'altronde, dopo il 1307 non recuperarono più il loro depositi. Può anche darsi che si trattasse dei beni del re di Maiorca. La loro presenza nella vallata del Bézu avrebbe potuto far credere che essi dissimulassero in questo luogo o nei suoi dintorni immediati tutti questi tesori. In verità, essi ne avrebbero confidato una grande parte ai Templari di Campagne-sur-Aude, il quali avrebbero dissimulato il deposito in un sotterraneo e in un "nascondiglio" situato sotto la chiesa o nei dintorni della stessa. E quello che ha contribuito a ad accreditare questa asserzione è che Campagne è una piccola città medioevale molto curiosa per tutte le vestigia del passato che racchiude e per la presenza di sotterranei di cui restano ancora delle tracce, cosa che accredita ancora la tradizione, è il fatto che sull'altopiano di Lauzet e nella valle del Bézu vengano fatte delle scoperte assai strane.

Effettivamente mancava soltanto il tesoro per rendere questa storia inverosimile. Da che cosa è scaturita questa storiella? Dalla domanda erronea: "Per quale motivo i Templari del Rossiglione vennero nella valle del Bézu?". La domanda corretta che dovrebbe precederla, però, è un'altra: In base a quali prove i Templari si sarebbero stabiliti nella valle?.

Perché, fra tante ipotesi, Mazières tirò fuori proprio la storia del tesoro, e proprio mentre un turista bizzarro, Pierre Plantard, si dilettava a gironzolare per i sentieri di Rennes-les-Bains, facendo domande strane agli abitanti della zona, che lo credevano un pazzo? Ad essere sinceri, è ventilata nella nostra mente l'ipotesi secondo cui don Mazières fosse stato in qualche modo attirato nella rete di Plantard, anche se, in tutta onestà, riteniamo che questa "tradizione", seppur chimerica, sia stata usata da Plantard e non creata da lui stesso con la complicità del sacerdote.

Ma, a parte queste leggende aurifere e la loro genesi quanto mai incerta, vediamo cosa ne pensava don Mazières:

Che pensar di questa seconda tradizione? Potrebbe essere che i Templari abbiano portato in questa residenza del Bézu qualche riserva monetaria, come facevano altrove; potrebbe essere ancora che essi siano stati vittima di ruberie da parte del loro personale, poiché i servitori del Tempio lasciavano a desiderare dal punto di vista morale... ma perché avrebbero dovuto portare delle grandi somme in questa regione, visto che disponevano già, nei loro possedimenti, di "nascondigli" ben organizzati?

Don Mazières si dimostra quindi piuttosto critico per quanto riguarda entrambe le tradizioni aurifere, affermando nondimeno che la valle del Bézu, terra dei Voisins, poteva essere un rifugio ideale per nascondere armi e beni dell'Ordine. E questo per inciso sembra comprovare l'asserzione secondo cui queste leggende erano effettivamente "antiche". Ad essere sinceri, però, l'ipotesi del tesoro templare proprio non convince e tutti i tentativi di legare quel lingotto trovato da Rougé ai Templari si sono rivelati vani. Sembra che i membri dell'Ordine del Tempio utilizzassero sporadicamente moneta saracena, il cui valore di cambio era piuttosto elevato, e sembra anche che il lingotto fosse stato ottenuto fondendo monete saracene, i marabotins. Ma si tratta soltanto di supposizioni. In definitiva, il tesoro (rappresentato dal lingotto) si potrebbe ricollegare a un deposito d'oro lasciato in custodia dai Templari alle famiglie nobili del tempo o addirittura potrebbe trattarsi di un deposito, già di proprietà della famiglie nobili (come gli Aniort o i Voisins), proveniente dalle casse del Regno di Aragona, le quali si erano riempite con i vari tesori rubati ai saraceni durante la Reconquista. Del resto, a parte il lingotto, gli unici utilizzi d'oro nella regione risalgono al 1307 e al 1344, e le persone immischiate nel suo utilizzo illecito erano vassalli o esponenti di nobili famiglie del Razès tutt'altro che in relazione diretta con i Templari.

Ma che cosa ne fu del lingotto? Si dice che venne venduto dall'allevatore che l'aveva trovato, mentre era alla ricerca del foraggio da dar da mangiare alle sue pecore e le sue capre durante una torrida estate, ad un orafo di Perpignano con il concorso del curato di Saint-Just. Alcune monete vennero distribuite ai compaesani più bisognosi e a quelli delle parrocchie vicine; ovviamente, anche il nostro curato intermediario ricevette un sostanzioso obolo. Il buon Rougé s'acquistò una fattoria e trecento animali. Forse fu proprio questa scoperta a dar vita alla tradizione narrata da don Mazières.(24)

Comunque, questo primo articolo del sacerdote si conclude con un invito:

Vi invito, dunque, la prossima notte dal 12 al 13 ottobre a fare un'ascensione al Roc du Bézu e ad installarvi nelle rovine; alla luce della luna, voi vedrete, guardando giù dal picco vertiginoso verso l'abisso, la cascina dei Baruteaux: là si trova il pozzo misterioso in cui riposa da più di seicentocinquanta anni la piccola campana d'argento dei Templari. Tutte le notti dal 12 al 13 ottobre, secondo la leggenda, essa suona il rintocco a morto, e voi vedrete in seguito una lunga fila di ombre biancastre che sopraggiungono dal cimitero abbandonato e che salgono verso le rovine: sono quelli i Templari passati a miglior vita. Essi cercano la chiesa, la piccola chiesa di tanto tempo fa, per cantarvi l'ufficio dei defunti.

Nel suo secondo articolo, intitolato Un épisode curieux, en terre d'Aude, du procès de Templiers, don Maurice-René Mazières sembra fornirci la prima e ultima notizia riguardante l'unico documento che provi la presenza templare al Bézu. Prima di analizzare questo documento, però, affronteremo un'altra storia: quella di Filippo III in Terre d'Aude.

La storia ufficiale narra di come, nell'agosto del 1283, il re di Francia Filippo III, mentre preparava una guerra contro il re d'Aragona, fece un viaggio segreto in Linguadoca, portando con sé il figlio maggiore, il futuro Filippo IV il Bello. Secondo don Mazières, il re aveva fatto prima tappa a Limoux, poi a Campagne e, infine, a Brenac, passando per Caderonne. In quest'ultima località aveva incontrato il signore di Brenac, Raymond d'Aniort, figlio di Bertran d'Aniort (cugino sia del re Jacques d'Aragona che del re di Francia). Don Mazières, in questo caso, fa veramente opera di storico, indicando con dovizia di particolari le ragioni del viaggio del re, ovverosia ragioni di carattere famigliare (ingraziarsi l'amicizia del cugino d'Aniort) e di carattere politico e militare: il re di Francia aveva stretto alleanza con Jacques I di Maiorca il 16 agosto, a Tolosa, e aveva bisogno anche dell'alleanza con la potente famiglia d'Aniort per essere sicuro di vincere la sua crociata contro l'Aragona.

Tuttavia, il sacerdote non riesce a provare totalmente il passaggio del re di Francia nei suddetti paesi perché

la raccolta dei fatti storici avvenuti nella valle del Bézu, nell'altopiano di Rennes e nelle regioni vicine è stata fatta all'inizio del secolo scorso da Jean-Pierre Cabanié, curato di Bézu prima della Rivoluzione e, del resto, ultimo curato di questo luogo, poi reverendo di Saint-Just, una località vicina.

Abbiamo una raccolta, quindi. Peccato, tuttavia, che

i manoscritti e le sue copie sono scomparse alla morte dell'ultimo curato di Saint-Just, nel settembre 1940, don Cyr Izard, sacerdote molto stimato e istruito. La malattia lo uccise in tre giorni in un modo del tutto inatteso. La scomparsa dei manoscritti (originali e copie) resta un enigma.

L'enigma, in verità, si presenta quando si cerca di trovare una debole traccia di questi documenti, citati soltanto da don Mazières. Non è certo con i documenti scomparsi, mai visionati e mai riprodotti, che si fa la Storia, soprattutto se quanto contengono non trova nemmeno una sola conferma in altri carteggi. L'unica speranza risiede in una plausibile riscoperta di questi carteggi, sempre nel caso in cui siano realmente esistiti. Rimettersi completamente a don Mazières ci sembra azzardato: ben più saggio sarebbe mettere da parte entrambi gli articoli, in attesa che si possa trovare una conferma o una definitiva smentita. Ben più capzioso risulterebbe, al contrario, utilizzarli per comprovare una teoria, il che, letteralmente, costituirebbe la completa negazione delle testimonianze documentali esistenti.

Ma torniamo ai Templari: don Mazières afferma che

nel novembre 1942 sparirono dal presbiterio di Campagne-sur-Aude (che è l'antica dimora, molto curiosa da visitare, dei Cavalieri Templari) un calice molto bello, appartenuto ai Cavalieri di Malta, signori di Campagne prima del 1789, e dei manoscritti (probabilmente copie di alcuni atti); questa scomparsa suscitò una viva emozione...

Invero provvidenzialmente, don Mazières sostiene anche di conoscere il contenuto di uno di questi atti (avuto fra le mani nel 1941), e scopriamo che si tratta dello stesso documento del 1411 che abbiamo citato qualche riga fa, parlando del primo articolo del sacerdote. Nondimeno, il curato ci fornisce alcune precisazioni: il processo è stato intentato da Jean d'Aniort, signore di Brenac, per ricuperare i beni appartenuti ad un suo parente fattosi templare, tale Udaut d'Aniort, figlio del suddetto Bertrand d'Aniort, ed espropriati dal re. Questi beni sarebbero stati situati a Rennes-le-Château e a Campagne. In tutta risposta, il siniscalco di Narbona liquidava la richiesta affermando che i beni erano stati legittimamente confiscati dal re di Francia, in quanto i "fratelli del Tempio" di Campagne e di Bézu avevano dato illegittimamente asilo ad alcuni "buonuomini" catari.

Si possono ravvisare almeno due differenze nei due racconti di Mazières circa questo documento: nel primo articolo, infatti, il templare di Rennes e di Campanha non aveva un nome e i fratelli del Tempio che avevano dato asilo ai catari erano quelli di Douzens e di Mas Dèu, e non quelli di Albédune. Ma le differenze inspiegabili non si fermano qui: Jean d'Aniort, sia nel primo che nel secondo articolo, è signore dei Prats e di Lauzet, il che sembra discordare con quanto ci riferiscono le cronache, visto che Lauzet, con ogni probabilità, era di proprietà dei Voisins nel 1411 e dei Sesmon nel 1141. Eh sì, perché Mazières, nel primo articolo, scrive che il documento è datato 1141, e, nel secondo, che risale al 1411. Una distrazione? Veramente, le distrazioni, in questa intricata storia, sono curiose. Ma si sa, una distrazione, come una coincidenza, non prova nulla. Ci sembra assolutamente fantastico, del resto, che l'unico documento che sarebbe in grado di provare l'esistenza di beni Templari a Rennes e al Bézu sia scomparso, e che don Mazières lo avesse letto poco prima della sparizione. In altre parole, ci si dovrebbe basare solo sulla buona fede di Mazières, su una testimonianza aneddotica che trova conferma in un solo documento, per di più volatilizzato... Questo ci sembra troppo; e troppo poco.

Una domanda ci assilla: chi era questo fantomatico Udaut d'Aniort? Si trattava del figlio del signore di Brenac e di un cugino di Filippo il Bello. La leggenda ci fornisce due finali diversi della stessa drammatica storia: il figlio di Filippo III voleva che Udaut divenisse il suo paggio personale (cioè un giovane uomo avviato, grazie all'amicizia di un potente, agli alti gradi della cavalleria), ma il giovane rifiutò perché aveva fatto voto di entrar nelle milizie del Tempio. Quando i Templari vennero arrestati, il re Filippo IV trovò nelle liste dei condannati a morte il nome del suo vecchio cugino ed amico Udaut, e a questo punto abbiamo due finali nettamente diversi:

• Il re volle graziare il vecchio amico templare, il quale tuttavia preferì bruciare sul rogo;

• Udaut d'Aniort fuggì segretamente dalle prigioni del re grazie all'aiuto del sovrano, rifugiandosi e morendo al Bézu.

Questa tradizione non sembra attendibile, giacché nessun documento sembra comprovare l'arresto o l'esecuzione di un tale chiamato Udaut d'Aniort. Del resto, il documento sparito che il reverendo dice di aver avuto fra le mani non sembra comprovare neanche che le Bézu fosse stato un insediamento templare, ma solo che alcuni signori del luogo erano entrati nella milizia del Tempio di Salomone. In definitiva, le teorie di don Mazières concernenti i presunti insediamenti Templari di Bézu e le "tradizioni" riguardanti il "povero fratello" Udaut d'Aniort sono - è proprio il caso di dirlo - libere trasposizioni di leggende che traggono origine solo fatti storici notevolmente deformati ed alterati.(25)

Don Mazières concluse il suo studio in questi termini:

...e se io, un giorno, dovessi scrivere un libro, racconterei la tragica avventura di Udaut d'Aniort, principe in Aragona, templare e… cugino di Filippo il Bello, e non oserei aggiungere certo tentativo di ricostruzione storica, ma, in tutta onestà, preferendo peccar per eccesso che per difetto (cosa che non è consigliata in teologia morale!), metterei in grassetto: romanzo storico.

Forse, il sacerdote avrebbe dovuto aggiungere a grandi caratteri il titolo "romanzo storico" anche ai suoi articoli, che mischiano tradizioni, documenti, fatti storici e leggende in un vero e proprio romanzo, il più delle volte contraddittorio. E che dire, invece, delle storie sui Templari fantasma, ispirate senza alcun dubbio a quelle che circolavano a Gavarnie, sull'altopiano di Saint-Saveur, che meglio figurerebbero in un ampolloso romanzo gotico?

I sostenitori della presenza templare al Bézu non demordono comunque di fronte alla manifesta vacuità delle affabulazioni di Mazières, e sostengono che solo i Templari avrebbero potuto incidere la croce patente che si può vedere ancora oggi nelle mura storpiate del castello. Mazières sosteneva che si poteva trovare

al Roc du Bézu, nelle rovine al di sopra dell'entrata del castello figura, a tre quarti segnata dal tempo, la croce patente del Tempio; ma questa indicazione non ha che un valore molto relativo.

Chiunque faccia al giorno d'oggi un'escursione al Bézu, non può fare a meno di notare una croce scolpita su un grosso blocco di pietra marrone delle mura, del tutto simile alle altre croci presenti nei dintorni di Rennes-les-Bains e persino nel monastero di Carol. Evidentemente queste croci incise sono dei falsi, realizzate con ogni probabilità durante i primi sopralluoghi di Pierre Plantard.

Uno dei primi saggisti che si sono accostati al mistero di Rennes-le-Château, Jean-Pierre Monteils, segnalò per primo che nella pieve della chiesa di Saint-Just et le Bézu (dedicata a Sant'Eugenio) si poteva vedere una statua di San Giovanni Battista con un dito ripiegato e rivolto verso le spalle della figura.(26) È un'anomalia solo presunta: diverse rappresentazioni, assai comuni, presentano un Giovanni Battista dal dito "ritorto"(27). Oggi la statua (consunta dal tempo) si trova ancora nella chiesa, ma sembra essere stata spostata.

Negli anni Ottanta del XX secolo il mito del tesoro dei Templari era così in voga nella regione che alcuni individui scavarono clandestinamente nella chiesa alla ricerca di una cripta, a dispetto dal fatto che soltanto il fu don Mazières riportò una "tradizione" - ahinoi, molto sospetta - circa la presenza di un tesoro nei dintorni di Albedun e di Campanha. Addirittura, alcuni intrepidi ricercatori si spinsero a dichiarare pubblicamente che il castello o, comunque le rovine di Albedun, celavano l'ingresso di cantine, vasti sotterranei e chissà cos'altro, quando, all'inizio del Novecento, il castello venne visitato da ben due escursioni dei membri della Société des études scientifiques de l'Aude. La prima escursione, del 22 aprile 1906, di L. Gavoy non segnalò il benché minimo sotterraneo, e la stessa cosa vale per quella, effettuata il 10 settembre 1926, dallo stesso Presidente della Société d'Etudes Scientifiques, il famoso dottor Paul Courrent(28). Stranamente, dal 1956, dove non c'era nulla, ci deve essere tutto. Si vede tutto, senza vedere nulla.

Ma l'assenza totale di una cripta del castello non ha certo tolto elementi alla fantasia dei cercatori di tesori; costoro, nel luglio del 1984, scavarono il pavimento della sacrestia della chiesa del Bézu sino alla profondità d'un metro e mezzo e, cosa ancor più grave, non era nemmeno la prima volta che succedeva una cosa simile. Evidentemente, se al castello non c'era niente, nella chiesa ci doveva pur essere qualcosa! Il Consiglio Municipale, messo in agitazione dalle profanazioni clandestine, ebbe la buona idea di far sterrare la scalinata che avrebbe portato alla cripta della chiesa. La cosa, anziché calmare gli animi, ha fatto sorgere le più ardite ipotesi circa enigmatiche pietre tombali e misteriosi documenti contenenti chissà quali genealogie dinastiche(29). Il 16 aprile 1985 uscì un articolo di André Galaup, intitolato succintamente "La cripta della chiesa di Bézu rivelerà il segreto dei Templari?". Inutile dire che la risposta all'interrogativo è sulla punta della lingua di ogni ricercatore che abbia avuto la buona volontà di sfogliare qualche archivio, e non immaginarsi delle genealogie chimeriche.

Conclusioni

Si può concludere molto brevemente affermando che, sino a prova contraria, non vi sono mai state commende Templari al Bèzu, né a Rennes, né a Blanchefort, né a Lavaldieu. Con buon pace di Mazières, Bernard Sermon ha donato la sua anima e il suo corpo, compreso un sostanzioso obolo di 1.000 soldi, senza neppure confidare una fetta del territorio della sua signoria ai Templari. Al contrario: furono i Templari a riscattare una proprietà ipotecata a Campanha in favore del detto Sermon per ben 3.000 soldi! Nel 1242, i Templari e i signori di Albedun entrarono in forte contrasto, il che prova in modo incontrovertibile che a quell'epoca non v'era l'ombra di un Templare al castrum de Albedun. Infine, e per concludere definitivamente, nessun documento di archivi conosciuti - e tutt'altro che "scomparsi" - prova, anche soltanto in modo indiziario, che i Templari s'insediarono ad Albedun, o nei dintorni, o che vi avessero una qualsiasi proprietà immobiliare. Fra l'altro, la commenda templare più vicina, quella di Campanha, era situata a una decina di chilometri di distanza dal castrum. La stessa conclusione si può elaborare tranquillamente per Rennes, Blanchefort e Lavaldieu.

Una riflessione ben più ampia, invece, deve essere dedicata al cosiddetto "stupidario templare". La presenza templare porta sempre, nella mente dei moderni esegeti, ad una illegittima ed ingiustificata distorsione dei fatti, che conduce ad un loro successivo inserimento nell'intreccio romanzato della leggenda aurifera. La presenza fisica di un fratello del Tempio in un luogo, o persino quella di una presunta "tradizione", diventa spesso sinonimo d'enigma o di mistero, o persino della presenza di un tesoro. A Rennes e al Bézu vi sono stati soltanto tre signori che si fecero Templari, e nessuna commenda, a parte quella di Campagne, è mai sorta sul territorio prossimo a Rennes-le-Château. Bisogna farsene una ragione: un insediamento templare non è diverso da un insediamento di altri monaci appartenenti a diversi Ordini Religiosi, come i Cavalieri Teutonici e gli Ospitalieri. Anche la pretesa secondo la quale i Templari dettero asilo ai "buonuomini" catari ci appare alquanto sospetta, e ci fa credere che si possa essere di fronte all'ennesima tradizione mistificatrice, poiché furono gli Ospitalieri, per via di legami molto forti con le famiglie della zona, a dare il loro sostegno indiretto alla resistenza contro i crociati. Del resto, l'amalgama confusionario fra Ospitalieri e Templari e fra Monaci Guerrieri e Ordini Religiosi d'altro genere è cosa piuttosto comune nell'immaginario collettivo(30). Quindi, se mai v'è stata una presenza catara nell'Ordine del Tempio, questa si spiega semplicemente con il dato di fatto che il Tempio trovava nuovi aderenti in primo luogo fra la piccole e media nobiltà. Nel Midi, e soprattutto nella regione di Albi, le probabilità che un signorotto locale o un nobile fosse cataro o aderisse al catarismo era molto alta. Ma resta sempre da sottolineare che i Templari sostennero i signori del Nord durante la crociata Albigese e, cosa più importante, se l'Ordine venne corrotto dalla presenza catara, niente autorizza a ritenere che i Templari furono gli unici a reclutare nelle loro file degli eretici. Insomma: attribuire una certa esclusività ai Templari nel fenomeno di reclutamento di eretici ci sembra non solo antistorico, ma dettato più che altro da futili sofismi e paralogismi (ad altri scegliere fra le due possibilità…).

È invero stupefacente vedere come degli eruditi locali, come don Mazières, membro residente della Société des Arts e des Sciences de Carcassonne per ventinove anni e presidente della stessa per dodici mesi, potesse lasciarsi trasportare dal turbinio incoerente della "tradizione templare" da lui citata a più riprese. L'esempio più alto di "tradizione templare" è rappresentato dalla piccola stazione termale di Gréoux-les-Bains, ove è ancora viva la fiera tradizione popolare che vede nel suo castello la comoda dimora dei Fratelli del Tempio e nelle sue piscine il luogo ove i Poveri Fratelli andavano a trastullarsi, cullati dolcemente dalle calde e benefiche acque termali. Anche a Gréoux-les-Bains una via è dedicata ai Templari, così come un lussuoso albergo termale. Purtroppo per gli abitanti di Gréoux-les-Bains, il castello è del Trecento e non esiste la benché minima prova che i Fratelli dalla croce patente abbiano messo piede nelle loro tanto amate vasche termali. Ma, come sappiamo bene, la tradizione popolare e templare è ben radicata, e nemmeno i documenti possono far desistere i nostri cari esegeti. I quali, purtroppo per loro, continueranno a vedere ancora, ma solo nella loro fervida fantasia, i Templari di Gréoux sguazzare gioiosamente nelle piscine termali e quelli del Bézu volteggiare tutt'altro che allegramente a mezzanotte, mentre un campana gettata in un pozzo suona a morto.

Ma torniamo a cose (ben poco) serie, dove sembra che la Blanquette di Limoux abbia sortito ancora i suoi benefici effetti. La "tradizione templare" di Bèzu narrata da don Mazières avrebbe potuto essere ignorata dai mitografi del Priorato di Sion? Basta sfogliare gli stessi articoli di don Mazières, riferiti anche ad alcune fantomatiche ricerche aurifere dell'ingegner Ernest Cros, per rendersi conto che la "tradizione templare", o lo "stupidario templare", e il Priorato di Sion sono intrinsecamente legati. Infatti, le leggende o le supposte "tradizioni" concernenti le milizie del Tempio a Blanchefort e al Bézu, narrate da Maurice-René Mazières, non potevano non attirare i mistificatori come le api sul miele. Ne I discendenti merovingi o l'enigma del Razes visigoto di Madeleine Blancassal è riportato uno dei primi riferimenti diretti circa un rapporto fra i Templari e Rennes-le-Château:

Rennes e Gisors sono legati da un solo nome: Blanchefort, già Blancafort o Blanquefort. L'affare di Rennes nasce quindi con l'ultima marchesa di Blanchefort e con la presenza dei Templari...

Ma è Il favoloso tesoro del Razès di Louis Chyren la prova tangibile dell'immenso lavoro di estrapolazione intrapreso da Plantard per creare il suo mito. In questo testo, difatti, si possono notare senza problemi i testi consultati dal Gran Maestro del Priorato di Sion, fra i quali ci sembra evidente come spicchino gli articoli di don Mazières:

Certi ritengono che sia il tesoro di Maiorca trasportato dai Templari che fuggono dal Roussillon alla fine del Tredicesimo secolo... E di fronte alla nostra persistente agitazione, il vecchio rimembrerà queste frasi ancestrali: "I conti di Rhedae, in qualità di ultimi discendenti della monarchia visigota da parte femminile e di quella merovingia da parte maschile, lasciando i Pirenei per la Bretagna, consegnarono il loro incarico a due famiglie, gli Aniort e i Blanchefort che, nel 1147, lo trasferirono ad un collegio di Catari insieme ai Templari del Bézu. La tradizione detta della 'Regina Bianca' compare nel 1244, all'epoca di una trattativa fra Bianca di Castiglia e i Catari di Montségur. Sebbene fosse perfettamente a conoscenza del tesoro, Bianca di Castiglia non poté mai di accedervi. San Luigi ereditò almeno parzialmente le conoscenze di sua madre e le trasferì a Filippo l'Ardito, il quale morì prima di averle potute trasmettere a Filippo il Bello. I Templari sembravano essere i soli Draghi rimasti a guardia del tesoro e Filippo il Bello esercitò su di essi la pressione che conosciamo bene, ma fu un colpo a vuoto, tanto che il Gran Maestro Jacques de Molay non ne sapeva molto più dei suoi carnefici. Soltanto la commanderie templare del Bézu celava delle informazioni, ma si disperse nel 1316, quattro anni dopo lo scioglimento del Tempio. [...] la conoscenza del tesoro era ripartita tra membri che non avevano più alcun desiderio di rimanere associati".

Ovviamente, Plantard non può esimersi dal legare la presenza templare ad un tesoro chimerico, cosa che aveva già sperimentato con successo in compagnia di de Sède a Gisors, usufruendo delle anticipazioni del fu don Mazières. Plantard forniva così la citazione della quartina 27 della prima centuria di Nostradamus in ben due opuscoletti apocrifi: Nel paese della regina bianca di Nicolas Beaucéan e Il Circolo di Ulisse di Jean Delaude. Perché? Per rispondere dobbiamo leggere la quartina:

Sotto la catena Guien dal cielo colpito,
non lontano da là è nascosto il tesoro,
che per lunghi secoli è stato accumulato,
trovato morirà: l'occhio bucato del soccorso.

Guien è la regione francese della Guienna, fra la Guascogna e l'Aquitania. Ma Plantard trasferì nella sua mente il Guien dalla suddetta regione al Razès, e precisamente al Bézu e a Blanchefort, portando Gérard de Sède a scrivere che Saunière, in seguito a chissà quale simbolico incidente alla ricerca dell'immancabile tesoro, perse un occhio quando era ormai sulla cinquantina, il quale venne prontamente sostituito da un occhio di vetro!(31) La fantasia non ha limiti, e l'intreccio del romanzo di Rennes-le-Château porta molto spesso a travalicarli.

Don Maurice-René Mazières, dopo aver concesso un'intervista a de Sède in cui dichiarava che l'affaire di Rennes-le-Château costituiva anche "un certo pericolo" ("D'ordine letterario e non certo d'ordine fisico" sostenne René Descadeillas per cercare di difendere il sacerdote dall'estrapolazione feroce), si ritirò nella casa di riposo Béthanie di Carcassonne, in compagnia dell'amico don de Monts, dove si spense l'8 aprile 1988.

Descadeillas ironizzò sul pericolo di Mazières, scrivendo:

L'esperienza ha dimostrato che non si sbagliava affatto. Il signor de Sède può essere rassicurato, e a buon diritto, poiché, da ben sei anni, niente di brutto, che io sappia, gli è capitato.

Del resto, il metodo ben ottenere una buona intervista è noto, o, per meglio dire, il sistema è conosciuto: si interroga qualcuno, si pone una domanda che richiede una risposta di una certa ampiezza, si notano correttamente tre o quattro frasi, ma si fabbrica la quinta. Così, si fa dire all'intervistato ciò che si vuole fargli dire.

Quando alcuni studiosi si recavano dal sacerdote per chiedergli informazioni sulla storia - oh, quanto abilmente costruita - dei Templari risedenti al Bézu, l'anziano rispondeva che si trattava di Templari del Rossiglione, giunti al Bézu segretamente, e scampati, in quanto stranieri, agli agenti di Filippo il Bello. Che motivo avrebbero avuto questi Templari per nascondersi all'infinito e in segreto in cima ad un monte? Ad essere sinceri, nemmeno questa nuova teoria del sacerdote ci sembra convincente, e sembra essere soltanto l'ennesima congettura, sorta in seguito all'analisi di documenti apocrifi (come le ricerche di Cros) e di una "tradizione templare". Del resto, questa stessa storia sembra essere stata abilmente costruita: difficilmente un supposto soggiorno segreto lascerebbe delle tracce negli archivi, e la provenienza straniera dei Templari eluderebbe sapientemente qualunque ricerca presso gli immensi archivi delle vere commende di Mas Déu, di Carcassonne e di Douzens.

L'unica congettura che potrebbe in qualche modo riabilitare - pur in minima parte - le teorie di don Mazières potrebbe essere quella che vede alcuni monaci anziani trasferirsi al Bézu, dopo la soppressione dell'Ordine, per terminare la loro vita in una sorta di eremitaggio, fatto distorto successivamente dalla superstizione e dall'ignoranza popolare. Ma rimane inaccettabile che la semplice allusione a dei fantomatici archivi scomparsi, a dei documenti visionati di sfuggita di cui non si conosce neppure una riproduzione e alla tanto comoda tradizione orale, che qualunque "turista bizzarro" ben determinato potrebbe alterare facilmente e che affascina così tanto i cercatori di tesori, possano in qualche modo controbattere documenti storici autentici e soprattutto ancora consultabili. Nella sua opera Les Templiers en Roussillon, Fernand Arnaudiès precisa che, su esplicita richiesta di Pierre de Voisins, un distaccamento di Templari del Rossiglione raggiunse Le Bézu nel 1285, dove si installò costruendo un punto di osservazione. Nessuna prova è mai stata presentata a riguardo, e tale affermazione sembra ricalcare, distintamente, quella di don Mazières.

Ammettiamo, comunque, che un giorno o l'altro vengano trovate le prove che un distaccamento templare qualsiasi si fosse installato in quel di Rennes-le-Château. Questo cosa proverebbe? Nulla di significativo. Proverebbe soltanto che i Templari si insediarono a Rennes. Lo storico si accontenterebbe di questo, traendo conclusioni riguardanti, ad esempio, la presenza templare nella regione dell'Aude. Il rennologista, al contrario, non si appagherebbe mai, non metterebbe mai in dubbio la sua perenne ricerca. Certo, la notizia esaudirebbe un desiderio di prove documentali che ne assilla i pensieri, ma la presenza reale di un distaccamento finirebbe per non bastargli: egli ipotizzerebbe che i Templari avessero nascosto un tesoro a Rennes, egli utilizzerebbe questa nuova prova per dimostrare che la sua ipotesi, per quando indimostrabile, sia verosimile. E dalla verosimiglianza, nel caso di Rennes-le-Château, si passa immediatamente a definire il vero.

In presenza di una tale rivelazione, forse l'incredulo avrebbe ancora il gioco facile nello smontare le nuove pretese degli esegeti - che tanto nuove non sono, poiché si davano forma anche quando la presenza templare non era stata provata! -: egli rammenterebbe, per esempio, il divario insanabile fra un dato e l'altro (se i Templari si sono stabiliti a X, nulla prova che a X abbiano nascosto un tesoro), richiamando all'attenzione il fatto che l'esistenza di un tesoro è attualmente e soltanto il frutto di un cliché, privo di alcun riscontro documentale, che vedrebbe la figura del Templare indistinta da quella del Graal, dell'Arca dell'Alleanza, della Memorah, della Torah e di chissà quali altri tesori...

Purtroppo, come capita in altre discipline "di confine", nel caso di Rennes-le-Château l'onere della prova sembra non spettare ai sostenitori di un teorema, ma ai suoi detrattori. Vale l'abitudine di pensare che non sia chi afferma che il tesoro dei Templari sia nascosto a Rennes-le-Château a dover provare le sue affermazioni, ma paradossalmente è al critico che spetterebbe l'onere della (dis)prova. In realtà sarebbe sufficiente mostrare l'inconsistenza di un ragionamento che ha la pretesa di dimostrare un'ipotesi con un'altra ipotesi.

Nel caso specifico, e in definitiva, l'onere della prova spetta a chi sostiene l'effettiva esistenza di un insediamento templare nelle zone interessate; e ci auguriamo che questa prova possa essere equipollente alle testimonianze documentarie conservate, oggi, negli archivi del tempio di Douzens e di Mas Déu.

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(1) Si veda, a riguardo, l'eccelente opera di George Kiess, Y'a t'il vraiment eu des Templiers à Rennes-le-Château?, Centre d'Etudes et de Recherches Templières, Espéraza, 2004, Collection Patrimoine d'Occitanie, p. 30. Si vedano anche i seguenti articoli tratti da Les Cahiers de Rennes-le-Château, Cazilhac: Bélisane, vol. 1, n. 2, pp. 3/5; vol. 1, n. 2, pp. 9/11; vol. 2, n. 7, pp. 30/35; vol. 2, n. 8, pp. 3/8; vol. 3, n. 9, pp. 30/35; vol. 3, n. 10, pp. 7/9, 13/17 e 17/21.

(2) Secondo il saggista P.Jarnac, i templari avrebbero intrapreso, su commissione di Pierre de Voisins, signore di Redda, dei lavori di ampliamento nella chiesa di Santa Maria Maddalena. In verità, oltre a non esservi la benché minima prova di questo fatto, occorre notare che la "chiesa" di Santa Maria Maddalena era in realtà una cappella del castello e che la chiesa d'allora, cioè l'edificio di culto aperto alla popolazione, era quella di Beate Marie de Redis, citata alcune volte in relazione a donazioni elargite agli Ospitalieri. In definitiva, sembra che sia stata fatta notevole confusione fra templari e Ospitalieri.

(3) Bruno de Monts, Il y a bien eu in comitatu Redensis des Templiers, in Cahiers de Rennes-le-Château, vol. 3, n. X, p. 14 e s.

(4) Sophia Menacle, Clement V, Cambridge University Press, 2003, p. 6.

(5) B. de Monts, op. cit., p. 20.

(6) Douet d'Arcq, Collection des sceaux, Paris: Plon, 1863, tomo I, p. 486.

(7) B. de Monts, op. cit., p. 15.

(8) G. Kiess, op. cit., pp. 16/17.

(9) B. de Monts, op. cit., p. 16.

(10) B. de Monts, op. cit., p. 20.

(11) Traduzione di Eugène-Martin Chabot, Paris, Champion, 1931, liasse 58, vero 1313 e s. Si veda, per una storia completa e documentata della signoria dei Sesmon, l'articolo di referenza di Blandine Sire Albedun et son Histoire comparso nel Bulletin de la Société d'Études Scientifiques de l'Aude, tomo XCVII, 1997, p. 73 e s.

(12) Ediz. F. Guizot, 1823, p. 8.

(13) Petites notes sur d'anciens noms locaux nel Bulletin de la Commission archéologique de Narbonne, tomo XVI, 1916-1918, p. 284 e s.

(14) J. Lemoine, Dictionnaire toponymique des communes de l'Aude nel Bollettino S.E.S.A. del 1974, tomo LXXIV, p. 276.

(15) B. de Monts, op. cit., p. 14.

(16) Le donazioni si anno negli anni 1160, 1176, 1180, 1194 e 1198. Archivi Dipartimentali dell'Aude, H.211, f.°113, 62, 113, 113 e 117.

(17) Si vedano, per quanto riguarda questo processo, G. Kiess, op. cit., pp. 42/46; e B. Sire, Albedun et son Histoire, pp. 81/82.

(18) B.N. collezione Doat, tomo XXII, f° 220 v.

(19) Non è la prima volta che gli autori di cartine geografiche danno libero sfogo alla loro fantasia. Nelle Cartoguides Shell, e in particolare in quella numero 13 relativa alla Linguadoca, Lavaldieu veniva identificata succintamente come "la sede presunta della tomba di Rolando di Roncisvalle". Tutti i ricercatori di Rennes si misero sull'attenti: com'era possibile che un simile tesoro - l'ennesimo - fosse loro sfuggito! Iniziarono le indagini presso la Shell, e si venne a scoprire che non v'era la benché minima prova di una simile asserzione, tanto più che la risposta del Municipio di Rennes e della Shell fu che si trattava di una tradizione locale - l'ennesima - trasmessa di padre in figlio! (M. Rambiel, A propos de Lavaldieu, Cahiers de Rennes, n. 2, t. I, p. 3).

(20) AA. VV., Pégase, n. 2, p. 17.

(21) Bruno de Monts, Rennes-le-Château et Rennes-les-Bains, Carcassonne, 1984, pp.17-29.

(22) R. Descadeillas, op. cit., 1989, p. 104, nota 7. Le insinuazioni di don Mazières trassero in "inganno" anche uno storico attento e meticoloso come Descadeillas, che, nel suo libro Rennes et ses derniers seigneurs, scrisse: "...i templari di Mas Deu, in Catalogna, quando erano venuti in Francia, nel Tredicesimo secolo, avevano fondato, sotto la fortificazione, una residenza di cui non restano che rare vestigia. La fattoria de Tipliès è stata costruita nello stesso luogo ove si trovava la residenza"(R. Descadeillas, op. cit., E. Privat, 1964, p. 28).

(23) 4ème série, tomo 3, 1957-1959, pp. 229/254; e tomo 5, 1963-1967, pp. 159/168. Questi articoli sono stati oggetto di una riedizione da parte di Philippe Schrauben nel 1984, col titolo Les Templiers du Bézu, e di Pégase nel 2005, col titolo Mystères et secrets des Templiers du Bézu; nondimeno abbiamo preferito rifarci agli articoli originali.

(24) P. Jarnac, Histoire du trésor de Rennes-le-Château, Bélisane: Cazilhac, 1998, pp. 312.

(25) Si veda anche il libro del docente e specialista in ordini monastici e cavallereschi delle Crociate Alain Demurger, Vita e morte dell'Ordine dei Templari, Milano: Il Giornale, "Biblioteca Storica", 2005, p. 11.

(26) J.-P. Monteils, Nouveaux trésors à Rennes-le-Château ou le retour d'Ulysse, Vestric (Gard): Octogone, collection "Le douzième arcane", 1974, pp.198-199.

(27) Il dito rivolto verso l'alto e in piena luce indica la croce sulla quale Cristo verrà sacrificato. Il dito lievemente incurvato all'interno della mano si trova in un dipinto di Giovanni Bellini (1426-1516), rappresentante Giovanni Battista, Maria e il Bambin Gesù, ancora in una scultura di Desiderio di Settignano, conservata a Bargello (Firenze), in un'altra scultura della splendida facciata della cattedrale barocca di Siracusa, dedicata a San Giovanni Battista, e infine in numerosissime icone sacre ortodosse. Del resto, ci sembra oltremodo futile, per non dire ridicolo, fare distinzioni sul… grado di distorsione di un dito!

(28) P. Courrent, Le Château du Bézu, bollettino S.E.S.A., tomo XXXVIII, 1934, pp. 261/267; ed Excursion du 16 avril 1906 à Sainte Juste et le Bézu di L. Gavoy.

(29) P. Ferté, Arsène Lupin, supérieur inconnu, La clé de l'œuvre codée de Maurice Leblanc, Paris: Guy Trédaniel, 2004, p. 385

(30) Si veda l'analisi di Raymond Reznikov Le Templiers du Bézu, in Les Cahiers de Rennes-le-Château, n. 9, vol. 3, p. 30 e s. Dello stesso autore segnaliamo anche il libro intitolato Cathares et Templiers, Portet-sur-Garonne: Loubatières, 1996.

(31) G. de Sède, Signé: Rose+Croix del 1977, p. 22, e Rennes-le-Château. Le dossier, les impostures, les phantasmes, les hypothèses del 1988, p. 20. L'aneddoto, stranemente, non compare ne Le trésor maudit de Rennes-le-Château, a p. 13.

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Visita a una città morta, Rennes-le-Château

Venerdì 22 ottobre 2010 by Roger Croquet

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Le Soir Illustré, n.819, 4.3.1948, pp.16-22 ed è il più antico resoconto su Rennes-le-Château comparso su un periodico popolare; si tratta di una testimonianza straordinaria delle condizioni del villaggio prima che il libro di Gérard De Sède trasformi Rennes nella meta di migliaia di cercatori di tesori. Roger Crouquet (1901-1987) è nato nella città belga di Bourg-Léopold ed è morto in Francia, a Nizza. L’articolo è qui pubblicato nella traduzione di Roberto Gramolini, che ha curato anche le note.

Rennes-le-Château, febbraio 1948

Lo stato di abbandono in cui versano numerose città e villaggi di Francia è uno degli aspetti più tristi di quel dramma del territorio al quale assistiamo da numerosi lustri.

Sono migliaia, ogni anno, i contadini francesi che lasciano i luoghi natali per dirigersi verso le agglomerazioni industriali o le grandi città, attirati dai loro lontani richiami.

È certo che, sempre di più, i Francesi disertano la terra feconda per andare a lavorare nelle fabbriche e nelle industrie o semplicemente per un posto pubblico: vigile, postino, impiegato del comune, ecc.

Qualche giorno fa, percorrendo il dipartimento dell’Aude, abbiamo avuto occasione di visitare ad una sessantina di chilometri da Carcassonne, la città murata, uno di questi centri-fantasma, i cui pochi abitanti vagano tra le rovine di un passato opulento.

Un nostro compatriota, Monsieur Jean Mauhin, originario di Verviers(1), che ci ha invitato a visitare la manifattura di cappelli e “cloches”(2) che dirige a Quillan, ai piedi dei primi contrafforti pirenaici, ci ha segnalato l’esistenza di una città defunta che risponde all’affascinante nome di Rennes-le-Château. E ha proposto di accompagnarci anche se lui stesso non ci ha mai messo piede. Abbiamo accettato con gioia e sicuramente nessuno di noi si è pentito dell’escursione.

Proprio sulla vetta di un picco che domina la valle della Sals sorgono le ultime case dell’antica capitale del Razès, la maggior parte delle quali in rovina. Dopo aver lasciato Couiza e il vecchio castello dei duchi di Joyeuse, l’auto si inerpica sulla montagna per una strada tortuosa diretta a Rennes-le-Château. Il paesaggio è di grande bellezza. In lontananza, in una luce abbacinante, si distinguono le gigantesche cime innevate dei Pirenei. Nella valle sono disseminati alcuni borghi e, su uno sperone roccioso, si distinguono le rovine del castello di Coustaussa.

Un’ultima curva, un gigantesco cartello di legno col nome della località ed eccoci alle porte – per così dire – di questa cittadella “addormentata nel bosco”. Un umile carretto tirato da due buoi incitati da una muta di cani abbaianti ci sbarra il passaggio. Certo, è raro veder arrivare una macchina su questa vetta sperduta. Il contadino ci saluta, è il sindaco di Rennes-le-Château, Monsieur Delmas, che va a lavorare nei campi.

La città silenziosa

Penetriamo in questa città silenziosa che nel Medioevo contava quasi 30.000 abitanti e i cui attuali registri riportano le generalità di sole 70 persone. La visita a Rennes-le-Château ci ha fatto scoprire tre curiosità. La prima è il castello che risale all’epoca carolingia e i cui muri malfermi sostengono faticosamente il vecchio torrione.


Rovine del castello Hautpoul a Rennes-le-Château

Questo maniero, di cui restano abitabili soltanto due o tre stanze, è da qualche tempo di proprietà di un ex giudice per le indagini preliminari, Monsieur Fatin, che un tempo fu direttore del Collegio musulmano a Tripoli, presidente della Lega dei Diritti dell’Uomo a Beirut e che, durante l’ultima guerra, fu uno dei collaboratori del generale de Gaulles. Monsieur Fatin, disgustato dalla politica e dagli uomini, si è ritirato in questo castello abbandonato dove consacra molte ore alla meditazione. Vive da contadino, ma un contadino erudito che siamo stati felici di incontrare, perché anche se le sue mani sono callose e ruvide, nei suoi occhi brilla una fiamma particolare e la sua conversazione rivela una spirito lucido e preciso. Monsieur Fatin ci ha accompagnati nel suo “feudo” e ci ha dato un’eccellente lezione di storia e umiltà.

La seconda curiosità è la chiesa romanica, anch’essa di epoca carolingia. Per accedervi si attraversa il piccolo giardino roccioso al centro del quale si erge una croce. Questa fu eretta nel 1897 per commemorare l’unica visita del Vescovo di Carcassonne.

Tra l’altro, il Vescovo era venuto a Rennes-le-Château soltanto per scomunicare il curato del villaggio di cui i vecchi del paese ci hanno raccontato la storia.

Era uno strano prete che preferiva il vino e le ragazze all’esercizio del sacerdozio. Alla fine del secolo scorso, ebbe un’idea assai curiosa. Fece pubblicare in alcuni giornali un annuncio nel quale si diceva che il povero curato di Rennes-le-Château viveva in mezzo a degli eretici e non aveva più alcun mezzo di sussistenza. Impietosì i cristiani del mondo intero segnalando che la vecchia chiesa, un gioiello dell’architettura, era destinata a distruzione certa se lavori urgenti di riparazione non fossero intervenuti al più presto. Il curato ricevette delle somme così ingenti che un bel giorno nel paese videro arrivare tutta una squadra di muratori e operai. Costoro, anziché consolidare la venerabile chiesa, iniziarono la costruzione di una villa in stile rococò, fiancheggiata da un immenso torrione dal quale si può ammirare uno dei più bei panorami della regione. E il bravo curato continuò a fare bisboccia e a gozzovigliare nella sua nuova residenza. Si era d’altronde preoccupato di far incidere all’entrata questa iscrizione che è tutto un programma: “La casa del pastore è la casa di tutti”.

Da allora la parrocchia è stata soppressa e due volte al mese il curato di Couiza si inerpica sulla collina per venire a dire messa a Rennes-le-Château.

L’acquasantiera che orna l’entrata della cappella è sostenuta da un diavolo cornuto dai piedi biforcuti. Un’anziana donna ci ha detto: “È il vecchio curato che è stato trasformato in diavolo”.

La terza e ultima curiosità del villaggio è... un bel bimbetto di circa un anno di nome Jean-Pierre, che è l’unico bambino di Rennes-le-Château. Per di più, non si prevedono altre nascite prima che Jean-Pierre avrà l’età per sposarsi e allora, anche lui avrà senz’altro lasciato il villaggio. E tuttavia, abbiamo scoperto in una vecchia stamberga che serve sia da municipio che da scuola, una piccola classe con otto bambini che studiavano diligentemente la geografia. La maestra, una ragazza di Carcassonne, ci ha presentato i suoi allievi che ogni giorno fanno una decina di chilometri a piedi per venire a scuola. I bambini abitano nelle poche case sparse nelle profondità delle vallate.

Una bambina era assente. "Cosa volete", ci ha detto la maestra, "nella casa paterna oggi è un gran giorno. Hanno ammazzato i maiale".

In un quartiere tra i più deserti di Rennes-le-Château abbiamo incontrato una vecchina che vive isolata, tra case sventrate e granai spazzati dal vento, e che evoca, col suo attaccamento, la perennità della Francia pur in mezzo alla miseria. Parlava uno strano dialetto, ma abbiamo capito che non ha mai lasciato il villaggio anche se i figli, che abitano a Tolosa, vorrebbero che lei si trasferisse da loro. Lei rifiuta. "Sono troppo vecchia", ci dice, "perché cambiare?" Quanta filosofia in questa semplice frase. E noi la guardavamo, questa donna un po’ ingobbita, dal viso rugoso, ma dal colorito fresco e il cui sguardo non ha mai oltrepassato i limiti fissati dalle montagne circostanti. Il vento soffiava e le gonfiava la gonna larga e lei se ne stava lì, davanti a noi, come una vecchia barca nel porto. Qualche anno fa, aveva ancora delle vicine, delle vicine con cui poteva chiacchierare, ma ora non resta più nessuno; è rimasta sola, tra le rovine. Ma nulla potrebbe farle lasciare la sua bicocca e il suo piccolo fazzoletto di terra.

Abbiamo girovagato nelle viuzze deserte e abbiamo incontrato soltanto gatti famelici e cani scheletrici. Qua e là alcune galline becchettavano non si sa bene cosa. E abbiamo provato un sentimento di profonda tristezza. Ancor più della guerra, che ha risparmiato Rennes-le-Château, l’ingratitudine degli uomini ha trasformato questa antica città in un cumulo di macerie.

Les Baux(3), Rennes-le-Château, nomi che sanno di vecchia Francia, nomi di città del passato, città che sbiadiscono ogni giorno di più e di cui ben presto non resterà che un fugace ricordo.

_________________

(1) Cittadina belga situata a pochi chilometri da Liegi.

(2) “Cloche” significa “campana”. In questo contesto è probabile che si faccia riferimento ad un tipo di cappello femminile, detto “chapeau-cloche”.

(3) Les Baux de Provence è un villaggio con una storia simile a quella di Rennes-le Château: da importante centro medievale a villaggio fantasma. Les Baux, a partire dal secondo dopoguerra, è stato oggetto di una riscoperta e di accurati restauri ed è oggi una frequentata meta turistica.

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