Domenica, 19 Maggio 2019    
Rome-le-Chateâu



6. Il blasone, il calice, il mago

A tutti gli appassionati dell'argomento è ben nota la facciata della chiesetta di Rennes. Il massiccio portone in legno è incorniciato da un arco sulla cui chiave, l'ultima pietra ad essere posta in opera, è scolpito lo stemma di Papa Leone XIII, con la divisa LUMEN IN COELO ben visibile.



Particolari della chiave d'arco della Chiesa di Rennes

Qualche autore si è stupito che una chiesa possa essere "dedicata" ad un Vescovo o ad un Papa. Che dire ? Sinceramente io, a Roma e in tutta Italia, ho visto decine e forse centinaia di chiese recanti sulla facciata lo stemma del Papa regnante all’epoca in cui furono edificate o ristrutturate. Solo nel mio quartiere esistono tre o quattro chiese dove appare, scolpito o dipinto, lo stemma di Karol Wojtyla, accompagnato dalla sua Impresa, TOTUS TUUS (Interamente Tuo), con la quale il Sommo Pontefice suole manifestare la propria devozione e dedizione alla Santa Madre di Dio (detto per inciso, pare che il primo a fregiarsi di tale motto sia stato il Simone de Montfort - zio di quel Filippo Signore di Tiro acerrimo avversario dei Tempieri in Terrasanta - che dopo aver condotto la crociata contro gli albigesi, ispirò l’Ordine dei Padri Monfortani).



Lo stemma di LEONE XIII

Comunque, lo stemma scolpito coincide fedelmente con quello che l’Amayden riporta nella sua “Storia delle Famiglie Romane” (1909), e correttamente blasona “d’azzurro, al cipresso di verde terrazzato dello stesso, accostato nel tronco da due gigli d’oro e accompagnato nel cantone destro del capo da una cometa ondeggiante in sbarra, alla fascia d’argento attraversante il tutto”.



Due immagini di Papa Leone XIII

Quella composizione di figure corrisponde allo stemma dei Pecci di Carpineto, la famiglia che diede i natali a Papa Leone XIII al secolo Vincenzo Gioacchino Pecci, regnante dal 1878 al 1903. In effetti, rispetto al blasone originario, Leone XIII introdusse alcune variazioni (…papi, cardinali e vescovi, nell’araldica ecclesiastica, possono “costruirsi” un blasone qualora non gradiscano quello della propria casa o non discendano da nobile stirpe). Quella di Pecci possiamo considerarla un’Arma Parlante, dal momento che in botanica la “picea” è il nome attribuito a diverse specie di conifere. La pianta simboleggia la “Incorruttibilità” del personaggio (il legno del cipresso non è attaccato dal tarlo) ; la cometa, la sua “Rapida Ascesa” e la “Virtù Superiore” (oltre l’emblema della stella c’è la luce perenne) ; i due gigli, Potenza e Sovranità.



La 102^ massima delle profezie di Malachia

Nell'insieme c'è, comunque, un'anomalia degna di nota : non si può escludere che il Pecci l’avesse adottata, ma “Lumen in Coelo” non era né la divisa, né il motto, né l’impresa di Leone XIII . Lumen in Caelo è la 102^ massima delle Profezie di Malachia riferita, comunque, allo stesso Papa. Come segno di irriverenza è esemplare... se oggi, sotto lo stemma di Wojtyla, qualcuno facesse scolpire la 110^ massima, “de Labòre Solis” al posto del “Totus Tuus”, non credo che il Pontefice ne gioirebbe, come non credo ne abbia gioito Pecci, se mai venne a saperlo.



Una stampa di S. Giovanni in Laterano

Leone XIII fu un Papa duro e disperato: incarnò l'estremo tentativo, l'ultimo "colpo di coda" reazionario, di restituire al Papato la sua funzione temporale. Odiava la massoneria e ne era pienamente ricambiato. Quando indisse il giubileo del 1900, i frammassoni organizzarono un "controgiubileo" che prevedeva la visita alle quattro "basiliche laiche": il Pantheon (tomba di Vittorio Emanuele II), il Monumento di Garibaldi al Gianicolo, la Breccia di Porta Pia e infine la statua a Cola di Rienzo (simbolo di una Roma laica e anticlericale) al Campidoglio. Le spoglie di questo Pontefice (figlio, come tutti, del proprio tempo) riposano in un sepolcro ubicato nel braccio sinistro del transetto di S. Giovanni in Laterano.



A sinistra, l'interno della Basilica Lateranense.
A destra, l'obelisco lateranense

Questa Basilica sorge laddove, sotto Nerone, vi erano le proprietà della potente famiglia dei Plauzi Laterani. L'imperatore Costantino donò a Papa Melchiade (311-314) questi appezzamenti ed il Pontefice vi fece porre le fondamenta per questa grande chiesa che fu la prima sede del Papato e quindi era ed è tuttora la Cattedrale di Roma. L'attuale facciata (sulla quale un'iscrizione ricorda al passante che questa è la Madre di tutte le Chiese di Roma e del Mondo) è il capolavoro del fiorentino Alessandro Galilei. Sulla balaustrata che sormonta l'attico si elevano 15 enormi statue alte circa 7 metri.



Il calice sorretto da S. Giovanni.

In alto, al centro, la figura del Cristo Benedicente. Più in basso, alla sua destra, il Battista mentre alla sua sinistra riconosciamo l'Evangelista, il giovane prediletto, con un calice in mano. Il Calice è generalmente riferito alla Maddalena ma talvolta è anche connesso all’iconografia di S. Giovanni Apostolo, per rimarcare la sua presunta longevità (si dice che morì ultracentenario; fu l’unico degli apostoli a non subire il martirio).



Un’immagine di S. Giovanni Evangelista ed il particolare del calice

Ma cos'è questo calice? Il calice è la coppa alla quale ci si disseta, è il ricettacolo del Sangue sgorgato dal Divino Costato, è il bicchiere dell'ultima cena, è la pietra filosofale, è il grembo della Madre o della Compagna, è il crogiolo alchemico, è il punto di contatto fra umano e divino, è il contenitore dell'universo, è la gnosi, è il Sangue del Re, è la pietra concava caduta dal cielo, è la vibrazione terrestre che si trasforma in onda celeste, è lo smeraldo incastonato nella fronte dell'Angelo Caduto, è il luogo dove ha origine l'arcobaleno, è la spirale, è la reliquia per antonomasia, è il labirinto, è il succo del frutto proibito, è il libro della conoscenza, è l'Arca dell'Alleanza, è la fonte dell'immortalità, è l'anello fra cielo e terra, è il conforto, è l'unicorno, è il vuoto che deve essere riempito, è la fiamma eterna, è comprensione di Sé e dell'Altro, è l'immagine della Divinità, è la luce che dà forza spirituale, è il vaso della verità, è dolore e delizia, è la magia, è la ricerca, è la vita stessa, è la completezza, è la perfezione, è l'assoluto, è l'oggetto, è l'anima, è il simbolo, è il sogno, è il desiderio, è il Graal.

Ma dov'è questo calice? E' nell'Isola Sacra, è nell'Ultima Thule, è nella Foresta d'Oriente, è nella Montagna Polare, è nella Terra dell'Immortalità o meglio nel Paradiso Terrestre. Ma più "realisticamente" è' in Francia, a Gisors, o a Montsegur, o a Fecamp, o a Parigi, o in Provenza, in Alvernia o nella stessa Rennes le Chateau. E' in Gran Bretagna a Shropshire, o a Glastonbury, o a Nanteos, o a Lothian in Scozia, oppure in Galles, o in Cornovaglia o nei dintorni di Stonehenge. E' in Portogallo a Tomar, o in Polonia a Marienburg, oppure in Spagna a Valencia. E' in Grecia alle Meteore, o in Germania a Wewelsburg. E' a Gradiske nei Balcani, o nell'isola di Oak in America. E' in Turchia a Korikos, o in Siria a Qal'at-El-Hosn. E' in Iran a Takht-I-Sulaiman, o anche in Russia a Narta Monga, nel Caucaso. E' a Petra, o a Goa, o in Antiochia, o a Shamarkand, o ad Axum, o a Gerusalemme, o al Cairo, o in Svizzera a Sion. In Italia è a Bari, a Torino, a Genova, a Perugia, a Mantova, ad Andria, a Siena, ad Aosta, in un piccolo monastero sulla Sila e, perché no, proprio a Roma nel Vaticano.

Un unico "oggetto" può avere così tante definizioni e ubicazioni così diverse? Certo, a patto che sia simbolico, immateriale, spirituale. Il Calice è magico, quindi può essere qualsiasi cosa e trovarsi contemporaneamente dappertutto. Questo presupposto non ci complica la vita, anzi, ci facilita il dovere di ritrovarlo: possiamo cercare ovunque, anche in un luogo vicinissimo, anche dentro noi stessi.

Prima di lasciare S. Giovanni in Laterano, visto che siamo ancora nei paraggi della Basilica, vorrei mostrarvi la tomba di Silvestro II, quel Gerbert d'Aurillac che fu il "Papa dell'anno Mille". La troviamo cementata al secondo pilastro della navata intermedia destra.



Due immagini di Silvestro II, Gerbert d'Aurillac, Papa dal 999 al 1003

Gerbert nacque a Belliac, in Alvernia. Si dice fosse un mago, scoprisse tesori, si intendesse di astrologia ed alchimia e comunicasse con una "testa parlante" la quale gli predisse che sarebbe morto solo dopo aver officiato messa sulla Terra Santa. Silvestro II si guardò bene dall'organizzare pellegrinaggi, ma non sfuggì al proprio destino. Morì dopo una funzione celebrata a S. Croce in Gerusalemme, sull'Esquilino, nel cui altare è conservata la terra del Golgota, portata a Roma come reliquia da Sant'Elena.



La tomba di Silvestro II

Fin qui la leggenda, ma la sua storia non è meno avventurosa. Ce la racconta minuziosamente proprio la sua lapide.

Dopo un periodo di vita monastica presso l'Abbazia di Aurillac, Gerbert si recò in Spagna. Qui, in Catalogna, il suo Maestro fu Attone da Vich che lo iniziò ai misteri della cultura, della scienza e della religione araba. Pur senza abiurare, Gerbert apprese lì i segreti, l'ermetismo, la conoscenza, le formule e gli incantesimi che fecero di lui la figura leggendaria che ci è stata tramandata.

Il suo Golem (una testa d'oro parlante nella quale si narra che egli avesse imprigionato un demonio) gli predisse la gloria sulle ali di tre "R". Puntualmente Gerbert diverrà Arcivescovo di Reims, nel 991, grazie all'appoggio di Ugo Capeto. Dopo qualche tempo, nel 998, è Arcivescovo di Ravenna con il favore dell'Imperatore Ottone III e l'anno dopo, il 2 aprile, viene incoronato Papa, a Roma, con una fastosa cerimonia. Silvestro II si insedia in Vaticano e Ottone III, dalla sua residenza sull'Aventino, lo segue e lo protegge.

L'anno 1000 non fu quello della fine del mondo. Silvestro doveva saperlo perché riuscì ad organizzare una grande "rinascita" della propaganda cristiana nell'est europeo (Polonia ed Ungheria) e soprattutto egli fu il primo papa che lanciò l'appello per la liberazione della Terra Santa e del Santo Sepolcro dal controllo mussulmano, ma i tempi non erano ancora maturi per una crociata.



La lastra funeraria di Silvestro II

Conosco storia e leggenda di quest'ineffabile personaggio eppure, quando passo davanti alla sua tomba, non posso fare a meno di osservare a lungo quella lapide. Mi attrae irresistibilmente quel "SOPHIAE", nel centro esatto della lastra, la settima parola della settima riga, che deliziosamente continua ad ammiccare a chi sappia apprezzarla.

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